In architettura l’abito fa il monaco

Perché la sfida tra gli architetti è tra chi ancora gioca ad interpretare il ruolo dell’architetto e chi invece gioca a fare altro, ma entrambi giocano

Johannes Itten, durante il periodo di insegnamento nel Bauhaus, nell’abito da lavoro mazdeista da lui disegnato, 1921

Oggi se si guardano i disegni degli architetti si scoprono tante cose, forse di più che se si guardano i progetti. C’era una volta quando gli architetti si confrontavano sui progetti (che tempi!). E le posizioni tra chi ancora credeva, in nome della ragione, all’architettura e chi, in nome del cuore, era contro l’architettura si potevano distinguere osservando la realizzazione dell’opera (i disegni erano per lo più un supporto). Oggi l’architettura non si realizza più, o almeno è un’eccezione, in fondo la disciplina stessa ha emancipato il problema della realizzazione stessa facendo assumere al progetto sembianze molto diverse (letteratura, disegno, saggio critico, visione..), per capire come evolve il pensiero della cultura dell’architettura bisogna sforzarsi di guardare molto altro; l’unica differenza, se vogliamo, è che è più difficile farsi pagare per un progetto che non si realizzi piuttosto che il contrario (ma anche qui non è neanche detto).

architetti newyorkesi famosi vestiti come i loro grattacieli in occasione del ballo annuale presso la società di belle arti nel 1931

Ecco oggi solo guardando i disegni di architettura (concorsi, mostre, vetrine on-line etc.) possiamo fin da subito farci un’idea di questo. Nell’ultimo ventennio tra l’altro sono accorse le “rivoluzioni grafiche” dettate dall’utilizzo dei software che hanno permesso ancor più una differenziazione di modalità di rappresentazioni notevole, per l’architettura davvero una novità storica (a scuola l’insegnamento di come si fa una sezione è sempre stato un caposaldo delle prime nozioni da imparare: tratto spesso per le cose sezionate o in primo piano, tratto leggero per le cose in proiezione e più lontane). In realtà l’utilizzo e/o l’abuso dei grafismi ha fatto sì che tante regole basilari del disegno architettonico siano state in fondo tradite a favore di diagrammi, schemi, tabelle, slogan contro planivolumetrici, sezioni e dettagli costruttivi. E dietro a questioni che apparentemente sembrano di “lana caprina” in realtà, per chi si occupa di estetica, sono sostanziali. Cito nuovamente il mondo rovesciato di Nietzsche “Si è artisti al prezzo di considerare e sentire come contenuto, come la “cosa stessa”, ciò che tutti i non artisti chiamano “forma”. Certo: così si appartiene a un mondo rovesciato, perché il contenuto diventa una mera formalità – compresa la nostra vita.”

E proprio come nel mondo rovesciato nietzschiano l’architetto contemporaneo non si esime mai dal farsi condizionare dalla veste estetica che crea da subito il primo sentimento per esprimere una propria visione del mondo. Nel dibattito architettonico è molto usuale il confronto tra chi sostiene che la rappresentazione dell’architettura debba far intendere la sua materialità mentre dall’altra parte si tende a voler sostenere l’immaterialità del progetto per riportarlo a una sua dimensione più ideale. Entrambe le posizioni però in realtà parlano di vacuità, filosofeggiano, appunto in realtà parlano di disegni.. Ci riportano alle discussioni letterarie o artistiche tra realisti e surrealisti.

Italo Cremona – Ritratto di Carlo Mollino attraverso il piano in cristallo della mensola d’ingresso in Casa Miller, Torino, 1936 c. (Politecnico di Torino, sezione Archivi biblioteca Roberto Gabetti, Fondo Carlo Mollino)

Dunque la morale di questa riflessione sarebbe proprio “diffidare degli architetti” perché nel loro mondo rovesciato in qualsiasi modo avrete modo di confrontarvi con loro, sia che lo facciano in modo criptico sia che lo facciano in modo diretto, la realtà non fa per loro.

Ricordiamoci che il momento della stagione cosiddetta dell’ “architettura disegnata” fu un momento esplosivo nella ricerca dell’identità poetica dei progettisti che abbandonarono pretese di assolutismi disciplinari per dilaniarsi nelle loro capacità immaginifiche e visionarie per imporsi come architetti nella società globale: Aldo Rossi che assassinava l’architettura nel 1974, Madelon Vriesendorp nel 1975 che ritraeva il Rockfeller Center che scopriva a letto a scopare (preservativo Goodyear) l’Empire State e il Crysler Bulding (Flagrant Délit – Caught in the Act), la serie “Micromega” di disegni di geometria e tecnica architettonica esplosa di Daniel Libeskind nel 1979, la tesi di laurea di Zaha Hadid Malevich’s Tektonik 1976/77.

E non c’era ancora il virtuale..

La dimensione di una vita virtuale doveva ancora cominciare, così come l’invenzione di internet, della realtà parallela (solo tracciata ed intuita da alcuni futurologi come Philip K. Dick o dalla filosofia della fenomenologia come Merleau Ponty). E allo stesso tempo il rifugio nel virtuale doveva intervenire anche nell’architettura dove pian piano quelle che per un tempo sembravano solamente distanze di linguaggi differenti (ricordo ad esempio formalisti contro razionalisti) cominciarono a divenire distanze ontologiche (ancor una volta è la forma che influenza il contenuto).

E così alla soglia del nuovo millennio, l’impossibilità di volare alto da una parte sembrava un sacrificio necessario per la categoria degli architetti, per recitare una parte costruens nella società, sposando una sorta di compromesso verso un tecnicismo edulcorato (buon professionismo), mentre chi non accettava che l’architettura rinunciasse a rivendicare la sua capacità di essere ambiziosamente demiurga, trovava rifugio in universi paralleli, creando una nuova tuttologia racchiusa in deboli contenitori (politica, scuole, cultura fino ai social network).

michigan theatre parking lot, in detroit (dal 2011)

Il problema in questa differenziazione di macro categorie, a mio avviso, succede quando la categoria del professionismo anziché fare i professionisti voglia ambire all’accademia: l’accademia del professionismo, appunto il professionismo edulcorato.

A questo punto meglio il professionismo becero ma genuino. Schiavo del mercato magari di cattivo gusto, che passa dal kitsch al trash. Quello che potremo rivalutare dopo un po’ di anni, quando il tempo avrà calmierato il disturbo estetico che producono le opere assoggettate dal più becero mercato. Quella che potremmo definire una “accelerazione del processo” come sostenevano Deleuze e Guattari (L’Anti-Edipo, 1972), citando Nietzsche, o, per tornare a paradigmi architettonici, il caso Las Vegas proposto da Venturi (Learning from Las Vegas, 1972). Il peggio che assurge al meglio. O ancora, per arrivare alla contemporaneità una foto della condizione alienata tra turismo di massa e supermodernità di Martin Parr.

Una nuova piazza per San Donato Milanese, 2020

Strategie d’intervento (relazione di progetto)

Il progetto proposto si basa su due direttrici d’intervento:

  1. In relazione agli indirizzi d’intervento a medio e lungo termine si sconsiglia di utilizzare le risorse impegnate da questo concorso per il rifacimento del suolo della piazza e dello spazio pubblico, relegando questi interventi successivamente secondo un piano strategico che possa davvero mettere a sistema le potenzialità degli spazi e dei servizi rivolti alla comunità (pubblici e anche privati) in un ambito urbano più ampio (come quello oggetto dell’attenzione del concorso) attraverso una progettazione coordinata, tramite delle linee guida di intervento che definiscano il sistema di pavimentazioni, minerali e/o naturali che siano.
  2. In relazione alla previsione di spesa per gli interventi da realizzare si consiglia invece di concentrare l’importo delle opere (pari a 700M €) per realizzare una struttura per il mercato pensata e disegnata ad hoc in modo da ottenere un elemento di design urbano che possa valorizzare l’attività stessa del mercato e dello spazio della socialità, attività ritenuta capace di avere un alto livello aggregativo per ridefinire e rigenerare lo spazio urbano della comunità e di cui si consiglia anche di immaginarne un uso più frequente della sola volta a settimana.

Rispetto dell’esistente

A conferma della direttrice d’intervento 1, in una strategia resiliente di trasformazioni urbane la situazione dello stato attuale non è considerata così negativa ma ancora “capace di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà” (per usare la definizione di resilienza).

effetti indesiderati causati dai cambiamenti climatici nelle città e la loro incapacità infrastrutturali nel sostenere i nuovi mutamenti che devono portare inevitabilmente a immaginare nuovi percorsi di rifunzionalizzazione tramite strategie resilienti

Come ad esempio il disegno del suolo che definisce le aree che interessano l’area di progetto attraverso il disegno geometrico (la direttrice del percorso pedonale in asse con la Pieve di San Donato; la scacchiera a ridosso della Via Emilia; le vasche d’acqua oggi svuotate con disegno ad arco che creano un piccolo dislivello del suolo; il disegno regolare e coordinato con le alberature dei percorsi all’interno delle aree a parco e della pista di pattinaggio; e anche il disegno dello spazio adibito a parcheggio a contatto con il Rondò della Pieve).

Lo stato dei luoghi così fortemente connesso con il suo disegno rendono inevitabile immaginare una trasformazione per gradi e per tempi diversi anche in relazione alle opportune trasformazioni di una mobilità sostenibile (creazione di una rete di aree pedonalizzate che superi la staticità di una singola area ma vada verso il miglioramento della qualità della vita nei suoi luoghi, con particolare attenzione per l’aspetto della riduzione del traffico veicolare privato e per la rivalutazione degli spazi destinati alla collettività attraverso la loro messa in rete).

Occorre che il progettista (nell’idea più alta che possiamo avere di lui) lavori creativamente alla scrittura degli strumenti che possono davvero mutare la città più che ai disegni di oggetti così da permettere queste “rivoluzioni” nel modo di concepire lo spazio (anche quello già definito).

Non è poi così importante che un’area destinata a parcheggio rimanga tale nel suo disegno ma piuttosto che questa stessa area possa essere destinata ad altro.

pratiche di parkour, nuove modalità di prendere possesso dei luoghi in apparenza abbandonati; forme di riapparopriazione delle città e dei suoi luoghi che devono stimolare e alimentare nuove strategie urbane virtuose.

Il problema del progetto è il suo dover definire la sua concretezza perdendo la sua capacità di essere strategico. Ma così non esiste pianificazione che invece è fondamentale nel momento storico in cui viviamo.

Queste sono alcune proposte di interventi/strategie da porre in atto metodologicamente per pianificare l’ambito urbano più ampio con alcune sue proposte attuative specifiche:

  1. eliminazione della destinazione: il parcheggio dell’area a ridosso del rondò (ED);
  2. eliminazione o attuazione di soglie più permeabili tra diversi luoghi o spazi pubblici e/o a destinazione della collettività (ES);
  3. sistema di pavimentazioni definite e riconoscibili che creino anche visivamente un “sistema rete” tra i diversi luoghi della collettività (SP);
  4. il potenziamento delle aree pedonali e delle zone 30 (30);
  5. processi partecipativi nell’uso degli spazi collettivi (assegnazioni temporanee per l’uso degli spazi e/o di luoghi) così da moltiplicare le capacità aggregative e riorganizzative degli stessi (PP);
  6. investimento in nuove o rinnovate attività (come il mercato) tramite dispositivi urbani (design urbano) (DU): 1-il mercato ; 2-lo spazio per le feste e le fiere ; 3-le attività di navigazione leggera (attività che possono anch’esse ricadere nei processi partecipativi del punto 5).

Il mercato

L’impianto del mercato è raccolto dalle sue strutture in una sorta di grande piazza di forma ovale (di circa 14.000mq) così da rafforzare la percezione di uno spazio conchiuso. Si è scelto di proporre una soluzione che è sia aperta che coperta tramite un sistema di strutture a tenda.

Il disegno dell’impianto gioca nel sovrapporsi al disegno delle pavimentazioni e dei percorsi attuali, sovrapponendosi ed incrociandosi e dando così luogo ad un nuovo disegno multi composto.

Una particolare attenzione è data al percorso in asse con la Pieve che taglia le strutture del mercato mentre alcuni moduli/box del mercato sono slittati lì dove necessario a causa della presenza di alberature.

All’interno delle strutture si trovano i 95 stalli del mercato dislocati nei 5 bracci definiti dall’impianto (2 ad arco e 3 longilinei).

Le strutture saranno allacciate alla rete elettrica, idrica e fognaria che si distribuirà linearmente lungo i singoli box secondo la loro disposizione lineare.

Le strutture

Le strutture del mercato sono realizzate ispirandosi ai tendoni da circo o a quelli dei beduini, con strutture in legno riciclato così come i banchi degli stalli e con tessuti tipo tende.

Oltre le tende sarà preservato uno spazio profondo 170cm per il passaggio delle persone e l’interlocuzione con i banchi. Al centro della tenda saranno collocati i banchi del mercato con uno spazio per gli addetti interno. L’illuminazione sarà garantita da tubolari neon led appesi alla struttura.

Il disegno del tessuto delle tende è pensato come una sorta di texture a triangoli alternati nei colori bianco e giallo.

La copertura sarà realizzata in lamierino metallico con lieve pendenza per far defluire le acque meteoriche.

Circo

Il circo evoca un immaginario oramai consolidato pur rimanendo sempre una struttura chiaramente effimera ed itinerante. I suoi materiali influiscono nell’imprimere questa sensazione così come i suoi colori e le sue geometrie decorative.

Tende dei beduini

Anche le tende dei beduini offrono un immaginario effimero ed itinerante consolidato nel tempo dalla storia di un popolo sempre in viaggio. La struttura costituita da pali viene sormontata da un’unica grande tenda che conforma uno spazio a diverse altezze e volumetrie.

Verifica di coerenza e stima dei costi

La richiesta della verifica di coerenza rappresenta uno strumento interessante su cui però sarebbe bene aprire una seria riflessione su cosa significhi in ambito concorsuale.

Se da un parte, legittimamente, si chiede la coerenza degli interventi con il programma funzionale del bando, non si può tuttavia prescindere dal fatto che l’occasione stessa del concorso di progettazione sia connaturata dal “dovere/necessità” del progettista di rispondere non solo per quel che riguarda l’offerta di un progetto ma anche come modalità operativa di intervenire del professionista e dunque la richiesta che viene fatta ai progettisti scava nel profondo delle loro capacità intellettuali di fornire una risposta che non sia oggettuale ma metodologica.

Per questa ragione la coerenza ricercata va intesa nella fiducia che il progettista ed il progetto riescono a trasmettere all’organo decisore (la giuria) nell’assolvere alle richieste e alle esigenze della stazione appaltante.

La risposta (il giudizio) non dovrà mai essere obiettiva ma decisamente soggettiva.

Così da evitare che sia un giudizio di merito a definire l’iter progettuale e non piuttosto un’intesa poetica sulla strategia da adottare, per intendersi non si giudica un libro per le informazioni che da ma per il coinvolgimento che crea.

A tal riguardo anche la verifica dei costi (si veda sotto) può sì rappresentare un dato importante per cui si evincono le modalità strategiche con cui si intende l’approccio progettuale ma non può essere intesa come una verifica numerica concreta, essendo essa stessa per default un dato definito al di fuori di una dimensione per davvero reale.

Box tipo mercato (6x5m)
DescrizioneDimensioniCosto unitarioPercentuale sul costo totale
Strutture in legno riciclato (elementi lineari a forma rettangolare 6x12cm) e pedana pavimento (30mq)Elementi strutturali: 31ml Pedana: 30mq€ 3.050,0042%
Tenda di rivestimento in tessuto20mq€ 1.150,0015%
Banchi di lavoro in legno riciclato4,5mq h90cm (1 ripiano, 1 sottofondo passa cavi)€ 800,0010%
Copertura in lamierino e plastica traslucida (compreso sistema di bordatura sul perimetro del cambio materiali)30mq€ 1.160,0016%
Impianto idrico ed elettrico (compreso fornitura sistema illuminazione in tubolari neon led)A corpo€ 1.200,0017%
Totale Singolo Box(30mq)7.360,00100%
Costo 95 box
699.200,00

sulla (de)formazione

già sulla formazione (cambiato e corretto il 6 Maggio 2020)

prime riflessioni per avviare un confronto sulle esperienze anadidattiche aperte

Siamo troppo spesso abituati a considerare il tragitto formativo come univoco dall’alto verso il basso. Per tanti motivi che per ora tralascio, non sono d’accordo. L’insegnamento è orizzontale. Spazia da chi insegna a chi apprende con continue e vicendevoli scambi dei ruoli. A mio avviso, non è ammissibile mai, in nessuna circostanza, abbandonare questo principio perché si perde la natura più importante della pratica formativa che non è circostanziabile anagraficamente ma rimane invece una pratica in cui bisogna accettare di essere disponibili a praticare (a prescindere dal momento in cui si vuole fare), per alcuni è una pratica che non si abbandona mai. E’ vero che poi nel “gioco della scuola” esistono anche i ruoli perché aiutano a darsi i compiti ma non sono mai da considerare come univoci nel processo ma sempre ribaltabili. Sarebbe infatti utile, come già si sta avviando, che i giudizi siano sempre interscambiabili, ma non solo ad esempio in quello praticato in cui anche gli studenti giudicano il professore ma anche che si giudichino gli studenti tra loro, così come si attribuisca dei compiti anche il professore (cos’altro è una lezione ad esempio se non un compito?). Tutto questo relativizzerebbe molto di più il giudizio che in fondo è una parte minima dell’esperienza di un corso e che troppo spesso è visto come l’obiettivo univoco di un’esperienza molto più ampia, posto e visto alla fine come obiettivo unico, ma che invece non è detto poi che l’esito positivo, anziché negativo, si riveli poi davvero un momento formativo importante.

Purtroppo va detto con onestà che le scuole sono ancora oggi uno dei luoghi più autoritari che esistano “dispositivo educativo” direbbe Foucault.

Aggiungo che una formazione aperta e orizzontale e non soggetta al premiare solo i migliori permette un grado di coinvolgimento di tutti gli attori che compongono una classe infinitamente più alta di un normale corso lineare.

Mi riallaccio ad alcune esperienze recenti (all’incirca 3 anni fa quando ho intrapreso il corso di Storia dell’Architettura Contemporanea presso lo IED e il Laboratorio di Progettazione Urbana presso la Facoltà di Architettura di Roma Tre) in cui ho potuto sperimentare questo approccio didattico:

  1. L’approccio teorico >> Storia dell’Architettura Contemporanea presso lo IED a.a.2017/18 [LINK]; a.a. 2018/19 [LINK]; a.a. 2019/20[LINK]; Design 4 presso lo IED a.a.2018/19 [LINK]; a.a.2019/20 [LINK]: in questo primo esperimento mentre ragionavo su come preparare questo corso mi rendevo conto come fosse impossibile in un corso di 30 ore poter affrontare in modo interessante tutto l’arco temporale (che solitamente si intende da metà del XVIII secolo fino ad oggi) ma dall’altra parte mi interessava poter sfruttare un repertorio di opere ampissimo. Questa riflessione fa scaturire una domanda: “è più importante l’obiettivo di impartire nozioni più precise possibili o di proporre una metodologia per guardare le cose con uno sguardo personale?” ho scelto la seconda strada. Questa scelta si porta avanti che sia impossibile un percorso lineare e coerente nell’interpretazione temporale ma si asseconda un percorso che possa “viaggiare nel tempo” in modo totalmente libero tramite associazioni tematiche.
  2. L’approccio progettuale >> Laboratorio di Progettazione Architettonica e Urbana presso Roma Tre a.a.2017/18 [LINK]; Atelier Design IV presso il PDTA La Sapienza a.a. 2018/19 [LINK1 ; LINK2]: essendo un corso progettuale inizialmente avevo difficoltà nel capire come strutturare l’esperienza didattica in modo realmente aperto (un progetto tende la maggior parte delle volte a volersi chiudere). Partendo da questo spunto ho capito che sarebbe stato utile, anziché immaginare molteplici progetti, immaginarne uno solo o meglio tendere verso uno solo, così che si riducessero il più possibile le variabili. Questo approccio inevitabilmente fa scaturire uno sforzo contrario inevitabile nell’esercitare la capacità di trovare spazi personali da parte dei singoli studenti/progettisti all’interno delle maglie molto precise del programma di progetto.

“..l’istituzionalizzazione dei valori conduce inevitabilmente all’inquinamento fisico, alla polarizzazione sociale e all’impotenza psicologica: tre dimensioni di un processo di degradazione globale e di aggiornata miseria. Spiegherò come questo processo di degradazione si acceleri quando bisogni non materiali si trasformano in richieste di prodotti, quando la salute, l’istruzione, la mobilità personale, il benessere o l’equilibrio psicologico sono visti soltanto come risultati di servizi o di “trattamenti”… ho scelto come paradigma la scuola, e non mi occupo quindi se non indirettamente degli altri organismi burocratici del coroporate state: la famiglia consumistica, il partito, l’esercito, la chiesa, i media. Ma dall’analisi del programma occulto della scuola dovrebbe risultare con chiarezza che, come l’istruzione pubblica trarrebbe giovamento dalla descolarizzazione della società, così alla vita familiare, alla politica, alla sicurezza collettiva, alla fede e alle comunicazioni gioverebbe un processo analogo.” (Ivan Illich)

Come non condividere il pensiero di Ivan Illich (Descolarizzare la scuola, una società senza scuola è possibile?, 1971)?

La scuola è il primo strumento di controllo e di potere della società (l’aveva già detto qualcuno ma non mi ricordo..) che ci porta a dire FUCK THE SCHOOL..

Si può essere disobbedienti? Ribelli? A scuola?

La poetica artistica non può essere oppressa dall’ “istituzione scuola” in nessun modo ma contiene in sé la necessità di essere contro anche se si svolge nelle sedi della formazione, per esplorare in modo pieno una ricerca indefessa del suo potenziale di unicità (vedi anche Infinite Text paragrafo “Il processo dell’arte come processo emancipatore”).

Questo obbligo/necessità dell’arte di essere contro è perfettamente sintetizzata dalla definizione di mondo rovesciato di Friedrich Nietzsche (La volontà di potenza) “Si è artisti al prezzo di considerare e sentire come contenuto, come la “cosa stessa”, ciò che tutti i non artisti chiamano “forma”. Certo: così si appartiene a un mondo rovesciato, perché il contenuto diventa una mera formalità – compresa la nostra vita.”

Apro una piccola parentesi relativa alla necessità dell’anti autoritarismo, dell’ anti potere, dell’anti stato, la sensazione che tutti noi possiamo provare in alcuni frangenti che spesso ci porta a preferire la benevolenza di un sistema privato rispetto a quello pubblico (dove il ruolo di spersonalizzazione dell’uomo in favore del suo ruolo ne fa assumere in modo prevalente solo il suo carattere formale ovvero quello relativo al potere acquisito): l’attesa di poter accedere ad uno sportello pubblico per parlare con un funzionario pubblico, l’attesa di essere visitati da un medico pubblico, l’attesa del momento del giudizio (nelle scuole così come nei tribunali).

Nella situazione di emergenza Covid-19 in cui ho iniziato a scrivere questo testo si sono susseguite alcune curiose provocazioni ai danni delle autorità impegnate più del normale ad eseguire controlli che hanno evidenziato l’insofferenza delle persone per una situazione repressiva, come l’esempio delle immagini che seguono:

L’unica vera possibilità rimane ed è la CONTROSCUOLA. Torno a questo passaggio espresso qualche riga più su “Aggiungo che una formazione aperta e orizzontale e non soggetta al premiare solo i migliori permette un grado di coinvolgimento di tutti gli attori che compongono una classe infinitamente più alta di un normale corso lineare.”. Ecco pensateci un attimo, la scuola (istituzionale) orienta tutta la sua programmazione sulla base di un 20% di alunni che sono quelli che meritano. Tutto passa dal giudizio di questi e ne conseguono i programmi, le direzioni politiche, le modalità didattiche. Come se poi nella società attiva ci trovassimo di fronte a solo meritevoli (e infatti è tipico dell’insegnante lamentarsi di quelli che dirigono le cose e di come lo fanno.. ma come tu non te ne sei occupato? ti sei occupato sempre e solo di quel 20%?).

Ecco immaginate invece una scuola dove si inverti questo perverso meccanismo: è l’80% a costituire il modello su cui conformare il programma, una modalità diciamo molto più aperta che contempla quindi un range molto maggiore di problematiche e di diversità da affrontare (il restante 20%, quello più capace, tra l’altro è quello che ce la fa da solo e che aggiungerà sicuramente qualcosa che non era stato previsto), un modello che sconfigge quell’orripilante visione formativa per cui bisogna occuparsi di chi eccelle, dei picchi, della meritocrazia (orrendo).

E ancor più spingendo in termini pratici in realtà dovremo arrivare a contraddire lo spirito iniziale dell’orizzontalità teoretica, o meglio prevedere l’asservimento della scuola (o controscuola) al mercato (confronto reale impuro). Seguire le tracce del “Manifesto Accelerazionista” di Alex Williams e Nick Srnicek, di cui cito il punto 03.13 e 03.14:

“13. E’ tempo di lasciarsi alle spalle la tendenza a privilegiare la democrazia come-processo. Il feticismo dell’apertura, dell’orizzontalità e dell’inclusione, tipico di gran parte dell’ “estrema” sinistra attuale, è una ricetta d’insuccesso. Anche la segretezza, il verticismo e l’esclusione meritano un posto (ovviamente non esclusivo) in una lotta politica efficace.

14. La democrazia non può essere definita solo attraverso i suoi strumenti: non è semplicemente voto, dibattito, assemblee. La democrazia reale è definita dal suo obiettivo: la padronanza di sé collettiva. E’ un progetto che deve allineare la politica al lascio dell’Illuminismo: è solo facendo leva sulla nostra capacità di comprendere sempre meglio noi stessi e il nostro mondo (sociale, tenico, economico, psicologico) che arriveremo all’autogoverno. Se non vogliamo ritrovarci schiavi di un tirannico centralismo totalitario o di un volubile ordine emergente che sfugga al nostro controllo, dobbiamo creare una legittima autorità verticale sotto controllo collettivo, in aggiunta a forme di socialità orizzontali e distribuite. La direzione del Piano deve coniugarsi all’ordine estemporaneo della Rete.”

Serve dunque aderire al sistema (il massimo del diseducativo) mettendo in gioco un vortice cinematico che porti al suo superamento. Trovo esperimenti molto interessanti quelli in cui sono coinvolto di tesi dove il tema e l’obiettivo sono plasmati direttamente tramite il coinvolgimento di un’azienda reale i sistema, dove è possibile replicare il “meccanismo perverso” del sistema permettendone un’effettiva possibile esplorazione di ambiti di “accelerazione” per aprire a nuove strade (davvero dunque mettendosi in gioco in tentativi di ricerca veri e non protetti) >> LINK

Il concorso: mito e leggenda

Ieri, 3 Marzo 2020, è stato presentato il quaderno, edito da Fondazione MAXXI, che raccoglie i contributi di 23 autori, sul tema “Verso una legge per l’architettura, principi, regole e processi per la qualità dello sviluppo urbano in Italia” [LINK], che segue una serie di incontri/seminari avvenuti nel 2018 promossi e ospitati dal Museo del MAXXI sotto il coordinamento scientifico di Margherita Guccione, Simone Capra, Claudia Maria Clemente e Alberto Iacovoni, dove dibattere e confrontarsi sul tema dell’architettura e delle migliori procedure per raggiungere la qualità auspicata.

Ho avuto il piacere di partecipare a questo lavoro, intervenendo ad una conferenza e scrivendo un testo per questo quaderno. Il mio contributo vuole essere un omaggio al concorso come strumento che ha la forza di intendere il progetto come un alto momento culturale, significativo della capacità di redarre un progetto preservando la sua vocazione autoriale (quella che siamo abituati a riconoscere agli scrittori, agli artisti, ai musicisti), parlando dell’importanza dei progetti che hanno perso e non di quelli che hanno vinto i concorsi ma sono divenuti celebri e rappresentano dei momenti salienti della storia e della cultura dell’architettura (in particolare ho citato il progetto provocazione, Adolf Loos nel concorso del Chicago Tribune del 1922; il progetto teorico degli Smithson per il concorso del Golden Lane a Londra, 1952; il progetto manifesto di Rem Koolhaas/OMA per il concorso della Trés Grand Biblioteque a Parigi, 1989; l’esercizio di bravura nel progetto di Steven Holl per il concorso del Palazzo del Cinema di Venezia, 1990).

E cerco di spiegare meglio: non credo che l’incentivazione del concorso sia solo un problema di “procedura ideale” per gli architetti per ottenere l’incarico secondo il progetto che loro hanno fatto ma più che altro perché è una procedura che mette in gioco il pensiero progettuale di molti, creando una sorta di micro comunità con tutti coloro che partecipano per il periodo di tempo di gestazione del progetto, una partecipazione collettiva che riflette sul tema di una trasformazione del territorio/paesaggio. Insomma non è mai una questione di mero mercato o di incarichi ma sempre di progetto e il concorso lo celebra ogni volta.

“Per affermare l’importanza del concorso di progettazione per l’architettura sono convinto che piuttosto che parlare dei progetti che vincono bisogna ricordare gli eroici progetti che perdono.

Questo perché ricondurre il valore del concorso alla procedura di affidamento dell’incarico non è sufficiente a far emergere i reali motivi per cui l’architettura non può fare a meno dei concorsi.

La procedura concorsuale infatti rappresenta un momento unico di confronto e di ricerca progettuale pura. Immaginate un’area, immaginate di poter pensare alla sua trasformazione, pensate di avere una risposta collettiva sul tema, dove ogni progettista tenta di dare la sua particolare visione, la sua particolare strategia, la sua particolare invenzione, la sua particolare narrazione per rispondere al tema dato.”

INFINITE TXT

INFINITE TXT

testi sparsi su tutto, aperti, incompleti

Un dannato trascinato dai demoni negli inferi nel Giudizio Universale di Michelangelo

Progettare come metodo per stare al mondo

L’attività progettuale si distingue, a mio avviso, in due linee guida principali, che apparentemente confliggono ma in realtà si intrecciano e si rafforzano tra loro anche nello stesso progetto, ponendosi entrambe come modalità che tentano ambiziosamente di contrastare il sistema imperante (una con l’ausilio della ragione e l’altra con l’invenzione di neo simulacri).

L’arte necessita di costruire un piano ideale fondato sulla concretezza dettata dal lume della ragione così come di innalzarsi al di sopra di valori terreni per ambire alla sua capacità di essere unica. Solo la tensione tra queste due componenti riesce ad esercitare il massimo grado del suo valore artistico.

Concretismo

L’approccio razionale in antitesi al sistema imperante e dunque contro la mercificazione dell’oggetto e dunque il traslamento del valore del progetto al suo tendere a principi alti, sociali e politici che appaiono fondanti solo se riferiti ad un profondo concretismo, sul porre come terreno comune il mondo conosciuto e il materialismo storico avulso da qualsiasi cedimento all’illusorio.

Trascendenza

Sebbene siamo tutti dei materialisti storici. Sebbene siamo tutti dei relativisti.

Ancora avvisiamo forte la necessità di trascendere. Ci piace credere ai miti, alle divinità, esercitare l’opportunità del sacro.

Una cultura post cattolica, fondata in particolar modo dall’opposizione alla civiltà giudaico-cristiana e dall’influenza del marxismo (vedi ad esempio Michel Onfray, Trattato di Ateologia), ci hanno messo in guardia contro la venerazione in qualsiasi forma essa si manifesti.

Eppure non possiamo negare che ancora oggi faccia parte dell’umanità un’attività così fisiologica, arcaica ed ancestrale dell’essere umano che è quella quella del venerare. Si venera il corpo così come un culto così come una reliquia.

Se è vero che la storia del nuovo mondo contemporaneo si divide in due con la la comparsa di Nietzsche (vedi la sua autoprofezia in Ecce Homo) la liberazione sana  dalla religione deve allo stesso modo portarci al di fuori dai processi sommari o da editti prescrittivi.

La necessità del trascendere è elemento connaturato all’esistenzialismo umano. Non esisterebbe esistenzialismo senza trascendenza.

Troppo facile essere definitivi, più complesso essere dilaniati.

La figura del “cazzaro”

Nella società contemporanea la libertà del pensiero non può più assestarsi, non deve mai assestarsi. Per questa necessità non si può più immaginare che il pensiero sia debole (si pensi a Vattimo) ma piuttosto che sia “cazzaro”. «Nurr Narr! Nur Dichter!» diceva sempre Nietzsche (“Solo giullare! Solo poeta!”). Ecco giullare, oggi come oggi, è quasi gentile, poeta ovviamente è addirittura nobile. Cazzaro rende meglio per quanto sia una brutta parola (ma oggi ne abusiamo di brutte parole).

E’ il perfetto antagonista al pragmatico, quello che non fa niente, parla e basta.. ma non è neanche accademico, che nel recente passato ha assolto in modo “serio” alla figura dell’anti pragmatico. Ma oggi non è più permissibile questo approccio serioso in una società che mira all’idealismo, all’astrattismo. È mai possibile che proprio all’interno delle scuole si cerchi la costruzione di un mondo punitivo? (vedi Sorvegliare e punire di Foucault). Qualcuno l’aveva detto che le scuole rappresentano il primo organismo del controllo della società (vedi Ivan Illich, Descolarizzare la società).

Cosmo

Prima foto di un buco nero, 2019

Il modo migliore per astrarsi dall’immanenza dei problemi terreni è senz’altro guardare il cielo e le stelle. L’astronomia rappresenta senz’altro la scienza (disciplina) più capace di parlare di concretezza (fisica) trascendendo. Il limbo tra astronomia e astrologia è come quello tra cultura di serie A e quella di serie B…

Solo chi sa

SE NON CI SI RENDE CONTO CHE IL MONDO PUO’ FINALMENTE SCONFIGGERE L’IDEA CHE CI SIA CHI SA FARE LE COSE E CHI NO, NON RIUSCIREMO A SCONFIGGERE LA TRAPPOLA SISTEMICA DELLA DISCRIMINAZIONE COME UNICA LEVA PER FARE. CHE TUTTI POSSANO FARE IL LORO.

Jerry Calà

Jerry Calà in un un fotogramma del finale del film Sapore di Mare

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Perché la figura di Jerry Calà in Sapore di Mare (in particolare ci si riferisce alle espressioni nella scena finale del film al suo reincontro con Marina Suma) (il film è del 1983 diretto dai fratelli Vanzina, figli i Steno, forse i reali eredi della commedia all’italiana degli anni ’80, e dell’incontro e della coesistenza cinematografica delle maschere di Alberto Sordi e Totò) è l’emblema dell’incapacità di direzionare la propria vita, di sapere cosa farne, di uscire dalla coccolante superficialità del vivere e capace di esprimere questa condizione con grande dolcezza e nobiltà (un Bojack Horseman ante tempus).

Arte o Architettura

Sarebbe il caso di superare questa “classica diatriba” tutta interna agli architetti (in realtà approccio novecentesco che ha aiutato a liberare la cultura architettonica dai pesanti principi etico-moderni). E, per ribadire questo, sono convinto che la distinzione tra le due discipline (anzi dirò di più tra le discipline in generale) vada definitivamente abbandonata. Non ha alcun senso. Ad esempio noto che porta tra l’altro gli architetti a dire che l’arte non abbia nessuna utilità mentre l’architettura sì: che mi pare un’enorme sciocchezza (forse dovremmo dedicarci con un po’ più di attenzione al termine utilità?)… E’ sì un gioco dettato dai limiti delle definizioni ma appunto liberiamocene, così come sarebbe bene liberarsi dai titoli onorifici e ritrovare la capacità di valutare le azioni dell’uomo a prescindere dalla sua categorizzazione, che spesso perde la sua capacità di definire e finisce invece per mortificare.

L’iniziazione all’essere pop star

achille lauro nella sua messa in scena al festival di sanremo 2020

Tutti dovrebbero farsi un’esperienza da pop star nella vita: impossessarsi di uno stile, esprimerlo e diffonderlo, avere riscontro. Oggi fa parte di un rito di crescita e di un passaggio obbligato per raggiungere la maturità nella società contemporanea. E’ un po’ come il ballo delle debuttanti o il grand tour diffusi tra il XVII e il XVIII secolo e prosegue nella direzione della profezia di Andy Warhol “nel futuro tutti saranno famosi nel mondo per 15 minuti”. Oggi come oggi anziché un viaggio nei paesi culla della civiltà va fatto almeno un reality show.

QU3#18 Nuove Architetture Urbane

QU3 – I QUADERNI DI UrbanisticaTre / NUOVE ARCHITETTURE URBANE

QU3 #18

A cura di Mattia Darò, Flavio Graviglia, Milena Farina

Edizioni Quodlibet

U3#18

La città contemporanea, costruita nel corso degli ultimi decenni, appare oggi come una somma di edifici-eccezione, apparentemente autoreferenziali e incapaci di entrare in dialogo tra loro. Negli ultimi anni alcune rilevanti figure del panorama architettonico hanno proposto una visione alternativa dello spazio urbano, fondata su alcuni caratteri tipici della città europea: il ruolo centrale assegnato all’architettura nella costruzione dello spazio urbano, la funzione della facciata come elemento in grado di conferire carattere e forma alla città, l’equilibrio tra uniformità e variazione architettonica, sono gli aspetti qualificanti di un modello spaziale e figurativo radicato nel senso comune. La ricerca di una continuità con la città storica e la rielaborazione dei temi tradizionali della facciata urbana si traduce in architetture dal carattere rigoroso e seriale che sembrano porsi in alternativa alle architetture singolari caratteristiche del passaggio al nuovo millennio. Tuttavia queste Nuove Architetture Urbane, pur ricercando una continuità estetica e percettiva con la città storica, finiscono per emergere come singoli oggetti autoriali, configurandosi come una delle tante espressioni dell’articolato panorama della cultura postmoderna.

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Nuova Scuola Secondaria di 1° grado Pizzigoni, Milano, 2019

Nuova Scuola Secondaria di 1° grado Pizzigoni, Milano, 2019
Competition organization: Comune di Milano, Concorrimi
Year: 2019
Project: Mattia Darò

1. FATTORI CONTESTUALI

Le istanze progettuali relative al contesto tengono conto principalmente di due fattori:

1- Un aspetto decisivo per garantire la qualità dello spazio pubblico dell’area di concorso è tenere assieme gli edifici pubblici coinvolti nell’area: la Biblioteca Villapizzone; la scuola dell’infanzia; la scuola primaria Console Marcello; la scuola secondaria di primo grado Via Pizzigoni). Si propone dunque di conciliare i lavori per la nuova scuola con la creazione di un “Parco Civico” dove i 4 plessi siano immersi in un vero e proprio parco alberato così che la qualità dell’area diventi elemento primario a garanzia della qualità delle funzioni pubbliche.

2- La morfologia del plesso della scuola secondaria di Via Pizzigoni tiene conto degli assi urbani plasmando le sue forme in relazione agli assi urbani principali:

l’asse urbano percettivo primario è quello di via Rosina Ferrario Grugnola che determina l’ingresso ricavato in una spaccatura dell’edificio che si presenta come un monolite compatto.

l’asse urbano percettivo secondario è quello di Via Giuseppina Pizzigoni per cui un l’ingresso alla scuola è evidenziato da uno slittamento del corpo della scuola a evocare la spaccatura dell’ingresso descritta nel precedente punto.

Sarà garantito un asse stradario, realizzato non in asfalto ma in materiale lapideo carrabile all’occorrenza (ad esempio solo negli orari di apertura delle scuole) e lì dove necessario l’utilizzo di recinzioni vegetali.

I due assi percettivi definiscono il fronte del plesso scolastico in particolar modo caratterizzando in un caso l’ingresso-apertura e nell’altro costruendo una sorta di quinta visiva.

2. FATTORE ORIENTAMENTO

L’orientamento è un fattore decisivo nel disegno del progetto della scuola che si sposa all’idea del monolite cementizio all’interno del quale si aprono gli spazi della scuola.

La scuola infatti si plasma in relazione al soleggiamento prevedendo di illuminare tutte le aule, con luce riflessa dal muro cementizio chiaro del corpo dell’auditorium/palestra, e dando vita ad uno spazio/cavità al suo interno coperto con una struttura in vetro apribile, capace di funzionare anche da effetto serra per accumulare calore quando necessario.

La copertura dello spazio comune è completamente apribile così come le vetrate delle aule che sono progettate con un sistema “a fisarmonica” che ne permette il completo impacchettamento quando necessario (ad esempio nelle stagioni più calde) e per garantire un’ottima areazione.

Anche per la biblioteca, situata al di sopra dello spazio dell’auditorium, è previsto un lucernario capace di fornire luce indiretta agli spazi dedicati.

Sistema delle vetrate che si richiudono a fisarmonica impacchettandosi in modo da eliminare la soglia e permettere di organizzare un grande spazio fluido.

3. QUALITA’ PROGRAMMATICA

La morfologia del plesso scolastico modellata secondo i criteri precedentemente illustrati accoglie il programma funzionale in modo tipologicamente ben definito con alcuni aspetti di variabilità e flessibilità dell’uso degli spazi.

Le aule infatti sono dei rettangoli 6x9m (54mq) raggruppate a tre e separate da una pannellatura mobile che permette dunque l’aggregazione di uno o due moduli aula così da avere spazi più grandi (fino a 9x18m) a seconda delle necessità.

Lo spazio comune rimane uno spazio capace di avere una sua identità precisa nello svolgimento delle attività scolastiche (tempo libero, ricreativo etc.) ma anche capace di essere utilizzato aggregato agli spazi funzionali (aule e/o palestra, auditorium) attraverso il sistema delle aperture delle aule (le vetrate “impacchettabili”) e le aperture dell’auditorium e della palestra (porte cementizie rotanti a grande dimensione).

Schemi tipo di funzionamnto variabile delle aule: 1) schema standard con aule da 54mq 2) schema con aula grande (per più classi, tipo esami) da 108mq e aula standard da 54mq 3) schema aula maxi per eventi speciali (tipo concerto) da 162mq

4. QUALITA’ PERCETTIVA

Gli aspetti percettivi ed estetici dell’oggetto architettonico sono trattati dal progetto mediante una proposta coerente con le scelte descritte nei punti precedenti, prediligendo la soluzione di un intero organismo monolitico, che si apre nel punto dell’ingresso principale con una grande vetrata che apre sullo spazio comune che determina l’organismo tipologico del plesso scolastico. Questa scelta predilige una scelta materica cementizia dal di fuori contrapposta dalle facciate interamente vetrate delle aule che sono la parte figurativamente debole ma assai funzionale ad assimilare luce, aria e modifiche tipologiche, vedi punto seguente.

Prospetto laterale posteriore dove si trova il restringimento del vuoto creato dallo spazio comune.

5. SPAZI COMUNI/VARIABILI FUNZIONALI

Punto nodale del progetto è la sua capacità di variabili tipologiche determinate da alcune scelte importanti sulla definizione delle soglie che permettono allo spazio comune di divenire una risorsa in più nell’organizzazione delle attività, anche con l’ausilio di un sistema di arredi funzionali a rendere gli spazi facilmente modificabili tipologicamente:

-il sistema di vetrate delle aule “impacchettabili” così da permettere una fluidità dello spazio tra spazi comuni e spazi definiti quando necessario.

-il sistema delle “grandi porte cementizie rotanti” che permettono una contiguità degli spazi dell’auditorium e della palestra con lo spazio comune.

La flessibilità dello spazio dato attraverso alcune soluzioni riguardanti le soluzioni relative alle soglie degli spazi destinati alle funzioni più legate all’attività scolastica permette di immaginare usi diversi del plesso pubblico come addirittura un pranzo sociale per il quartiere.

TAVOLE DI PROGETTO

StorArchCont @IED a.a.2019-20

E’ partito anche quest’anno il Corso di Storia dell’Architettura Contemporanea 1 presso lo IED Design Roma.

Questo non è un corso teorico ma un LABORATORIO!

Perché “Non esistono fatti ma interpretazioni” (Nietzsche)

Il corso si svolge in 9 lezioni da 3 ore. Gli studenti dovranno inventare strategie per una campagna di promozione dell’architettura attraverso la sua storia sfruttando il potere narrativo delle immagini, fotocollage, reinterpretazioni grafiche, testi/slogan, video, come fosse una campagna sui social..

Attraverso gli step previsti dal corso si lavorerà in gruppi collezionando il diritto di utilizzare alcune opere della storia dell’architettura significative e costruendo sulla base di queste un tema di sensibilizzazione all’architettura (e la sua storia contemporanea) e con queste inventare delle “storie-campagna” su un tema di ricerca che possa essere trasversale nel tempo, senza ordine cronologico.

[Una cosa simile l’aveva fatta Bernard Tschumi a cavallo tra il 1976 e il 1977 con il progetto “Advertisements for Architecture”]

I singoli studenti dovranno in ogni caso tenere un diario (formato A5 verticale) del percorso effettuato che porteranno alla fine in sede di esame.

Qui il link alle slide della OPEN LESSON

Nella seconda lezione sono state messe all’asta delle opere per completare i casi studio a disposizione per la creazione della campagna.

Qui il link alle slide della SECOND LESSON

Nella terza lezione si è cominciati a fare revisioni sull’impostazione del lavoro di ricerca, fervono i lavori…

Alcuni sondaggi via Instagram

20 Dicembre: prime presentazioni pubbliche dei lavori di ricerca:

10 Gennaio: middle lesson, come ridestare il lavoro dopo le feste?

MIDDLE LESSON

Il 24 Gennaio si sono svolte le ultime presentazioni pubbliche prima del lavoro individuale sul diario.

GRUPPO 1 PERCÍPERE

fotomontaggio

Il gruppo 1 che ha intitolato la sua ricerca “Percípere”  tramite le opere studiate ha indagato il tema della percezione dell’architettura da parte delle persone: accoglienza, ascesi, artificio. Questi i 3 temi principali emersi dall’analisi di due film Intrigo Internazionale di Alfred Hitchcock (la ricostruzione scenografica delle ville di Writgh come linguaggio capace di accogliere); Mon Oncle di Jacques Tati (la direzione del pensiero della modernità come approccio ascetico); lo schizzo/manifesto di Robert Venturi “I am a monument” (il valore dell’artificio) che in realtà sembra tenere assieme le due precedenti categorie rafforzando la tesi di base ovvero il percepire alla base del valore.

GRUPPO 2 CITTA’ UTOPICA | CITTA’ DISTOPICA

fotocollage

Il gruppo 2 composto da una decina di persone ha lavorato dettandosi un programma di comunicazione dell’architettura attraverso le opere, i film e anche opere d’arte assegnate attraverso l’uso dei social (account @archleitmotif_). Passando dai maestri del moderno Le Corbusier, Wright, Mies, Hilberseimer ai maestri del cinema italiano Fellini e Antonioni e film cult internazionali come Metropolis e Arancia Meccanica assieme alla visionarietà di Costant, il tema della ricerca (atipiche visioni di città) emerge attraverso una prolifica produzione visiva di fotocollage e reinterpretazioni grafiche.

GRUPPO 3 L’INSODDISFAZIONE

diagramma ricerca

Il gruppo 2 fa partire la sua ricerca dalla interpretazione di due film che in modo molto diverso raccontano dell’insoddisfazione dei loro protagonisti con l’architettura a fare da scenario importante in entrambi i casi. Se infatti Casa Papanice, scenario del film “Il dramma della gelosia”  di Ettore Scola rappresenta la casa come status symbol di cui godono i protagonisti/abitanti che però sono esistenzialmente insoddisfatti, in “Il ventre dell’architetto” il protagonista è esso stesso architetto e si rifugia nella sua ossessione per l’architettura illuminista e Boullée su cui sta preparando una mostra a Roma per sfuggire alle frustrazioni e ai problemi della sua vita privata.

GRUPPO 4 EDIFICIO MONDO

john soane’s house come la casa di barbie

Il gruppo 4 riflette sul tema dell’architettura come contenitore, come un mondo racchiuso in una scatola. Partendo dall’Atlanpole di Hans Kollhoff, progetto manifesto di un edificio-mondo, il tema si esprime in modi diversi (tramite la casa Malaparte al centro del plot narrativo di Il Disprezzo di Jean Louis Godard, tramite le utopie sociali del falansterio di Charles Fourier, o la casa museo di John Soane a Londra, o il progetto del Palais Metro di François Dallegret e le ambientazioni post-moderne della Los Angeles di Blade Runner).

GRUPPO 5 THE METROPOLIS OF TOMORROW

presentazione di un lavoro d’interni di carlo mollino

Partendo dal bellissimo lavoro visionario di Hugh Ferriss su New York “The metropolis of tomorrow” il gruppo elabora una ricerca in forma di racconto di un personaggio che si muove all’interno delle opere assegnate in una scansione temporale tripartita: presente, mondo intermedio, nuovo mondo. E così partendo dal presente e dalla denuncia del sistema capitalistico di Elio Petri nel film “La Decima Vittima” in cui Mastroianni e Andress si danno la caccia nel Palazzo dei Congressi di Adalberto Libera il personaggio trova rifugio nella Casa Devalle progettata da Carlo Mollino per poi passare al mondo intermedio dove l’immaginazione va a braccetto con l’evoluzione tecnologica, come il progetto di Ettore Sottsass per la mostra New Domestic Landscape, per arrivare infine al nuovo mondo così ben rappresentato dal progetto manifesto del tempo libero e la sua rappresentazione architettonica, il Fun Palace di Cedric Price.

GRUPPO 6 CITTA’ <-> PAESAGGIO

fotomontaggio della decadenza del monumento continuo

Anche i progetti visionari, come il monumento continuo, possono decadere? Lo spunto finale del gruppo 6 (sintetizzato nel fotomontaggio) nasce da una ricerca sull’importanza dei progetti a prescindere dalla loro realizzazione. E ce lo raccontano attraverso un momento interessante della storia dell’architettura recente (l’architettura cosiddetta radicale) attraverso la piscina dei costruttivisti immaginata da Rem Koolhaas, le due architetture paesaggio il Monumento Continuo e la No Stop City dei Superstudio e Archizoom, la posizione teorica radicale di Hans Hollein “everything is architecture”, il progetto texture di Robert Venturi per il Ponte dell’Accademia e la riflessione progettuale per la ricostruzione del centro di Berlino degli Smithson ma anche la land art di Walter De Maria o le opere urbane di Bansky.

GRUPPO 7 ADVERTISING FOR ARCHITECTURE

advertising 2: art or architecture?

Il lavoro nasce da un’interessante indice tematico che suddivide le opere assegnate in quattro temi: La Distruzione (il film King Kong, il supermercato Best dei SITE, conical intersect di Matta Clarke), L’Indeterminato (TGB di OMA, endless house di Kiesler, Padigilione di Osaka di Sacripanti), Architettura come forma di appropriazione del territorio (Walking City di Archigram, La Ville Spatiale di Yona Friedman), Arte come forma di appropriazione del territorio (la scritta Bonjour tristesse sulla Schlesisches Tor di Alvaro Siza, la Spiral Jetty di Robert Smithson). La ricerca si conclude con una campagna grafica di sensibilizzazione all’architettura sulla scia del lavoro di Bernard Tschumi citato precedentemente.

GRUPPO 8 DIAMOND HOUSE

frame del video e busto con maglietta personalizzata

Il gruppo 8 è nato da una scissione di una persona da un precedente gruppo ed è quindi costituito da una sola persona con una sola opera. La sfida è proprio riuscire ad affrontare la ricerca anche se solo con un’opera, la diamond house di John Hejduk. In una sorta di azione performativa (video e produzione di gadget personalizzati) la tesi è che nel mondo contemporaneo l’importanza del brand può ambire a riscrivere i valori artistici per cui un’opera super teorica può divenire concreta attraverso la sua brandizzazione così come la gadgetizzazione tipica del museo contemporaneo può diventare parte integrata della musealizzazione di un’opera.

Alla conclusione del corso ogni studente ha redatto una sorta di “diario personale” in cui raccontare la propria esperienza del corso che è divenuto l’elaborato da portare all’esame su cui sostenere la presentazione del lavoro svolto.

“diari personali”

save the world (remake shot-for-shot di episode#1)

save the world (remake shot-for-shot* del primo paragrafo di save the world#1)

Ed infine eravamo a Novembre.

“Cazzo Novembre”. Disperazione. Mai che si potesse saltare questo mese.

E pure quest’anno sembrava così uguale all’anno scorso e anche a quello precedente..

Oramai eravamo abituati, così abituati, che sembrava che non si potesse più dire che su certe cose non ci si abitua mai. Noi “privilegiati abitanti” dei “tourist disctrict” vivevamo sott’acqua.

Venezia, Matera, Roma, Firenze..

Ogni anno, come sempre, si allagavano a causa delle intense precipitazioni meteoritiche e di una scarsa qualità delle infrastrutture idrauliche. Alcuni dicevano fosse stata una strategia diabolica per rendere fascinoso un periodo turistico dell’anno moscio.. ed in effetti le presenze erano aumentate, quello che potremmo definire il turismo dei cataclismi (come la tragedia di Costa Crociera all’Isola del Giglio che diede vita ai tristi pellegrinaggi di gruppi di curiosi/turisti )..

Si girava con le ormai immancabili “SailAmazon”, le mini barchette che si compravano su Amazon a un costo intorno ai mille euro. Anch’io ne avevo presa una in una super offerta di un black friday che era durato tutto un mese di novembre, per l’appunto, a soli 899€. Ed ero quasi contento quando la dovevo tirare fuori..

allagamenti, barchetta

Altri si arrangiavano come potevano..

donna nuda a venezia

[save the world, matdaro©]

Note:
*Shot-for-shot (it. Scena per scena) è un termine usato per descrivere l’arte visiva di realizzare un rifacimento cinematografico completamente, o in parte, identico all’originale, ma con interpreti differenti.

Design 4 @ IED (#hyper-globalization #experiential #venchipop-upstore #italianlifestyle #ladolcevita)

Lezione di apertura del corso Design 4 (in lingua inglese) presso IED Design di Roma, il primo corso che conduce alle tesi del corso di laurea in Interior Design, a.a.2019-20.

Tema generale di tesi: un pop up store Venchi da collocare in un mall di Chengdu, Cina.

Abbiamo parlato di Hyper-Globalization, la fase più acuta, più radicale del processo di globalizzazione che si intende cominciata intorno al 1990 vista come un vero e proprio modo di vivere.

La globalizzazione, che è un fenomeno che viene da lontano, non ha comportato solo delle dinamiche economico/culturali sulla società, in una continua e determinata ricerca di semplificazione degli scambi al di là delle distanze geografiche ma ha cambiato e modellato il nostro modo di vivere, in particolar modo tentando di farci assumere un profilo definito con particolare attenzione per le nostre esperienze, “marketizzabili”. Il culmine è forse l’esperienza dei social network in cui la nostra vita personale diviene un prodotto di marketing, rielaborata dagli algoritmi per assumere una sua identità comunicativa. La comunicazione precede la realtà, vendiamo le nostre esperienze.

Come può Venchi immettersi in questi scenari globali e vendere l’esperienza del gelato in modo ancor più determinato?

Qui il LINK allo slideshow della lezione.

In questa prima fase del corso la classe produrrà un unico WILD BOOK (formato A5 verticale) che fisserà i presupposti teorici del progetto sulla base delle ricerche di ogni singolo alunno o raggruppamento di alunni.

on the blackboard

Tra le discussioni con la classe si è parlato di italian life style ad esempio comunicata da questo spot di Molinari Too much

Italiani, cosa avete? Quando parlate siete esagerati. Con le ragazze siete esagerati. Con i ragazzi siete esagerati. Avete un volume esagerato, una passione esagerata, uno stile esagerato. Italiani siete esagerati ed è per questo che vi amiamo.

presentazioni pubbliche (slideshow)

DID YOU SAY ICE CREAM? group 1 (abdel-cheng)

A WALK FROM CHOCOLATE TO HEART group 2 (matthew-ganarz)

SWEET DREAMS group 3 (barelli-richter)

ALL’ITALIANA group 4 (costa)

CONSCIOUS LIVING group 5 (futoma)

[tema di tesi personale sul “turismo esperienziale in contatto con la natura”]

ed ecco l’oggetto CLASS WILD BOOK!!

Il lavoro di tesi prosegue nell’elaborazione del progetto con il Prof. Vincenzo Di Siena, qui le presentazioni nella giornata di confronto dei lavori in corso delle tesi Venchi tra laureandi di interior e product:

Evoluzioni nei progetti di tesi

Nourhan Abdel Halim Ziye Cheng (group 1)

Valentina Costa (group 4)

Maria Beatrice Barelli Raffaella Ricter (gruppo 3)

Futoma (gruppo 5)

Allestimento “Mediterranea: visioni di un mare antico e complesso” presso il Museo Archeologico Ridola di Matera, 2019

Mostra espositiva “Mediterranea: visioni di un mare antico e complesso” presso il Museo Archeologico Domenico Ridola di Matera, Capitale Europea della Cultura 2019

Project team: Mattia Darò (designer), Viviana Panaccia (curator), Vertigo Design (art direction)
Progetto multimediale: Pesci combattenti, NeoTech
Realizzazione allestimento: Architettura&Allestimenti
Committente: ASI Agenzia Spaziale Italiana, Telespazio in collaborazione con Fondazione Matera 2019
Dimensioni: 240mq
Costo allestimento: 220k €

(Il progetto è stato selezionato tra i progetti d’eccellenza nell’ADI DESIGN INDEX 2020 e parteciperà all’assegnazione del premio del Compasso d’Oro 2022)

La visita alla mostra del Ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti e di una delegazione di Italia per Expo 2020 Dubai il 19 Ottobre e il messaggio lasciato sul wall.

La visita del Presidente della Camera Roberto Fico (29 Novembre 2019).

La visita del Presidente del Parlamento Europeo Davide Sassoli nella giornata conclusiva di Matera Capitale europea della cultura (20 Dicembre 2019).

rome decadence

Lecture “ROME DECADENCE, the presence of the ruins”

at the IOWA STATE UNIVERSITY COLLEGE OF DESIGN

10th of July 2019

invited by Simone Bove and Alessandro Di Mario

LINK to the slideshow

A different look at Rome, seen with the glasses of decadence, as the unique thrust of a city always on the border between past and present.