Ok boomer|Millennials

La generazione ok boomer ha cavalcato e sostenuto la liberazione dell’EGO:

-attraverso la liberazione sessuale, l’emancipazione del sesso da censure bigotte e quindi anche da un suo mero valore funzionale, ovvero quello riproduttivo, per invece legittimarne un suo uso più ricreativo

-attraverso un uso spasmodico della comunicazione celebrativa, in particolar modo dell’auto celebrazione in una forma imprenditoriale di costruzione del proprio ego come forma di valore

La generazione millenium in realtà, acquisendo di fatto entrambi queste dinamiche, le sta anche neutralizzando, in una sorta di cura di una società troppo egotica:

-nella democratizzazione sessuale acquisita o meglio nella sua diffusione pop, ad appannaggio di tutti e non di pochi illuminati, del sesso come strategia di mettersi in mostra sono emersi i limiti della liberazione sessuale post 68 come un’attitudine alquanto maschilista di vedere il sesso inteso nella sua sfera più basica di dominio di uno su un altro

-anche in questo caso con l’avvento di sistemi di comunicazione di massa, la diffusione dell’egocentrismo ha normalizzato quella che sembrava un’attitudine di pochi coraggiosi in una pratica di un’intera società oggi definibile schizofrenica o quanto mento bipolare nella sua totalità.

C’è una scena clou del film “Closer” in cui Larry trova Alice che fa la spogliarellista in un locale, in quel posto lei che esprime tutto il suo dolore umano attraverso una disumanizzazione (sembra un replicante).

In un passaggio del loro dialogo Larry dice:

“Alice dimmi qualcosa di vero”

“Mentire è il divertimento più grande che una ragazza può avere senza spogliarsi… ma spogliata è anche meglio”

Closer (2004)

Il vero tema attuale però non può essere ricondotto ad un semplicistico ritorno indietro “era meglio prima”.

Le nuove generazioni introiettano sempre i mutamenti della società precedente, in particolar modo se sono delle conquiste.

La liberazione di una società egotica, o anche onanistica, rappresenta una conquista. Lo è.

In qualche modo porta più in avanti i confini delle potenzialità esplorative umane.

Oggi dove sono annidate le nuove conquiste da realizzare? Quali nuove debolezze umane abbiamo bisogno di liberare per fare un piccolo passo sociale in avanti?

C’è un difficile passaggio tra società boomer e società millennials che attanaglia le nostre vite, anche quelle di chi si sente al riparo: l’uso della comunicazione.

C’è stata una generazione che ci ha portato verso la società della comunicazione facendone una bandiera di emancipazione, un sotterfugio dove sfogare, in una società che non fosse più quella dispotica dei grandi conflitti mondiali, la propria voglia di contare qualcosa, le proprie massime ambizioni di potere, realizzazione personale, diciamo pensando di fare meno danni  portando l’animo conflittuale umano in una dimensione virtual/comunicativa piuttosto che in una reale (ma oggi invece cominciamo a pesare anche i danni della comunicazione).

Oggi la comunicazione e i suoi strumenti non sono più un modo innovativo di gestire il proprio “ingresso in società”, rappresenta piuttosto lo strumento più basico e diffuso di gestire rapporti interpersonali nella cosiddetta società del controllo. Questa sua estrema diffusione e conseguente normalizzazione in qualche modo la democratizza anche. Chi si è affacciato sui social da adulto gestisce la sua “bolla” chi è nativo social costruisce la sua “bolla”.

Ovviamente l’uso cinico anche del social (dalla narcisa voglia di apparire al tentativo di acquisire consenso diffuso al mero utilizzo per fini commerciali) ha sicuramente in qualche modo deviato e anche condizionato lo strumento ma lo ha condizionato in termini utilitaristici che in ogni caso ci sembra meglio che in termini di mero compiacimento.

E’ invece indubbio che poi esiste anche un suo uso low profile, con numeri enormi, di cui usa il social diciamo al 10%: da chi lo usa passivamente per avere qualche notizia di amici e interessi, da chi ogni tanto scrive un messaggio di auguri, di chi lo usa per premettere l’opportunità di sentirsi o andati a bere una cosa assieme. Da questo punto di vista se Facebook rappresenta sempre una vetrina in ogni caso verso un pubblico (più o meno vasto che sia), Whatsapp è il social della quotidianità delle chat di lavoro, delle chat dei genitori, delle chat degli amici del liceo, del pensierino a quella persona che non sentivo da tanto. Un filtro al reale. Uno strumento di mezzo. Questo uso è forse quello più interessante a livello dei cambiamenti sociali, perché si insinua, mellifluo, e influenza i nostri comportamenti deviando dal virtuale al reale.

Insomma, scavallata la fase dell’uso eroico di scoperta del mezzo, l’uso passivo (depotenziato) del social sembra essere quello più convincente, capace di farne apprezzare la sua esistenza anche perché noioso nel suo utilizzo come può essere noioso il tempo di crociera di un viaggio aereo transoceanico.

Il pericolo, così come la sfida, è che il coraggio di vivere si annidi nella solitudine dell’uomo e nella dimensione totalmente solitaria della sua esistenza.

L’aver spostato il piano della dimensione egotica (che abbiamo capito avere profonde radici concrete) in una dimensione virtuale sembra essere la sfida che stiamo vivendo.

Post umanesimo, robot e intelligenza artificiale

POST UMANESIMO, ROBOT E INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Perché l’automazione può aiutare il socialismo (oltre Chat GPT)

Non avrei mai potuto immaginare che potesse esistere un punto di connessione tra automazione tecnologica e socialismo.

Sono riuscito ad entrare in questa potente idea attraverso l’avvicinamento al mondo accelerazionista, la CCRU e il dipartimento di filosofia di Warwick, a loro volta indottrinati e agganciati a Lyotard, Deleuze e Guattari, se non Bataille, Klossowski e quindi Nietzsche, e dalla cultura di ipercrescita tecnologica di fine millennio.

In realtà, prescindendo dalla canonica analisi sull’appartenenza politica dell’accelerazionismo, individuando una corrente di destra (Land) o di sinistra (Fisher, Srnicek e Williams), la lettura sorprendente è che l’adesione ad una piena automazione così come la ricerca di un mondo più equo sembrano in realtà non confliggere, portando istanze del mondo di destra nella modalità direzionale e senza contraddittori, tipica dell’automazione, come unico modo di aderire alla contemporaneità ma allo stesso tempo come modalità di costruzione di un mondo più livellato, comunitario e quindi equo e solidale.

Se si facesse come gli accelerazionisti che assumevano come principio l’input nietzschiano di Deleuze e Guattari “Non ritirarsi dal processo, ma andare più lontano, «accelerare il processo»” (Anti Edipo), e quindi si mettesse davvero da parte il problema del capitalismo o dell’anticapitalismo, tutto risulterebbe più facile. Avremmo davvero l’adesione dell’individuo ai tempi contemporanei. Senza più l’ombra di un nemico a bloccarci ma innestati nel sistema per comprendere le sue opportunità in relazione ai propri principi.

Non esiste modo più socialista che la trasformazione degli uomini in automi pronti a lavorare, a prestare i loro servigi, per gli altri. In fondo è una modalità di intendere il lavoro che sottintende una grande generosità verso gli altri.

E il modello paradossalmente è proprio l’intelligenza artificiale che esegue gli ordini senza contraddittorio (la fantascienza ci ha aiutati a provare compassione per i robot). Ma quindi l’invenzione della automazione (nostra invenzione) è divenuta un modello ideale che come tutti i modelli ideali ha conseguenze sociali, politiche, culturali. Osservando le intelligenze artificiali assolvere così bene il loro lavoro noi ci modelliamo su di loro. Scopriamo, differentemente da quello che abbiamo creduto soprattutto in anni di coltivazione dei nostri super ego, che sottomettersi agli input è una forma di grande generosità verso gli altri per un futuro più solidale e meno individualista. Sconfessiamo anni tutti tesi alla costruzione di modelli di superomismo per un impegno più diffuso e costante senza tornaconto (dal modello dell’ “efficienza del supereroe” al modello dell’ “efficienza degli automi”). E’ vero che questo nuovo modo di stare al mondo può rivoluzionare completamente la sua stessa narrazione.

E inoltre siamo pronti a sostenere che l’intelligenza collettiva è superiore all’intelligenza individuale? A questo ci sta portando l’uso ormai quotidiano di intelligenze artificiali. Che non significa che noi ci stiamo facendo soggiogare dalla tecnologia ma che stiamo utilizzando la tecnologia per permetterci di mettere a sistema più intelligenze che altrimenti non avremo modo di incontrare, in particolare in così grande numero (la moltitudine) che è un modo nuovo di considerare la qualità (solitamente più fondata sul tema della unicità).

Inoltre per un automa (un’intelligenza artificale, Alexa o Siri o Chat GPT che sia) noi siamo davvero tutti uguali.

Noi siamo pronti a guardare il prossimo con la stessa capacità egualitaria?

LINK CINEMATOGRAFICI:

LINK 1 “BLADE RUNNER” i ricordi di Rachel, lo struggente momento di Blade Runner in cui Decker alimenta alla replicante Rachel dei dubbi sulla sua reale natura (anche i robot piangono)

LINK 2 “IL MONDO DEI ROBOT” ne Il Mondo dei Robot di Michael Crichton, il robot-pistolero si ribella con gli ospiti umani del parco dei divertimenti tematico Delos

LINK 3 “TERMINATOR 2” il modello T-1000 mutaforma capace di assumere le sembianze di qualunque cosa con massa analoga

“Un cyborg è un organismo cibernetico, un ibrido di macchina e organismo, una creatura che appartiene tanto alla realtà sociale quanto alla finzione. La realtà sociale è costituita dalle relazioni sociali vissute, è la nostra principale costruzione politica, una finzione che trasforma il mondo.”

Donna J. Haraway, Manifesto cyborg

LINK: Robot umanoide stramazza al suolo

LINK Ameca expressions with GPT3 / 4

“Humankind cercherà di mostrare che la categoria di “genere umano” può costituire una via percorribile e vitale al fine di presentare una politica comunista: una politica che in realtà questo libro non sarà considerata in una vocazione semplicemente internazionale, ma planetaria”

Timothy Morton, dall’introduzione di Humankind