Info 4

Mattia Darò, architetto e designer, dottore di ricerca in architettura, è un libero professionista con studio a Roma.

Dal 2018, si occupa, in qualità di direttore e project manager, dell’ufficio concorsi dell’Ordine degli Architetti di Roma per la promozione e realizzazione dei concorsi di progettazione come procedura di qualità per l’affidamento degli incarichi professionali. L’area concorsi OAR ha contribuito da ormai 8 anni (dal 2018) all’accompagnamento dell’amministrazione capitolina, ma non solo, alla programmazione e pianificazione, tramite procedura concorsuale, garanzia di qualità progettuale, di alcune delle più importanti trasformazioni urbane della città, tra cui si ricorda la riqualificazione di Piazza dei Cinquecento (recentemente inaugurata), il Polo Civico Flaminio e il Museo della Scienza facenti parte della trasformazione del “distretto del contemporaneo” di via Guido Reni, il nuovo progetto del Mercato di piazza San Giovanni di Dio, il centro culturale Tor Marancia o il nuovo Urban Center Metropolitano di Roma così come la collaborazione con la Sovrintendenza Capitolina nei contesti delicati e preziosi della città come la riqualificazione dell’area monumentale della Cisterna delle Sette Sale e la Nuova Passeggiata Archeologica nell’area dei Fori Imperiali.

Dal 2000 svolge l’attività di libero professionista a Roma avendo avuto l’opportunità di affiancare suo padre Bruno nella fondazione e gestione dello studio darò&darò S.a.s. e successivamente facendo parte del team di professionisti Viviandpartners S.r.l.s occupandosi prevalentemente di allestimenti fieristici ed espositivi, curando i progetti e la realizzazione di moltissimi allestimenti nel mondo, in particolar modo per il gruppo Finmeccanica, realizzando diverse mostre in prestigiosi luoghi espostivi in tutto il mondo (Museo del Vittoriano di Roma, il Museo dell’Ara Pacis di Roma, Palazzo delle Esposizioni di Roma, Museo della Scienza e Tecnologia Leonardo Da Vinci di Milano, Palais de la Decouverte di Parigi, Sede dell’ONU di New York, Museo dei Mercati di Traiano di Roma, Musei Capitolini di Roma, Museo Nazionale Romano, Museo Ridola di Matera).

Come libero professionista si occupa anche di ristrutturazione di interni offrendo un servizio di consulenza totale, dal progetto fino alla realizzazione, coordinando una equipe di lavoro di professionisti, dalla compravendita e le pratiche edilizie alla impresa dei lavori fino alla scelta degli arredi e/o al dettaglio delle lavorazioni artigianali.

Tra il 2000, anno del conseguimento della Laurea, e il 2022 ha svolto un lungo e intenso periodo di attività di ricerca scientifica continuando a frequentare le Università e le scuole di design, conseguendo il dottorato internazionale Villard d’Honnecourt presso lo IUAV di Venezia nel 2007 e ricoprendo il ruolo di professore a contratto presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Roma Tre e nel corso di laurea in Design Industriale dell’Università La Sapienza di Roma, ha anche insegnato presso l’Istituto Europeo di Design e la Domus Academy. Dal 2025 insegna Interior Design presso NABA Nuova Accademia di Belle Arti di Roma.

Post umanesimo, robot e intelligenza artificiale

POST UMANESIMO, ROBOT E INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Perché l’automazione può aiutare il socialismo (oltre Chat GPT)

Non avrei mai potuto immaginare che potesse esistere un punto di connessione tra automazione tecnologica e socialismo.

Sono riuscito ad entrare in questa potente idea attraverso l’avvicinamento al mondo accelerazionista, la CCRU e il dipartimento di filosofia di Warwick, a loro volta indottrinati e agganciati a Lyotard, Deleuze e Guattari, se non Bataille, Klossowski e quindi Nietzsche, e dalla cultura di ipercrescita tecnologica di fine millennio.

In realtà, prescindendo dalla canonica analisi sull’appartenenza politica dell’accelerazionismo, individuando una corrente di destra (Land) o di sinistra (Fisher, Srnicek e Williams), la lettura sorprendente è che l’adesione ad una piena automazione così come la ricerca di un mondo più equo sembrano in realtà non confliggere, portando istanze del mondo di destra nella modalità direzionale e senza contraddittori, tipica dell’automazione, come unico modo di aderire alla contemporaneità ma allo stesso tempo come modalità di costruzione di un mondo più livellato, comunitario e quindi equo e solidale.

Se si facesse come gli accelerazionisti che assumevano come principio l’input nietzschiano di Deleuze e Guattari “Non ritirarsi dal processo, ma andare più lontano, «accelerare il processo»” (Anti Edipo), e quindi si mettesse davvero da parte il problema del capitalismo o dell’anticapitalismo, tutto risulterebbe più facile. Avremmo davvero l’adesione dell’individuo ai tempi contemporanei. Senza più l’ombra di un nemico a bloccarci ma innestati nel sistema per comprendere le sue opportunità in relazione ai propri principi.

Non esiste modo più socialista che la trasformazione degli uomini in automi pronti a lavorare, a prestare i loro servigi, per gli altri. In fondo è una modalità di intendere il lavoro che sottintende una grande generosità verso gli altri.

E il modello paradossalmente è proprio l’intelligenza artificiale che esegue gli ordini senza contraddittorio (la fantascienza ci ha aiutati a provare compassione per i robot). Ma quindi l’invenzione della automazione (nostra invenzione) è divenuta un modello ideale che come tutti i modelli ideali ha conseguenze sociali, politiche, culturali. Osservando le intelligenze artificiali assolvere così bene il loro lavoro noi ci modelliamo su di loro. Scopriamo, differentemente da quello che abbiamo creduto soprattutto in anni di coltivazione dei nostri super ego, che sottomettersi agli input è una forma di grande generosità verso gli altri per un futuro più solidale e meno individualista. Sconfessiamo anni tutti tesi alla costruzione di modelli di superomismo per un impegno più diffuso e costante senza tornaconto (dal modello dell’ “efficienza del supereroe” al modello dell’ “efficienza degli automi”). E’ vero che questo nuovo modo di stare al mondo può rivoluzionare completamente la sua stessa narrazione.

E inoltre siamo pronti a sostenere che l’intelligenza collettiva è superiore all’intelligenza individuale? A questo ci sta portando l’uso ormai quotidiano di intelligenze artificiali. Che non significa che noi ci stiamo facendo soggiogare dalla tecnologia ma che stiamo utilizzando la tecnologia per permetterci di mettere a sistema più intelligenze che altrimenti non avremo modo di incontrare, in particolare in così grande numero (la moltitudine) che è un modo nuovo di considerare la qualità (solitamente più fondata sul tema della unicità).

Inoltre per un automa (un’intelligenza artificale, Alexa o Siri o Chat GPT che sia) noi siamo davvero tutti uguali.

Noi siamo pronti a guardare il prossimo con la stessa capacità egualitaria?

LINK CINEMATOGRAFICI:

LINK 1 “BLADE RUNNER” i ricordi di Rachel, lo struggente momento di Blade Runner in cui Decker alimenta alla replicante Rachel dei dubbi sulla sua reale natura (anche i robot piangono)

LINK 2 “IL MONDO DEI ROBOT” ne Il Mondo dei Robot di Michael Crichton, il robot-pistolero si ribella con gli ospiti umani del parco dei divertimenti tematico Delos

LINK 3 “TERMINATOR 2” il modello T-1000 mutaforma capace di assumere le sembianze di qualunque cosa con massa analoga

“Un cyborg è un organismo cibernetico, un ibrido di macchina e organismo, una creatura che appartiene tanto alla realtà sociale quanto alla finzione. La realtà sociale è costituita dalle relazioni sociali vissute, è la nostra principale costruzione politica, una finzione che trasforma il mondo.”

Donna J. Haraway, Manifesto cyborg

LINK: Robot umanoide stramazza al suolo

LINK Ameca expressions with GPT3 / 4

“Humankind cercherà di mostrare che la categoria di “genere umano” può costituire una via percorribile e vitale al fine di presentare una politica comunista: una politica che in realtà questo libro non sarà considerata in una vocazione semplicemente internazionale, ma planetaria”

Timothy Morton, dall’introduzione di Humankind

Oltrefrontiere del progetto di case (senza progetto)

Oltrefrontiere del progetto di case: senza progetto

Strategie di sopravvivenza culturale/professionale

E’ possibile progettare senza progetto?

Questo è il mio nuovo stimolo/limite.

Sconfiggere la dittatura del progetto, programmando il meno possibile ma spingendo verso un “fluido decisionismo degli eventi”.

E sto sperimentando varie strade che tento di ricostruire:

1) la strada personale, privata del non decidere mai e se per caso decidi rimettere in discussione subito la decisione, ogni scelta ne annulla infinite altre (troppo crudele scegliere), la non scelta mette tutto sullo stesso piano, un melting pot del proprio bagaglio culturale e professionale (arriva quello che non sei riuscito ad evitare che arrivasse)

2) la strada del “grado zero” delle scelte: minimalismo radicale, un approccio minimal ma solo per coltivare la riduzione della scelta e non per adesione stilistica, tende all’astrazione e spersonalizzazione così da risultare di più facile condivisione tra cliente e progettista

3) la strada di “villa malaparte” (*), il progettista incaricato si sottrae totalmente al suo ego e si appiattisce al cliente che diventa più bravo di lui, una sorta di “democrazia diretta” del progetto che attua uno scambio delle parti

le 3 strade sono sovrapponibili, intercambiabili, incrociabili

Politiche d’architettura a sinistra, c’è un’occasione per essere contro

Politiche d’architettura a sinistra, c’è un’occasione per essere contro

Politica e Architettura

Non c’è dubbio che la politica c’entri molto con le direzioni dell’architettura (come di tutto il resto).

Oggi c’è un nuovo codice degli appalti. Possiamo dire che non ci piace (almeno alla comunità degli architetti).

Se è dunque una notizia negativa dall’altra, politicamente e a sinistra, è una notizia che rappresenta un’opportunità unica. Essere contro. Ritrovare la forza e la creatività di esserlo. Smettendo di essere opportunisti. Sì l’abbiamo detto tante volte che non c’era niente di male ad esserlo, che il sistema va capito e bisogna dialogarci. E invece niente, almeno in Italia (vittoria della destra, crisi della sinistra di sistema), il momento storico non garantisce più spazio per inventarsi creativi di sistema.

Essere contro

L’unico spazio possibile è quello di “essere contro”. E per essere contro non si può dire “io avrei fatto in altro modo” “non si fa così”… Si è contro e fine. Non si aderisce più. Si accetta una fase in cui non si è più in grado di risolvere i problemi, se ne occupano gli altri e a noi non ci piace il modo come se ne occupano. Basta finti moralismi o dimostrazioni di “capacità da maestrini” a dimostrazione che noi saremmo bravissimi. No, noi non siamo stati bravi quindi sta a voi. Si accetti il fallimento, si lasci fare, ma si riservi l’opportunità di non condividere nulla!

Fallimento delle modalità ibride

Tornando all’architettura, alla politica di trasformazione delle città, si faccia chiarezza che le “modalità ibride” perseguite fino ad ora non funzionano. La qualità ha una sua storia (i concorsi, la cultura etc.); l’idea che si possa far finta di preservare architetti mezzi acculturati che però riescono a gestire il codice degli appalti si sta rivelando oggi un processo di una estrema debolezza perché da una parte ha ucciso i bravi architetti (per essere bravi architetti bisogna leggere meno codici e più libri di architettura) mentre dall’altra ha avallato una filosofia “codicistica” basata su articoli e commi.

La cultura necessita di crederci fino in fondo e non a metà. Certo che non è facile, ma si sapeva.. Coraggio, fallire e rinascere!

Pd e 5 stelle

E poi se vogliamo scendere sul terreno dei “contendenti a sinistra”, tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico, un bel dibattito sarebbe sull’interpretazione del potere a sinistra e qualcosa, osservando Roma, si può già dire:

Nei 5s c’è stato il tentativo di fare una cosa orizzontale e dal basso con tutti i problemi che ne possono nascere (indefinitezza, deresponsabilità, incapacità) con classi dirigenti alle volte improvvisate coltivando l’ambizione di una “democrazia diretta”, ovvero il rappresentante eletto si fa mero portavoce di chi lo ha votato e non attuatore di decisioni che lui ritiene giuste per gli altri (la differenza è sostanziale).

Nel Pd il potere è fortemente verticista o verticale, non c’è spazio per chi è sotto di farsi intraprendente, insomma ad esempio sì ok il reddito di cittadinanza ma assolutamente no al potere in basso, chi è sotto deve stare al suo posto recependo le direttive da chi è sopra, per far funzionare al meglio le cose (in questo c’è una sorta di convergenza con i soccorsi dei governi tecnici, vedi Draghi).

Progetti improvvisati versus modello progetto

Sono due approcci, a mio avviso agli antipodi, nel primo chi ha il potere fa un passo indietro e lo offre a chi il potere lo subisce accettando “progetti improvvisati”, nel secondo caso chi ha il potere lo esercita sugli altri in nome dell’efficacia di un più dogmatico “modello progetto” che non deve essere contraddetto per preservare la sua efficacia.

Per questo mentre nel Pd il correntismo è dilaniante (perché a chi tocca arriva esercizio del potere vero e quindi è un continuo tentativo di opa, la speranza che tocchi a la nuova corrente questa volta) nei 5s il correntismo è più un modo fluido di sopravvivere perché in fondo il metodo, che è più forte del progetto, permette a chiunque di assumere il potere perché poi a sua volta è riconsegnato in basso.

I concorsi tra Raggi e Gualtieri

Ad esempio tornando all’architettura, i concorsi di progettazione sono stati interpretati come strumento operativo dalla Giunta Raggi che ha favorito gli uffici che ne avessero fatto ricorso, a prescindere dal colore politico ma come buona pratica. La Giunta Gualtieri invece lo interpreta come strumento alto per mettersi una sorta di medaglietta di procedura virtuosa. Anche qui la modalità è agli antipodi. Da un lato il tentativo di immettere nel sistema una modalità di procedura virtuosa dall’altra un modo di ostentazione di bravura.

manifesto creativo di psicoprogetto

1. Ogni progetto non può trascendere dalla personalizzazione

2. Per questo deve schivare le insidie dei modelli

3. Che provano a porre dei limiti alle capacità psico sensitive (la continua messa in crisi è necessaria)

4. L’idea di bello è un’insidia a maggior ragione se se ne presuppone la sua oggettività 

5. Recuperarne la sua soggettività è il vero percorso

6. Schivare l’idea precostituita

7. Per liberare l’idea propria

8. Prediligere il processo

9. Esercitando il coraggio

10. Usufruendo delle sorprese

11. Coltivando l’istinto rivoluzionario

12. Ostinarsi a non intercettare mai la facilitazione del modello contraddicendosi

13. Della costruzione mentale del finito

14. Alimentare il non finito

15. E la dimensione fluida del progetto, mai statica

16. Diffidare delle mode come delle droghe, usare con cautela

corridoi, anfratti

Bistrattati, denigrati, annichiliti dagli open space.

Occorre rivalutarli a prescindere, anche solo per partito preso.

Eppure chi non ha una paura ancestrale che riguarda un corridoio, un ripostiglio, un anfratto?

Quel cunicolo lungo dove alle volte neanche si vede la fine.. oscuro, da cui la nostra immaginazione partorisce mostri e uomini neri.

La dimensione psichica del corridoio merita attenzione anche nella sua dimensione negativa.

Il tecnico illuminato dice che ruba spazio, la verità è che fa paura.

Il corridoio va amato in quanto spazio di percorrenza che ti porta da un ambiente ad un altro, come spazio indefinito degli incontri, della funzione da inventare.

A proposito di psico-corridoio, alcune immagini di corridoi, che rappresentano la dimensione psichica dei protagonisti, da due maestri del cinema Kubrick e Lynch):

Sto tentando di plasmare questi spunti in un progetto abitativo

Info (3)

Sono un libero professionista che vive a Roma.

Architetto/designer, dottore di ricerca:

dal 2000 al 2007 sono stato socio e amministratore dello studio darò&darò a.c.a. con il quale ho realizzato oltre 50 allestimenti espositivi e fieristici nel mondo (Francia, Olanda, Giappone, Stati Uniti, Egitto, Russia, Svizzera) lavorando con le aziende leader del settore aerospaziale italiano ed europeo (Finmeccanica, Alenia Spazio, Marconi Selenia, Cira, Telespazio, Agenzia Spaziale Italiana e Agenzia Spaziale Europea): LINK

dal 2007 al 2019 ho cominciato, in qualità di partner del team di professionisti multidisciplinari vivi&partners Srl, a dedicarmi specificatamente ai progetti allestitivi museali di divulgazione scientifica sui temi dell’ambiente e della tecnologia, sempre per importanti società e/o enti attivi nel settore aerospaziale (in particolare con le istituzioni ASI ed ESA), realizzando diverse mostre in prestigiosi luoghi espostivi in tutto il mondo (Museo del Vittoriano di Roma, il Museo dell’Ara Pacis di Roma, Palazzo delle Esposizioni di Roma, Museo della Scienza e Tecnologia Leonardo Da Vinci di Milano, Palais de la Decouverte di Parigi, Sede dell’ONU di New York, Museo dei Mercati di Traiano di Roma, Musei Capitolini di Roma, Museo Nazionale Romano, Museo Ridola di Matera); oggi, con l’esperienza maturata, sono in grado di costruire progetti espositivi fin dall’inizio, dalla costruzione del budget, la selezione dei professionisti da coinvolgere fino al completo coordinamento della fase realizzativa: LINK

Come libero professionista ho curato, parallelamente all’attività dell’exhibit, numerosi progetti (una ventina) di interior design per privati con una particolare attenzione alla ricerca tipologica per le nuove forme dell’abitare e la cura del dettaglio, curando progettazione, direzione lavori e coordinamento delle maestranze impiegate nella realizzazione: LINK

Per tantissimi anni, dal 2001 al 2018, sono stato professore a contratto presso la Facoltà di Architettura Università degli Studi Roma Tre, dove ho svolto l’attività di supporto alla didattica come attività seminariali, lezioni frontali, laboratori progettuali collaborando con molti docenti organici e ho anche ricoperto il ruolo di docente a contratto, titolare di corsi accademici semestrali. Ha insegnato anche presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Camerino, presso il Dipartimento di Pianificazione Design e Tecnologia dell’Architettura, Università La Sapienza di Roma e dal 2010 al 2022 ho insegnato presso il Dipartimento di Design dell’Istituto Europeo di Design dove, oltre a tenere corsi di progetto, ha partecipato alle commissioni di tesi, a progetti speciali in lingua italiana ed inglese. Ho insegnato anche presso il Master in lingua inglese “Cultural experience, design and management” della Domus Academy: LINK

Dal 2018 mi occupo di progettazione alla grande scala urbana come city manager dirigendo l’Ufficio Concorsi dell’Ordine degli Architetti di Roma e Provincia, un vero e proprio laboratorio per la promozione di procedure di trasformazione urbana di qualità che, dal 2018 al 2021, sulla base di un atto d’intesa con Roma Capitale, ha gestito tutte le procedure concorsuali che sono state promosse dall’amministrazione, dando vita in 4 anni ad alcuni dei principali interventi di rigenerazione e riqualificazione di Roma, attraverso la procedura del concorso di progettazione in modalità telematica. Dal 2022 l’ufficio ha dato vita a CAN (competition architecture network), la propria piattaforma, per supportare le stazioni appaltanti nell’organizzare, gestire ed espletare i concorsi di progettazione: LINK

CV europeo completo > LINK

Portfolio > LINK

Info (2)

(Luglio 2022) Mattia Darò, architetto/designer/teorico, dottore di ricerca in architettura, è un libero professionista che qui tenta una riflessione sul proprio operato per meglio capire il mondo che vive.

Viviamo nella Grande Accelerazione.

E se ci viviamo da tempo (si dice dal 1950) in realtà ne cominciamo a parlare con consapevolezza da poco.

Quindi Io vivo nell’era dell’Antropocene a causa della Grande Accelerazione prodotta dal sistema terra.

Cosa ne deduco nella mia attività? Tento di avvisare alcune piccole percezioni culturali che sicuramente incidono sulla mia vita pubblica di architetto.

Produrre non è più un bene a prescindere. Produrre e consumare può essere un male. E qui c’è una frattura netta con la generazione dei boomer (dei padri). Immettersi nel sistema del fare è la causa dei mali dell’accelerazione (da una parte conseguenza inevitabile data dal grande sforzo teso ad un’idea aurea del progresso negli ultimi 70 anni, dall’altra la causa di tutte le principali preoccupazioni per il nostro futuro).

Dunque viviamo un totale bipolarismo culturale.

Se l’eroismo della generazione boomer ha tentato di proporsi a tutto tondo dando vita ad un modello culturale tendenzialmente legato alla rivendicazione della sfera iconica/mediatica tout court e quindi anche alla liberalizzazione intellettuale del mercato ma diciamo con un’azione sintetizzabile chiaramente: da giovani si fa ricerca e a seguire si fa gli imprenditori innestandosi nel mercato e conquistandolo. Potremmo dire una confortante via di mezzo tra eroismo e voglia di benessere: la comfort zone del politicamente corretto, capitalizzo ma faccio pensare. Modalità che la consapevolezza accelerazionista in realtà non ammette più: si chiede maggiore radicalizzazione all’interno del proprio fare.

E infatti oggi, per le nuove generazioni, non è più così. Chi fa ricerca è condannato a fare ricerca, spingendo sempre più sui limiti del sistema a inglobare la ricerca (il fallimento delle scuole e università è emblematico, essendo inevitabilmente sistema non fanno più ricerca ma applicazioni). Chi produce è totalmente compreso nel sistema, alimenta l’accelerazione e sfugge a qualsiasi eroismo culturale. La produzione è oggi totalmente dentro al mercato: funziona meglio chi investe di più, il capitale muove il capitale.

Tra i produttori non esistono eroi ma piuttosto bravissimi manager di piccole attività che hanno una sufficiente acculturazione per aggiungere un quid di poesia al loro prodotto, che poi significa fare un prodotto similare ad altri che sono già piaciuti.

Gli eroi si muovono da outsider della disciplina, nei suoi punti di rottura, elaborando anti prodotti, mettono continuamente in crisi la disciplina scoprendo nuove frontiere di improduttività, di un senso comune del “sarebbe bello ma non è fattibile”, in definitiva autoflagellandosi.

E anche Io sono dilaniato da questo bipolarismo.

Alterno fasi psicoesistenziali e fasi di attività esattamente corrispondenti alle due descrizioni precedenti, alternando puro spirito accelerazionista a immanenza critica diffusa. Constatando in entrambi i casi la vacuità dei entrambe le modalità. Se ne può estrapolare una poetica:

Al contrario della generazione precedente lo sforzo è quello di contenere maggiormente il contenuto signico, ovvero la necessità primaria dell’era passata ma ancora attuale di farsi riconoscere a tutti i costi iconicamente. Al contrario oggi lo sforzo deve essere quello contenutistico: rimettere al centro i contenuti a cospetto di una società totalmente in balia dell’etere. La normalità del mondo vive di pulsioni mediatiche, le nuove prospettive del pensiero devono invece sfidare la consuetudine del mettersi in mostra per essere ancor più capaci di intercettare il reale, ma senza l’ansia di ostentarlo ma anzi coltivando il segreto, fatto che nessuno sembra più desiderare nella società della dittatura della trasparenza.

Questo comporta che l’Io si presta agli altri senza esigenza di sovrastare. Il prodotto si plasma totalmente su chi ne vuole usufruire. Non è più il momento dell’artefice che si impone nella sua artisticità (che del resto si è normalizzata). Si apre l’era dell’astensione come metodo. Astenersi dall’imporre il proprio io fluidifica la voglia di emersione degli altri io. Fatto che crea una forza di contrapposizione, non va inteso come rinuncia ma anzi come atto estremo di preservare davvero l’io sincero. L’unicità è nel non esporsi, nella coltivazione del segreto.

LINK CV

(concorsi di architettura) agitazione culturale, confessioni retroattive

(concorsi di architettura) agitazione culturale, confessioni retroattive

Per me, non è possibile agire nelle dinamiche gestionali della città in chiave culturale senza attivare processi insurrezionali.

Ovvero senza agire attraverso un approccio agit prop (di agitazione politica).

La cultura si spegne se edulcorata o istituzionalizzata. O meglio ritrova la sua identità nei confini dati dal suo ambito settoriale, parla di trasgressione solo a chi sa leggerla come tale. Non sborda più. E la politica ritrova il suo baricentro.

Per essere ancora più semplificanti, è l’artista che prende possesso del potere anziché esserne servo, come solitamente invece deve fare.

Questo è stato l’approccio alla mia esperienza di agit-prop dei concorsi di progettazione attraverso l’animazione (coordinamento agitato) dell’ufficio concorsi dell’Ordine degli Architetti di Roma che ha affiancato l’amministrazione capitolina tra il 2018 e il 2021.

Ci tengo a sottolineare che non era mai successa una tale esperienza così forte di sodalizio tra i due enti pubblici (ricordo 10 concorsi realizzati, o meglio la totalità delle procedure che l’amministrazione ha bandito o promosso ricorrendo al concorso di progettazione da codice).

Esperienza nata quasi per caso, da un confronto davanti a un caffè tra me e Alessandro Ottaviani, che poi ha visto concretizzare le sue possibilità in due fatti istituzionali: il successo alle elezioni del consiglio dell’Ordine della lista “Pro Architettura in Movimento”, la capacità di Flavio Mangione e di Andrea Iacovelli, presidente e consigliere dell’ordine, di intravedere la concreta possibilità fattiva nel far nascere questa iniziativa, la disponibilità di Luca Montuori, divenuto assessore all’urbanistica nella giunta 5 stelle, ad avviare questo discorso di partnership dell’amministrazione con l’Ordine.

A seguire sono subentrare altre persone fondamentali a dare linfa al progetto: in primis cito Francesca Del Bello che per prima ha avuto l’intuizione che l’opportunità di attivare da un piccolo ufficio tecnico una procedura di qualità con l’ausilio dell’ufficio dell’ordine che ha partecipato con il secondo municipio all’individuazione dei temi delle pedonalizzazioni di importanti spazi pubblici del territorio da porre a concorso, ha scritto il documento di indirizzo alla progettazione, ha svolto il ruolo di coordinamento di tutto il concorso, ospitando la commissione alla Casa dell’Architettura, e promuovendo eventi per la diffusione degli esiti come mostre e convegni.

Molto più faticosa è stata la vicenda del concorso del Centrale del Foro Italico. Un lungo braccio di ferro tra amministrazione e il CONI, che partiva da una distanza importante che si era creata con la decisione della mancata candidatura alle Olimpiadi. Ma la decisione di fare il concorso (anziché una gara) venne infine presa e fu, per il nostro ufficio, un momento importante di messa alla prova che ci portò ad apportare delle modifiche al disciplinare di concorso per portare la procedura più vicina ad alcuni meccanismi delle gare piuttosto che a quelle del concorso di progettazione classico. In particolar modo nel meccanismo di poter trovare in caso di passaggio al secondo grado i requisiti speciali che rassicurassero la stazione appaltante sugli assegnatari dell’incarico, fatto che ha poi condizionato i nuovi modelli di disciplinare proposti dal Consiglio Nazionale degli Architetti.

Subito a seguire inizio il sodalizio con il “bellicoso” primo municipio, rappresentato da una figura combattiva come la presidente Sabrina Alfonsi e un personaggio chiave come il direttore tecnico Chiara Cecilia Cuccaro, che ha sposato appieno la causa dei concorsi d’architettura. Da queste forze è nato il concorso di progettazione per l’area Paolo Caselli di Testaccio e, verso la conclusione dell’esperienza di tutti (per motivi diversi e personali), il concorso di Angelo Mai, come una sorta di eredità per chi sarebbe succeduto. Sottolineo che non era mai successo che temi di trasformazione urbana venissero affrontati in prima persona dalle strutture territoriali dell’amministrazione (a proposito del tanto decantato decentramento).

A quel punto sono arrivati i concorsi di Roma Capitale (la trilogia del Nuovo Mercato San Giovanni di Dio, il Polo Civico Flaminio, il Centro Culturale Tor Marancia). Sicuramente i concorsi che hanno avuto dietro la maggiore forza (in termini di risorse organizzative e proposizione). E qui l’ufficio dell’ordine, che si è interfacciato con un ufficio specifico dell’amministrazione dove voglio ricordare Sara Lo Cacciato e Oscar Piricò (entrambe figure già della squadra poiché una era la responsabile del procedimento dei concorsi del secondo municipio e il secondo già membro della commissione concorsi dell’ordine, molto attiva nel momento iniziale di attivazione dell’ufficio), ha coordinato una serie di servizi di supporto all’amministrazione curando dai rilievi, alle analisi vegetazionali, alle traduzioni in lingua inglese ma soprattutto direi il lavoro di immagine coordinata del concorso (dai loghi all’elaborazione visiva della documentazione di gara) che ha aggiunto un fattore di qualità e riconoscibilità alla procedura che ha anche trovato nel suo meccanismo una maggiore chiarezza e definizione: nelle sole 3 procedure oltre 160 progetti pervenuti.

Assieme al Centrale del Foro Italico, uno dei progetti più importanti per la città è stato quello per piazza dei Cinquecento, concorso bandito da Grandi Stazioni Rail. Anche in questo caso, il ruolo dell’assessorato all’urbanistica è stato nevralgico nel voler scegliere la procedura concorsuale. E l’ufficio si è fatto trovare pronto e ha svolto tutto il coordinamento del concorso che, oltre all’importanza del tema, ha avuto un profilo procedurale di altissimo livello (conclusosi solo questa settimana in tutte le verifiche formali) così come di alto profilo è stata la composizione della commissione (cito il presidente Patricia Viel, Alfonso Femia, Francesco Cellini e Orazio Carpenzano, anche lui già partner collaudato nel sostenere l’attività dell’ufficio).

Rimane il fatto che le incursioni “agit prop” non potrebbero essere tali se non arrivassero ad una loro conclusione. O meglio, essendo in qualche modo performative non possono poi pensare di essere sistemiche. Il sistemico appartiene alla politica che infatti ha il compito di mediare, l’architettura, come tutte le arti, ha il compito di radicalizzare il proprio fallimento. Addirittura nel momento in cui tutto intorno cambiava (nuova amministrazione, nuovo consiglio dell’ordine) è arrivato anche il decimo concorso (quello con la Sovrintendenza Capitolina della Cisterna delle Sette Sale), una sorta di applauso finale, di “bis”.

Quanto successo in questa esperienza sono state delle vere e proprie incursioni, nulla di sistemico. Delle “finestre temporali” nel sistema di potere, avvenute per capacità di esserci, di cogliere le possibilità, di buttarsi a capofitto in un’avventura. La sua forza è sempre stata l’avere coscienza che la finestra era stretta e che nulla di predeterminato  c’era anche lì dove ci si immaginerebbe che invece fosse tutto precisamente determinato: quella che mi piace chiamare “pura immanenza”.

extreme chinese shop as home

Nuovi spunti a 10 anni da EXTREMECOHOUSINGPROGRAM

Partiamo da un dato: ogni casa non può durare più di 10 anni, casa nel senso molto ampio del termine, che prescinde da questioni tecniche, di spazio, professionali, ovvero un progetto abitativo esistenziale.

Se Extreme Cohousing Program si fondava sull’estremizzazione della casa iperfunzionalista con estetica assolutista volta al dinamismo e alla massima condivisione degli spazi.

Extreme Chinese Shop As Home si fonda sul concetto di utilizzare lo spazio anche in modo inutile, intenderlo come indefinito (informale nella sua essenza), la casa dello spreco.

Scelte in opposizione, per esemplificare in tipi di spazi: no ingresso versus ampio ingresso.

Per questa ragione il suo modello, che da il titolo al progetto, è proprio lo spazio fisico e percettivo del negozio cinese, in cui entri e non sai dove arrivi (ti perdi per ritrovare l’uscita) e ti sembra di essere sempre in un grande caos visivo pieno di cose (anch’esse indefinite).

Come Jack Burton quando da un ingresso qualunque si ritrova in un dedalo di corridoi e cunicoli segreti sotterranei per ritrovarsi nel palazzo di Lo Pan, nel film di John Carpenter “Grosso guaio a Chinatown”: ambire ad una casa sorpresa, che, anche a livello visivo, non ti rivela mai la sua “bellezza” (guarda che soggiorno, che vista magnifica, che bel tavolo) ma ti cattura proprio nella sua inafferrabilità.

Schizzi e immagini a corredo: