#OVERAQUEDUCT

 

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Il racconto specifico sulla nascita di District Rome poi si interruppe.
A corollario però delle vicende note, in un lontano futuro, vennero rinvenuti una serie di disegni in cui si sovrapponevano diversi e tanti periodi storici rendendo molto complicata l’interpretazione..

Per gli altri episodi: district rome

#13NOV2015

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Il racconto specifico sulla nascita di District Rome poi si interruppe.
A corollario però delle vicende note, in un lontano futuro, vennero rinvenuti una serie di disegni in cui si sovrapponevano diversi e tanti periodi storici rendendo molto complicata l’interpretazione..

Per gli altri episodi: district rome

Oss.06 cinismo appassionato vs. suicidio romantico

Oss.06 cinismo appassionato vs. suicidio romantico

Koolhaas vs. Tafuri, con Superstudio a fare da trait d’union?

The continual references to catalogue and inventories and the definitely didactic nature of the publication constitute the affirmation of the wish to testify to one of the most logical acts that an intellectual can commit today: suicide. (Better still if it is suicide committed in public).
The new role of the intellectual will be born only after all the moralisms, aspirations and pretentions of his present role have vanished, perhaps violently. The architect’s suicide and the disappearance of archcitecture are two equivalent phenomena: to work towards the one or the other is only a question of quantity.
In both cases, it means eliminating the formal structures connected to artificial scale of values.
In this sense, our work has used the instruments of architecture in a contrary fashion, gradually, through absurdity, showing its uselessnes, its falsity and its immorality.
[Adolfo Natalini, SUPERSTUDIO, AA School of Architecture lecture, 3 March 1971 tratto da Peter Lang, Suicidal Desires in Peter Lang, William Menking, Superstudio, life without objects, Skira, Milano, 2003]
Insomma la tentazione eroica e reiterata al suicidio è parte intrinseca della disciplina stessa.
E’ l’eredità del ventesimo secolo che denuncia la conquista della laicità anche nei confronti di un’infatuazione intellettuale. L’amore per l’architettura dunque non può non trascendere in una ricerca ossessiva per la sua negazione, per la denuncia della sua morte: dunque, come si diceva, il suicidio “He was a lifelong prisoner on the island of himself” (così dice Jonhatan Franzen riferendosi all’amico suicida David Foster Wallace nel racconto a lui dedicato Farther Away).
Tafuri si suicida come architetto progettista portando con sé tutti gli altri architetti, nessuno escluso (o quasi), e inventa l’architetto scrittore, vedi anche il post a lui dedicato.
Koolhaas assorbe la stessa dinamica ma la capovolge: lui cinicamente diventa l’architetto imprenditore di una disciplina appena suicidatasi ma allo stesso tempo tanto amata.
E tra di loro si inserisce Superstudio che coglie che l’architettura è un monumento funebre di se stessa, rivendicandone da un lato l’inutile autonomia, dall’altra svelando l’impotenza dell’architetto su di essa (vedi il post sul monumento continuo).
Pur sempre in nome di una grande passione dunque, vediamo che uno sceglie il suicidio e la denuncia, l’altro sceglie di interpretare l’assassino impegnato, e un terzo irride il paradosso che i due prima interpretano.
Due (tre) modus? Nel mezzo tanta roba sempre e comunque contenuta tra le due posizioni descritte: tanti cinici imprenditori che si allenano a prendere le distanze così da riuscire ad essere operativi e dall’altra parte tanti eroici kamikaze pronti a morire in nome del proprio amore.
Non vedo migliore trascrizione architettonica della contemporaneità, o almeno di un passato molto recente, di una continua e inesauribile battaglia tra concretezza e idealismo e derisione del tutto.
Così questa lettura di una storia recente (e la necessità terapeutica dello scrivere) mi porta a immaginare un futuro post ideologico (vedi il post precedente)  composto invece da personalità sempre più bipolari (il disturbo bipolare porta l’individuo a soffrire di brusche variazioni dell’umore, alternando stadi di forte depressione a fasi ipomaniacali o maniacali). L’architettura non potrà fare a meno di produrre architetti bipolari, caratterizzati da “psicosi maniaco-depressiva”: ossessivi e maniacali quando devono operare, funerei e depressi quando devono riflettere su quello che fanno, sempre pronti a smaterializzarsi in un surreale ghigno esistenzialista…

kamikaze-giapponese

#PIRROLIGORIOPATTERN

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Il racconto specifico sulla nascita di District Rome poi si interruppe.
A corollario però delle vicende note, in un lontano futuro, vennero rinvenuti una serie di disegni in cui si sovrapponevano diversi e tanti periodi storici rendendo molto complicata l’interpretazione..

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#CAPRICCISSIMO

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Il racconto specifico sulla nascita di District Rome poi si interruppe.
A corollario però delle vicende note, in un lontano futuro, vennero rinvenuti una serie di disegni in cui si sovrapponevano diversi e tanti periodi storici rendendo molto complicata l’interpretazione..

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Oss.05: post ideologismo

Oss. 05 post ideologismo

Non so se è un’ossessione architettonica. Dapprima pensavo che i temi di cui mi sarei occupato sarebbero stati prevalentemente legati alla “mia disciplina”, ma essendo un tema più generico in parte lo è anch’esso.
Si parla molto di post ideologia, in politica, in ambito culturale.. Ma che significa?
Provo a darne una mia interpretazione in questo mio “scrivere terapeutico”.. Serve a non attaccarsi a un principio ma a una contingenza, dandosi la possibilità di vedere sempre le cose anche dall’altra prospettiva senza che questo pregiudichi il portare avanti la propria idea.
Un aiuto tra l’altro a non cadere nella trappola del litigio, dell’arroccamento sulla propria posizione ma tutt’al più sulla capacità di saper difendere una posizione, che non è detto che sia l’unica o la migliore ma la propria, valida, condivisibile e anche no.
Contro la polemica, in salsa talk show televisivo o commenti di Facebook, fine a se stessa e tesa alla necessità inutile di far prevalere una posizione piuttosto che un’altra, ma già serenamente comprensiva di essere una posizione con dei limiti, direi soggettiva, e però capace nel suo formularsi di problematicizzare le questioni di cui si parla.
Per esplicitare torno all’architettura, ho scelto 2 progetti molto simili fatti per la stessa occasione ma di autori, che nella critica architettonica sono considerati così distanti:
Siamo nel concorso internazionale per la risistemazione di Les Halles a Parigi, 1979/80.
da una parte Raimund Abraham, architetto di origine e formazione austriaca poi trasferitosi a New York, considerato uno dei protagonisti della stagione dei “radicali” può essere considerato un architetto sperimentale e di rottura e dall’altra Antonio Monestiroli, architetto milanese laureato con Franco Albini, allievo di Aldo Rossi, accademico e professore presso l’università che invece si inscrive in un percorso direi più legato alla tradizione e alla continuità.
L’ “architetto alternativo” in opposizione all’ “architetto istituzionale”?

abrahammonestiroli
Boh, eppure guardando i progetti si somigliano così tanto, almeno formalmente, che il contesto, il clima culturale dello spirito di quegli anni possa avvicinare anche persone diverse e all’apparenza distanti? O forse non erano così distanti come l’ideologia preferirebbe che fossero?
In una società ideologica dovremmo scegliere o uno o l’altro, in una post ideologica si può stare con entrambi o con nessuno, giudicando i progetti per quello che sono e non le dinamiche attorno alle persone..
Ecco, a mio avviso, forse, la post ideologia si nutre nel prendere distanza (che sia temporale o sentimentale) da quello che si giudica.

#FUTUREPIRANESI01

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Il racconto specifico sulla nascita di District Rome poi si interruppe.
A corollario però delle vicende note, in un lontano futuro, vennero rinvenuti una serie di disegni in cui si sovrapponevano diversi e tanti periodi storici rendendo molto complicata l’interpretazione..

Per gli altri episodi: district rome

#MAP01

01_LANCIANI_01

Il racconto specifico sulla nascita di District Rome poi si interruppe.
A corollario però delle vicende note, in un lontano futuro, vennero rinvenuti una serie di disegni in cui si sovrapponevano diversi e tanti periodi storici rendendo molto complicata l’interpretazione..

Per gli altri episodi: district rome

Oss.04: manfredo tafuri

Oss.04 manfredo tafuri

Ossessione architettonica letteraria, Tafuri a mio avviso è il grande architetto italiano degli anni ‘70. Sovrasta anche chi l’architettura l’ha fatta per capacità immaginifica.

A prescindere dalle idee di fondo, dai suoi punti di arrivo, sempre inferiori rispetto al come ci arriva (la sua castrazione/ambizione nell’essere organico al PCI), Tafuri è forse ad oggi l’unico vero grandissimo scrittore creativo dell’architettura, lui progettava scrivendo.

Nel connotare anche biograficamente il suicidio dell’architettura (l’amava tanto e in fondo rinuncia a farla) Tafuri, da questa grande rinuncia, riesce attraverso le sue parole ad estrapolare la poesia e l’essenza dell’architettura stessa.

Quando si deciderà a valutare con obiettività il lascito di Louis Kahn al dibattito architettonico internazionale, ci si accorgerà, forse, che i suoi effetti sono stati assai più distruttivi che costruttivi. O meglio: che essi, chiudendo ogni spazio alla mitologia dell’eterno ritorno dei “sacri principi” della tradizione del nuovo, hanno aperto lo spazio ineffabile della narrazione di una nostalgia. Nostalgia di un segno che ripercorre la propria vicenda, alla ricerca del momento, perduto nel labirinto di una storia indicibile, in cui ha smarrito il proprio referente; nostalgia di universi di discorso, che l’architettura non può più attraversare senza rinunciare alla propria presenza nel mondo; nostalgia di una relazione rassicurante fra norma e trasgressione, capace di far scaturire, dall’alambicco attraverso il quale si distillano rotture e lacerazioni, una “circolarità” della parola, una sua pienezza, una globalità derivante dalla coscienza dei propri limiti.

Eppure, tale ricerca della parola perduta si è risolta, necessariamente in una ulteriore perdita. Ciò che gli osservatori europei hanno quasi sempre sottovalutato, dell’opera di Kahn, è la profonda “americanità” del suo disperato tentativo di recupero della dimensione del mito. Che si trattasse di un mito senza fondazioni collettive è solo uno degli aspetti inquietanti dell’operazione kahniana. La quale, come in una sorta di rito compensatorio, ha proceduto – colmo del paradosso – a legare strettamente la rigenerazione della parola architettonica alla creazione artificiale di una mitologia dell’istituzione.

Questo è il folgorante inizio di “Les bijoux indiscrets” di Tafuri (testo apparso in più libri, cito il catalogo della mostra Five Architects di Officina, tenutasi a Roma nel 1977).

Ah che bello scrivere a cospetto delle scarne scritture obiettive dell’oggi. Pura trascendenza!

Tafuri parla in modo molto critico di Kahn, ma totalmente rapito e appassionato (viva viva), entrando nella dinamica della società americana e del protagonista, che non vi trasmette una gran voglia di rivedere i progetti di Kahn secondo quanto dice? A prescindere se ci piacciono o no?

Questo a mio avviso è l’eccezionalità del grande scrittore.

Molto meglio di Aldo Rossi, suo “rivale” nella scena di quegli anni che la professione la fa, Tafuri esprime, come pochi altri sono riusciti (forse Koolhaas), la bellezza della disciplina in particolar modo esplicitando la sconfitta della stessa.

Se Rossi in modo molto ambiguo e un po’ sempre tirata per i capelli cerca di tenere assieme una teoria pesante e morale ad una pratica pop e consumista (va detto l’ultimo vero italiano che ci è riuscito), Tafuri abbandona la pratica e riprogetta la teoria, così come fa OMA della stagione dei grandi concorsi persi (le due biblioteche di Parigi soprattutto).

Va detto che dopo Rossi e Tafuri che c’è rimasto? La banalissima diatriba tra professionista e accademico? E cosa ha portato? No vi prego..

Tafuri diventa e inventa il Piranesi letterato (oltre che scellerato). Vorrei conoscere chi contesta che la pianta di Campo Marzio è sbagliata o la veduta dell’Appia Antica fantasiosa?

Tié, da “L’architetto scellerato”: G.B. Piranesi, l’eterotopia ed il viaggio, La Sfera e il Labirinto, Einaudi, 1980:

Il Piranesi si limita per ora a esaltare le capacità dell’immaginazione a creare modelli, validi nel futuro come valori nuovi, e nel presente come contestazione immediata dell’ ”arbitrio di coloro che i tesori posseggono, e che si fanno credere a loro talento disporre delle operazioni.”

L’utopia come unico valore presente, dunque; come anticipazione positiva, come unico sbocco adeguato per un lavoro intellettuale che non voglia rinunciare ad assolvere a un impegno di prefigurazione.

Il tema dell’immaginazione entra quindi nella storia dell’architettura moderna in tutto il suo significato ideologico. Ciò che potrebbe sembrare una battuta d’arresto, o una rinuncia, si manifesta al contrario nel pieno del suo valore di anticipazione. L’invenzione, fissata e diffusa tramite l’incisione, rende concreto il ruolo dell’utopia, che è proprio nel presentare un’alternativa che prescinda dalle condizioni storiche reali, che si finga in una dimensione metastorica: ma solo per proiettare nel futuro l’irrompere delle contraddizioni presenti.

Oss.03: il monumento continuo

Oss.03: il monumento continuo

Fortunatamente spesso le ossessioni sono condivise, sono fenomenologie collettive di alcuni momenti più o meno lunghi. E’ il caso di questa terza ossessione: il monumento continuo. Progetto teorico del gruppo di architetti Superstudio andato avanti tra il 1969 e il 1972.

superstudio©
Un’ossessione condivisa, perché ultimamente (ma neanche troppo recentemente) è stato oggetto di nuove attenzioni da parte del mondo dell’architettura (ricercatori, architetti, urbanisti, studiosi della città), in tanti ne hanno riparlato e/o ridisegnato questo celebre monumento assolutista, in particolar modo da parte di architetti italiani, sicuramente spinti da quelli stranieri. (ci tengo a citare due colleghi: Gabriele Mastrigli il cui “La vita segreta del Monumento Continuo” è appena uscito nelle librerie per Quodlibet e Carmelo Baglivo i cui disegni, che sono dichiaratamente un omaggio/reinterpretazione, sono ormai stati esposti in diversi contesti tra cui l’ultima Biennale di Venezia).

Anch’io mi sono cimentato nel ridisegnare il reticolo di superficie quadrettata, in una forma leggera e ironica e mi è stato spesso chiesto, in particolare da colleghi stranieri, “ma perché rifai il monumento continuo?”.. “chissà forse voi italiani siete molto legati a quel progetto”

mattiadarò©
Perché? Prima di tutto per il piacere spontaneo di farlo naturalmente, per avere la sensazione di reinventarlo (una strana sensazione di piacere dell’apprezzare un lavoro di altri che diviene soddisfazione personale di farlo proprio). Ma provando ad indagare su qualche ragione più costruttiva. Difficile rispondere per tutti. Provo a dare la mia interpretazione:

L’italia è un paese che ha difficoltà a stare al passo coi tempi. Un po’ perché è un paese complesso e difficile da governare, un po’ perché è un paese non troppo istruito rispetto alle grandi potenze internazionali , un po’ perché spesso assume un atteggiamento di pigrizia/presunzione verso le novità contemporanee dettata dal suo grande passato.

Ma non vorrei entrare in una querelle politica. Detto ciò, non credo sia in discussione che il monumento continuo nasca come una forte provocazione di un gruppo di giovani architetti appena laureati. Ecco una provocazione. Dovremmo aprire una bella parentesi sulla questione della provocazione. Quanta arte è provocazione? Fermo la parentesi.

Insomma, c’è chi questo monumento continuo l’ha subito digerito, fagocitato e riproposto (è ovvio che mi riferisco ad esempio a Koolhaas o Tschumi), c’è chi l’ha bannato come provocazione fine a se stessa e dunque eresia, c’è chi ha aspettato il successo degli altri (ad esempio i due sopracitati) per riproporlo.

Non voglio però entrare in una dinamica (tipica della becera comunicazione) delle opposte fazioni (della spigliata avanguardia contro la paludata accademia, che del resto porta a pensare che se davvero una ha sbagliato una volta non dando fiducia al futuro, cosa già di per sé a mio avviso un po’ ingenua,  l’altra sbaglia nel continuare a sottolinearlo, continuando a vivere nel passato e immaginando in forma consolatoria che c’è stato un bivio dopo il quale tutto è andato perso? come se ci fosse una verità sola e assoluta) ma piuttosto cercare di esternare dei pensieri (ricordo a chi legge che il fine di questi testi sulle ossessioni è terapeutico per me stesso). Può essere banalmente che qui da noi siamo lenti o addirittura (questa mi piace di più) ci piace guardare sempre indietro (io ambirei a rifare architetture di altri tempi al posto di quelle che vanno in questo momento!) e non è detto che sia un problema o che sia colpa di alcuni mentre gli altri avevano ragione.

superstudio©
Insomma il monumento continuo nel rappresentare l’idea di oggetto artistico totale (appunto monumento) capace di sovrastare qualsiasi paesaggio, terrestre o anche extra, ma anche nel suo essere brutalmente pura infrastruttura diviene metafora senza mezzi termini di cosa sia diventata l’architettura oggi (almeno nell’idea culturale che dovremmo avere). E forse in un momento così difficile per l’architettura italiana di ritrovare forza in un contesto che l’ha un po’ messa da parte (causa non solo i problemi economici ma, soprattutto, la perdita di sicurezza culturale), non è poi così un caso che si ripensi a quel progetto di quei simpatici “bischeri”, finalmente liberati dal peso degli studi, capaci di immaginare questo grande e imponente monumento che invadeva le nostre città, le nostre campagne, le nostre teste… aaaaah, mi sento già un po’ meglio, mi fermo…

Oss.02: piante di architettura

Nuovo episodio “ossessioni”, come parlarsi addosso tentando di dare meno fastidio possibile. Ho inaugurato una nuova bacheca (così si dice) su Pinterest, che si chiama “Beautiful Plans”. 

Di nuovo cito Pinterest, devo dire che al momento è uno dei miei social preferiti assieme a WordPress e Youtube, un social che in questo periodo riesce ad essermi d’aiuto e ad apportare delle agevolazioni al mio lavoro. Insomma per capirsi nel mentre sto lavorando a un progetto con meticolosa attenzione alla pianta (e per questo non c’è niente di meglio che guardare e studiare con attenzione i progetti degli altri). Da sempre tra i disegni di architettura che preferisco ci sono le piante, perché a mio avviso sono l’iconografia del comporre l’architettura. Non che sia contrario a un progetto che nasce per fattori puramente estroversi (ad esempio l’impatto urbano/paesaggistico) e che poi risolva le piante in modo più canonico (vedi il post su Poelzig), ma rimango molto attratto dalla forza sintetica di una pianta e nel capirne, rintracciarne la sua forza nel concepire alcune soluzioni a seconda del programma dato.

Ho quindi creato questa bacheca dove sto collezionando alcune piante che più mi stimolano quanto detto prima. Va detto che questo tipo di approccio progettuale dove a mio avviso testa e disegno tecnico vanno di pari passo definisce una coerenza metodologica nella capacità compositiva/progettuale che ha un carattere scientifico, a prescindere dalle qualità degli autori e a prescindere dal momento storico in cui sono state ideate (per quanto per ora ho selezionato solo piante tra il periodo tardo moderno e oggi dove a mio avviso si è tentato, anche per la crescita delle scuole di architettura in tutto il mondo, di trovare sempre più una chiara metodologia in un tema borderline come la progettazione).

Per esplicitare questo ho selezionato alcune piante collezionate:

Sky house, Kiyonori Kikutake, 1958

sky house plan

Considero questa casa la madre spirituale dell’architettura giapponese contemporanea. Incredibilmente radicale nell’essere concepita come struttura, spazialità interna, la ritroviamo come un modello nei lavori di SANAA, Sou Foujimoto, e tutta la scuola giapponese, così ampia in particolar modo sul tema dell’abitare. Scuola che ambisco a dire porta avanti la grande modernità lecorbuseriana, depurata delle tentazioni artistiche del maestro, e tutta tesa verso una sorta di “estasi della forza del programma spaziale”.

Casa Antonio Carlos Siza, Alvaro Siza, 1976-78

casa antonio carlos siza plan

In una raccolta di piante non può mancare Alvaro Siza. A mio avviso, campione mondiale di concezione di pianta d’architettura. Modernamente ortodosso e antico nel concepirle, allo stesso tempo ironicamente post moderno nel saper scombinare il piano del linguaggio per un pubblico raffinato e di addetti ai lavori. E questa pianta, a mio avviso, è un capolavoro. Notare: la forma della pianta (casa) raggomitolata su se stessa intorno ad un anfratto di corte, il blocco servizio, elemento a sé che scardina la figura a “C”, alcuni tracciati visivi (aperture/finestre) che diventano segni, muri e nuove giaciture, alcuni elementi classici, direi ortodossi, come i bow window o il camino canna fumaria…. applausi.

Casa Esherick, Louis Kahn, 1961

casa esherick plans

Se c’è un grande maestro delle piante, o meglio del riconoscere nel disegno di una pianta un pensiero programmatico dell’attività ospitata, questo è Louis Kahn. Sì spazi serviti/spazi serventi ma non è sufficiente a farci capire il processo intrinseco di Kahn: ovvero il riflettere dell’architettura su se stessa nel momento dell’essere generata. Tutto nasce da se stessa e da un suo cercare e trovare delle regole per autolegittimarsi, paradossalmente senza neanche più confrontarsi con l’esterno. Da qui a mio avviso (ma non solo mio) è nata l’architettura contemporanea, l’architettura sanamente o no fine a se stessa.

E si guardi Ridolfi di casa Lina, pianta ossessiva, o il progetto del Museo del Cinema di Venezia di Steven Holl, rilettura cavernicola del centro congressi di Kahn sempre per Venezia, o ancora la “casa senza qualità” di O.M.Ungers…