approfondimento 1 (su “non progetto”)

Premesse: LINK1 LINK2

Nella non linearità del “non progetto” di cui tratto ha sicuramente importanza un dato generazionale che mi porta a guardarmi indietro e a pescare nel mio bacino formativo.

Voglio qui trattare due idee|temi che mi stimolano dei pensieri originali:

1) per capire il percorso non lineare mi serve capire quando la schizofrenia D&G (deleuze – guattari)1 appare nella mia formazione? un’intuizione nata da una schematizzazione sui decenni del XX secolo mi porta a vedere i decenni per me fondamentali nel mio passaggio alla sfera adulta (gli 80 e i 90) come due decenni che in realtà sono stati culturalmente caratterizzati dall’imporsi dell’estetica come nuovo paradigma totalizzante ma in due forme totalmente opposte, una versione “famiglia felice” e una versione “culto dello strano”, tra edonismo e nichilismo, tra iper-consumismo colorato e minimalismo distopico, tra ottimismo tecnologico e disincanto postmoderno2. Faccio delle rapide esemplificazioni: passare da George Michael a Kurt Cobain, da Kim Basinger a Kate Moss, da Luke Skywalker a Vincent Vega. Miti e iconografie indiscutibili delle diverse decadi. Qual’è stato il corto circuito? Che io fino ad oggi avevo sempre pensato che fosse un percorso lineare (altro che schizofrenico) ovvero che, essendo per me gli anni 80 gli anni dell’adolescenza, gli influssi del mondo culturale fossero più abbordabili, mentre, passato agli anni di una giovinezza più adulta (i 20 anni), gli stessi potessero immettere temi più crudi con meno fronzoli. In realtà, dal lontano 2025, comincio a pensare che è stato solo un caso che gli anni 80 fossero più “famiglia felice” e i 90 “culto dello strano”, o forse che seguirono una volontà di narrazione dei nostri padri boomers di rendere lineare la nostra crescita. In realtà però dal 2025 riesco a vedere l’aspetto che lega i due decenni: che nella sostanza erano permeati dalla stessa leggerezza|superficialità, e non lo dico come rimprovero anzi, ovvero l’imporsi del dato estetico. In entrambi i casi l’immagine contava più della sostanza e in questo i due decenni sono stati gemelli.

2) la figura dell’influencer, sintesi perfetta del dominio delle influenze, intese come le spinte culturali provenienti dal mondo giovanile. Icona della vanesia messa a servizio degli altri. L’influencer usa il proprio io per aiutare gli altri in una società post ideologica, che significa prevalentemente aiutarli ad acquistare perché in fondo ci è rimasto solo il consumismo. C’è qualcosa di paradossale in questa figura che trasforma il narcisismo in una forma di servizio pubblico, dove l’esibizione dell’io diventa simultaneamente un atto di individualismo estremo e di sottomissione alle logiche di mercato3. Fatto che ha chiarificato la “necessità generazionale” dei miti della cultura giovanile: dai rockers riots dei 60s, ai guru carismatici dei 70s, alle tv show stars degli 80s, alle modelle dei 90s. Miti e icone utili ad alimentare il consumo, capaci quindi di insinuarsi come diavolerie del sistema e quindi legate ai maggiori desideri delle tensioni alla ribellione giovanile (musica, radicalismo politico, o il disimpegno mediatico, la pura estetica). Superata questa necessità di incasellarli in qualche settore nasce direttamente l’influencer, capace di impersonare solamente l’io vittima delle influenze (o dei desideri direbbero D&G) e capace di veicolarle agli altri4.

  1. il primo compito positivo (della schizoanalisi) consiste nello scoprire in un soggetto la natura, la formazione e il funzionamento delle sue macchine deisderanti, indipendentemente da ogni interpretazione.” Deleuze Guattari, L’AntiEdipo, capitalismo e schizofrenia, Torini, Einaudi, 2002, p. 368 ↩︎
  2. suggerisce, interrognadola sul tema, l’AI Claude (21/04/2025) ↩︎
  3. ibid. (22/04/2025) ↩︎
  4. l’influencer non ha bisogno di incarnare una ribellione autentica perché opera in un sistema che ha già metabolizzato la ribellione come merce. La sua funzione non è più quella di veicolare una controcultura, ma di ottimizzare i flussi di desiderio consumisticoL’influencer rappresenta quindi il punto d’arrivo di un processo in cui le tensioni giovanili, una volta canalizzate in forme specifiche di contestazione culturale (dai rockers ai guru, dalle stelle televisive alle modelle), vengono finalmente sintetizzate in una figura che non deve più fingere di rappresentare altro che se stessa come veicolo di influenza – una trasparenza quasi cinica rispetto alla propria funzione di mediazione tra desiderio e consumo AI Claude (22/04/2025) ↩︎

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Il titolo di questo articolo l’ho visto mentre scrivevo l’articolo come link che mi proponeva l’assistente IA di WordPress nel momento che non avevo ancora inserito nessun titolo (perché altrimenti ti crea un link che si riferisce sempre al titolo).

Non c’è dubbio che l’ingresso in una società mediatica per i boomers è stato un vero obiettivo identitario per quella generazione. Presi dall’entusiasmo dell’apparire, la società contemporanea ha sconfitto le remore per farlo, riabilitando il parlare di sé in prima persona, una vera e propria tecnica promozionale mass mediatica. Per questo alla luce degli sviluppi fatti in questa fase, oggi appaiono dei naif della comunicazione, spesso totalmente in balia di essa (con addirittura picchi per cui prima viene la comunicazione e poi la sostanza, atteggiamento infatti che è stato spesso inglobato nella cultura postmoderna, che è sicuramente la cultura boomer per eccellenza).

Arrivati i nativi digitali (millennials) assieme all’esplosione dei social network le cose sono state rimesse un po’ a posto, uscendo da quella sorta di gestione dei media come una cavalcata nel west tipicamente boomer, e la comunicazione è diventata sì sempre un campo in grande espansione e caratterizzante la società complessivamente ma anche un lavoro come un altro. Tecniche e regole hanno strutturato il campo. L’apparire, in tante sue forme, è diventato un campo di battaglia di tutti, addirittura dando vita a strane forme di sfruttamento, ad esempio in ambito lavorativo, a fronte non più di soldi ma di visibilità, ma soprattutto si potrebbe aprire una riflessione importante su come i più grandi risultati della generazione boomer sono stati effettivamente legati all’eco mediatico che gli stessi riuscivano ad ottenere. Si sono capovolte le esigenze di una società che, così facendo, ha confermato di essere privilegiata e ricca e che però ha privilegiato chi i soldi li ha rispetto a chi non li ha (come il potersi permettere l’investimento di lavorare gratis a fronte della costruzione di un personaggio pubblico). Ma ha anche, a sua volta, creato dei mostri di visibilità che hanno costruito dei regni, sulla base di una società falsata o ancor meglio dopata. Il famoso “effetto brand” ha creato delle nuove rendite di posizione che non corrispondevano a null’altro che alla grande visibilità di una persona. Prima la visibilità poi il servizio. Le regole del lavoro stravolte. Ed in tanti hanno inseguito questo modello senza che però per tutti si avverassero le stesse possibilità di un successo che avrebbe permesso poi di dare un lavoro. Incredibilmente anche i millennials sono stati inghiottiti in questo meccanismo perverso della nuova società mediatica, si pensi ai noti influencer. Il lavoro vero è la quantificazione di un seguito (follower) in seconda istanza c’è l’offerta di un servizio. Ma questa pratica ha contribuito a trasformare grosse fette di società in star, che, antecorrendo l’affermazione a una carriera effettiva, oggi, sembra che stiano diventando come i calciatori che poi a 35/40 anni smettono di giocare e si devono reinventare la vita o le rockstar che poi fanno fatica ad indossare gli stessi panni per tutta la vita (bisogna studiare i Rolling Stones). E sicuramente qualcuno aveva in modo molto lucido previsto tutto questo in quella che lui aveva denominato “la società dello spettacolo“, Guy Debord. Ma il mio vero punto di domanda è dove sono annidate le istanze rigenerative della società per il prossimo futuro? Perché se tutto quanto detto prima si annidava in un movimentismo giovanile ante tempi (dal 68 ai movimenti degli anni 70 allo stesso edonismo anni 80 e alla decostruzione dei 90 fino al grado zero del nuovo millennio) le istanze bollivano in pentola e oggi, da lontano, possiamo dire che sono esplose alla grande. Ma oggi, a fronte di quello che scriviamo, il giovane che ha seguito le tracce in realtà è un “giovane-vecchio” che non ha istanze sue ma in modo più scaltro e cinico ha capito meglio dei meccanismi che sfuggivano ai suoi predecessori (gli influencer sono tutti vecchi nella ricerca di questo apparire, così come poteva apparire per i boomer ad esempio chi cercava il matrimonio per tutta la vita e il posto fisso). Dove sono nascoste le nuove istanze delle nuove generazioni? Ad esempio che siano davvero nascoste, senza nessun desiderio di apparire, sarebbe un vero schiaffo alla precedente generazione, ancor più importante del giovane che le sa mettere a frutto. Lavorare alla costruzione di una società non più schiava dell’apparire (appunto sulla scia del warning che Guy Debord lanciava agli albori dell’esplosione della società spettacolo) sarebbe un progetto davvero nuovo e volto al bene della nostra società ormai invece drogata di apparenza. Sganciare le catene che ci rendono schiavi da meccanismi innati del successo a tutti i costi rappresenterebbe un bilanciamento sociale non indifferente, dove questa preoccupazione ansiogena smettesse di esistere a cospetto di un saper integrarsi invece in un sistema migliore.

Questo non significa opporsi alla comunicazione in forma ideologica, ma significa rompere con la narrazione univoca e prediligere le narrazioni plurime. Complessificare la narrazione così che ognuno ne abbia una propria diversa, anziché una sola sempre uguale, sempre la stessa. In questa straordinaria offerta di mediatizzazione esiste una strada molto semplice da poter percorrere, ovvero avere uno spazio per raccontarla questa propria narrazione, a disposizione degli altri, quando serve ma mai prevaricatrice degli altri. Le bolle, come i localismi, sono una nuova ricchezza se realizzate egregiamente ed evidenziano come un tessuto di una piccola rete ha valore di per sé che è molto più importante del valore in assoluto. Forse dall’era dei media stiamo passando all’era delle relatività.

Il problema della meritocrazia: scuola e vita

E’ possibile che le nuove generazioni (millennials) siano più di sinistra mentre le anziane (boomers) siano più di destra..

Forse, banalmente, è solo vero che per tutti vale che in giovinezza si tende ad essere più comunitari mentre quando si cresce si tende ad essere più attenti alla propria individualità.

Di certo l’idea del competere, del merito, dell’eccellere (che sembra essere un approccio molto boomer ) è più incline ad istanze di destra. Che in un tentativo di semplificare la ricerca degli stimoli tende a cercarli coattivamente. La verità è che gli stimoli arrivano se esistono nel profondo di noi. E questa è tutt’altra storia.

Spesso anche le scuole, che per forza di cose devono trattare il tema meritocratico, cadono nello stesso errore: giudicano più che insegnare, amano le eccellenze così come le bocciature, poco la classe media. Tutto questo perché personalizzare l’insegnamento, quello che si dovrebbe (ovvero relativizzarlo davanti a chi si ha di fronte) è troppo oneroso, richiederebbe mezzi e risorse che non si hanno. E difatti per questo si delega soprattutto alle famiglie o alle ricchezze, fortuna chi le ha.

Paradossalmente è più “comunista” l’educazione nel modello degli Stati Uniti che quello in molti paesi europei: lì l’importante è pagare, se paghi sei integrato nel sistema educativo, a seconda di quanto paghi entri nel tuo microsistema o “bolla”, la scuola serve a posizionarti nella società. In Europa invece, forse a causa di un problema nei confronti del vil denaro, ancora si coltiva una sorta di “drammaticità mistica” di chi non ce la farà, un compiacimento nel definire i destini preventivamente, la costruzione, con chiare implicazioni religiose, di sensi di colpa atavici. In fondo si è da sempre fuggiti negli States per toglierci di dosso questi sensi di colpa atavici..

Emerge dunque che la scuola è la finzione della educazione della vita che tenta, con un po’ di fatica, di narrare la propria capacità determinativa nelle vite delle persone (tentai di praticare l’insegnamento della diseducazione >> LINK1 LINK2 fortunatamente fallendo, essendo progetti, che in quanto diseducativi, non potevano che essere votati al fallimento, lì ho capito che il passaggio a diseducatore mi portava a perdere le motivazioni per il mestiere dell’educatore e perseguire il fallimento metofico è diabolico). Di sicuro il percorso educativo ha il pregio di lasciare passare il tempo, di tergiversare il duro confronto con le priorità dell’esistenza. Chi non studia si ritrova a vivere prima degli altri, questo è il suo vero grande problema. Il problema è fino a quando, fino a che età si riesce a restare nel purgatorio del’educando (educatore o educato che sia) e fino a quando si può circoscrivere l’inevitabile scontro con il mondo. In realtà la verità è che la vita si impara anche nella o con la scuola, che è molto utile per preservare la costruzione di nostre convinzioni, che poi però, in qualche modo, necessitano di essere contraddette. Vedo due strade: o si trova un modo per uscirne o si entra in una spirale di glorificazione di se stessi (rimando a quella condanna di coltivare l’eccellenza) che ci annebbia e distoglie (come una fumeria d’oppio o un social network).

Deliri per generalizzare

Cazzo!

Questa storia dei boomer vs. i millennials passando per i gen X alla fine se la guardi con sano concretismo puoi dire che è solo un modo per raccontare una stagione di vita oppure dei modi di essere. Io continuo il processo di riconciliazione sentendomi un po’ meglio a riconoscermi nei gen X, così in balia delle cose, né carne né pesce (vegani?), senz’arte né parte.. Mi sento una persona così influenzabile.. I miei genitori (ovviamente boomer) me lo dicevano sempre, sballotti di là e di qua con una facilità così disarmante.. Se sto con un boomer per 2 ore mi sento che devo essere positivo, fare e rifare senza pensare, ingarellarsi, combattere per l’immortalità, il superuomo si impossessa di me, Wolf risolvo problemi. Se passo del tempo con un millennials la caducità della vita mi si presenta davanti con tutte le sue incognite profonde, no hope, sulla difensiva, rivaluto un posizionamento cerebral/contemplativo per sopportare le oscurità.

Ecco non so perché ma sembra che si siano invertite le parti, boomer giovani per sempre, millennials vecchi da subito. E io (noi) in mezzo che guardo di là e poi di qua, sorta di Zelig, trasformista creativo. E invece i boomers si sposano, tradiscono, si separano, perché non accettano di fare passi indietro mentre i millennials romanticamente si amano per sempre, perché contemplano i passi indietro come forma d’amore per eccellenza.

E così se io faccio il super entusiasta, comunicatore folle, iperdinamico, positivo divento subito un vecchio boomer, se mi metto a contemplare, ascolto gli altri, sedimento con pessimismo assomiglio ad un giovane millennials. Strano no? Un capovolgimento delle morali..

Che vita faticosa quella dei gen X. Mi rendo conto che mi ingarellavo con i miei genitori alle loro provocazioni dicendomi “se ci riescono loro figurati se non ci riesco io” senza capire che stavo cadendo nel loro gioco, per poi ritrovarmi a fare uguale con i “nuovi giovani” e rimanere frustrato che a me il giochetto non funzionava.. Marco me lo ha sempre detto che noi eravamo la generazione del fallimento, mai definizione migliore potevi trovare. Caro Marco mi manchi. E io che cercavo boomeristicamente di resistere a questa terribile verità. Oggi invece capisco che nel mio processo di riconciliazione con la mia generazione emerge come una grande unicità. Ma chi l’avrebbe mai pensato che il fallimento potesse essere una grande esclusività e peculiarità da rivendere?

Fallimento inteso come momento transitorio del porre in crisi il successo, l’egocentrismo (decostruzione del successo ; l’etica dell’accontentarsi). Provare davvero ad inventare degli esseri umani capaci di resistere a deificare. Anche se stessi.

Generazione X, il libro

Nel profluvio di denominazioni di generazioni, bisogna ricordare che Generazione X nasce come titolo di un romanzo del 1991 di Douglas Cooper, oggi rieditato dalla nuova casa editrice Accento di Milano.

Questa non è una sua recensione ma appunti a seguire della sua rilettura attuale (2024) che mi ha da una parte stroncato nel rivedere effettivamente tutta una serie di caratteristiche, che definirei più tic, che scopri essere meramente un tratto generazionale e, dall’altra, riconciliato di esserne partecipe di far parte di qualcosa (che è quello che il gen X non pensa).

Un Gen X è un boomer che non ce l’ha fatta o un millennials che non sta o non riesce con i social e nessuno ascolta.

Una delle cose a mio avviso più caratterizzanti del libro sono quella sorta di definizioni che compaiono a lato del testo che valgono una lettura a se. Delle note fosterwallaciane ante literam. Praticamente un “vademecum fai da te” critico-interpretativo alla storia narrata (forse un aiuto ai boomer a comprendere meglio).

Buchi neri: sottoclasse della Generazione X che si distingue per il guardaroba quasi completamente costituito di capi neri.

Una declinazione fashion del buco nero esistenziale.

Minimalismo esibizionista: tattica di stile di vita simile al Surrogato di status. Il rifiuto di beni materiali esibito come segno di superiorità morale intellettuale.

Penso a Sofia Coppola.

Ribellione differita: tendenza giovanile a evitare le attività e le esperienze artistiche tipiche della gioventù per concentrarsi su una seria esperienza lavorativa. Il conseguente rimpianto per la gioventù perduta che di solito si palesa intorno ai trent’anni è accompagnato in genere da acconciature bizzarre e costosi ma ridicoli guardaroba.

Nuove forme di essere alternativi all’interno del sistema stesso e deridendo alcuni schematismi intellettuali che appaiono un po’ scontatamente ripetitivi o anche tipiche forme di privilegio ostentato.

Centounismo: voler sezionare (spesso in dettagli infinitesimali) tutti gli aspetti della vita con l’aiuto di una psicologia spicciola che si comprende solo in parte.

Effettivamente il gioco della psicologia spicciola è sempre stato uno dei passatempi preferiti di cui eravamo soliti abusare con gli amici.

Tabù personale: qualsiasi piccola regola quotidiana confinante con la superstizione che permetta di affrontare la vita in mancanza di dogmi culturali o religiosi.

Il problema per un essere umano di vivere con l’acquisizione della decostruzione delle ideologie tutte in poche parole. Mi sembra acclamato che Gen X sia stato il primo vero laboratorio dove sperimentarlo.

Culto della solitudine: il bisogno di autonomia a qualsiasi costo, solitamente a spese delle relazioni a lungo termine. Nasce spesso da aspettative smisurate nei confronti del prossimo.

Altra deviazione dalla introiezione del materialismo puro nelle nostre vite deideologizzate.

Pensiero minore: corrente filosofica tramite la quale ci si riconcilia con le sempre calanti aspettative di ricchezza materiale. “Ormai non m’interessa più avere successo o diventare un pezzo grosso. Voglio solo trovare la felicità, e magari aprire una piccola tavola calda tutta mia nell’Idaho.”

Qui siamo proprio nell’antiboomerismo, contro la crescita indefessa, per tentare almeno a parole di accettare quanto ci è stato dato. I millennials lo rivendicheranno con ancora più forza.

Rifiuto del presente: convincersi che l’unico periodo in cui vale la pena di vivere è il passato, e il solo che potrà mai rivelarsi interessante è il futuro.

Puro Gen X: anche sulla linea temporale in balia tra passato e presente, incapace di qualsivoglia carpe diem.

Retedisicurezzismo: ferma convinzione della disponibilità costante di una rete di sicurezza finanziaria ed emotiva deputata ad assorbire i dolori della vita. Solitamente costituita dai propri genitori.

La strana combinazione di avere la coscienza di essere ricchi per dove si è nati e per essere figli del boom a contrasto con l’ affacciarsi di una scarsità di opportunità per una reale emancipazione.

Ammararsi: sovracompensare la paura del futuro lanciandosi a capofitto in un impiego o stile di vita a prima vista completamente svincolato dagli interessi precedenti: es. il multilevel marketing, l’aerobica, il Partito Repubblicano, la giurisprudenza, una setta religiosa, un McJob…

Questo è bellissimo, cos’altro aggiungere.. a metà tra Centounismo e Pensiero minore.

***

Il libro poi finisce con i numeri: un impietosa rappresentazione degli anni:

Percentuale di uomini dai 25 ai 29 anni celibi: nel 1970, 19%, nel 1987, 42%

Percentuale di donne dai 25 ai 29 anni nubili, nel 1970, 11%, nel 1989, 29%

Il culto dell’autonomia vista anche come grande attrazione alla solitudine, figlia di una grande libertà dovuta al ritrovarsi nel contesto laicato e deideologizzato ma vittima di una tendenza nichilista/autodistruttiva.

Percentuale dello stipendio necessaria a pagare la prima rata del mutuo per una prima casa: nel 1967, 22%, nel 1987, 32%

Percentuale di persone proprietarie di case: nel 1973, 43,6%, nel 1987, 35,9%

L’esplosione della cultura dell’indebitamento di importazione USA, ricchi ma pieni di debiti, sostenuti da carte di debito/credito etc, figli del capitalismo diffuso, un benessere ansiogeno.

Insomma una generazione sicuramente di passaggio, direi efficace per questo nella rappresentazione della sua criticità. Anche detta “generazione invisibile” anche per un calo delle nascite, quindi anche numericamente, oltre che per determinazione di pensiero, in difficoltà ad imporsi, o se vogliamo essere più generosi che non hanno mai voluto imporsi.

New York 2024

A distanza di 16 anni tornare a NYC risveglia prepotentemente la mia percezione del suo fascino.

Con un filtro: la mia lettura appartiene a quella della mia generazione, la X, così inutile nel suo essere indeterminata, sballottata tra un pensiero e un altro ma per questa ragione così capace di porsi in maniera critica o diciamo meglio dubitativa a qualsiasi pensiero dogmatico/ideologico.

NYC è una città straordinaria non perché sia bella ma piuttosto perché se ne fotte (fucks) della bellezza. Architettonicamente le vertigini che essa propone riflettono non una ostentata coerenza stilistica dei suoi edifici che al contrario cozzano tra di loro e si confrontano ognuno col suo “porco individualismo” ma ti lasciano quella sensazione di adrenalinica potenza, di opportunità di fare qualsiasi cosa, compreso sbagliare, anzi sbagliare tanto: i pregi e i difetti di essere impero, tanta libertà di sbagliare. Un’accettazione di tutto a prescindere.

Ed anche per questo NYC non è mai provincia, almeno nel suo paesaggio urbano. Divora e vomita qualsiasi cosa, fagocita e tiene assieme Aldo Rossi come Tom Mayne (per citare architetti) o Woody Allen e Bruce Willis (per citare delle icone pop) perché ne è superiore. Così come grattacieli belli e brutti, deco e modernisti, tentano ad ogni cardo e decumano di mantenere almeno una loro visuale integra prima che ne realizzino uno nuovo.

E questa sensazione di potenza dietro l’angolo diventa subito impotenza. Quell’arrancare davanti alla tentazione che tutto è possibile. Mai dire no, esiste sempre una possibilità, guardare i propri limiti appare come una sconfitta. Una condizione che diventa difficile sostenere per un tempo lungo.

La sensazione di insormontabile eccitazione continua dei primi giorni di viaggio lascia il passo alla stanchezza di non poter serenamente non essere all’altezza.

Una città come una parabola esistenziale: il desiderio di mettercela tutta per poi trovarsi davanti ad un muro insormontabile. Questa l’impressione che si prova di fronte a questi edifici che ti rubano la vista, il sole, l’aria: Manhattan o la domini (come salire su uno dei grattacieli o godertela dal pratone sheep meadow di Central Park o dall’altra parte del fiume a Brooklyn Bridge Park) o è insostenibile da percorrere da sotto (nessuna foto riuscirà mai a farvi provare questa sensazione mentre è più facile per tutti fare una foto del controllo (lo skyline).

Lo struggimento del cosmopolitismo. La sovrapposizione di tante città, una sull’altra. Poetica della congestione. Nessun architetto può restare indifferente a NYC. Esempio di urbanesimo che prevale sull’architettura: la città viene prima del singolo manufatto. La città è l’architettura: la coesistenza degli episodi messi assieme fanno un’eccezionale architettura: la città per eccellenza che esalta se stessa a cospetto dei suoi singoli oggetti.

Lo studio OMA, trainato da pensiero di REM Koolhaas, ha fatto di questo una sua poetica applicando strategie (come la congestione, l’immagine metropolitana del nome stesso dello studio Office for metropolitan architecture etc.) all’estetica della produzione delle proprie architetture.

NYC tiene assieme più stili reinventandone uno nuovo: sicuramente tiene assieme deco, modernismo, postmodernismo, decostruttivismo, radicalismo. Manierismo, pop, potremmo dire newyorkesismo.

“Nessuno può permettersi di vivere a New York eppure siamo otto milioni” Fran Lebowitz

New York si sa permettere la ricchezza. E qui si apre un discorso molto delicato. Significa che la ricchezza che la città richiede per viversela sembra sempre ripagata. Perché non produce mai la spiacevole sensazione della ricchezza fine a se stessa. Tutto ciò che è fine a se stesso lascia sempre una spiacevole sensazione. Ma perché la ricchezza di NY è sempre ripagata in generosa follia urbana. La follia come giustificazione dell’eccesso e anche come acceleratore di ogni situazione.

Davanti alla follia di NYC è difficile resistere. Non c’è nessuna ragionevolezza nella costruzione di una foresta di grattacieli. Quell’incedere indefesso del XX secolo verso la realizzazione di qualcosa di straordinario, lasciando intendere sempre una sorta di insoddisfazione, di non essere riusciti nell’obiettivo. E una straordinaria capacità di persuaderti ad essere newyorkese anche tu.

Insomma davanti a tanti ripensamenti e cambiamenti socio-culturali alla ricerca di una migliore sostenibilità a 360 gradi (dall’ambiente all’equità, alla predisposizione agli altri alla relativizzazione dell’eccellenza per una maggiore coesione) la follia newyorkese sembra ancora resistere, forse perché avvolta da un nuovo strato di affetto, di città che un pezzetto di storia l’ha fatta e le abbiamo voluto bene anche nei suoi sbagli.

Ecco per tornare all’indeterminatezza gen X, New York ti mette ancora voglia di essere un po’ boomer..

l’etica dell’accontentarsi

E’ possibile rivendicare un’ETICA DELL’ACCONTENTARSI?

Forse è giunto il momento. Riallacciandomi all’analisi fatta (decostruzione del successo) sulla necessità considerata tipicamente boomer di apparire, di usare la comunicazione per crearsi una nuova importanza, una sorta di fede in se stessi postidealista, a cui si contrappone una normalizzazione dell’apparire e del comunicare, si apre una visione per una società che si accontenta, che aiutandosi a livellarsi cerca di evitare la tendenza a polarizzarsi su eccezionalità, picchi, protagonismi, contemplandoli ma anche spegnendoli velocemente.

Passati quindi da questa, chiamiamola generazionale, spasmodica voglia di mettersi in mostra potrebbe essere possibile che il reflusso sia quello di invece voler coltivare una maggiore intimità del proprio ego?

Le avvisaglie ci sono (il fastidio per la superesposizione, impensabile in altri tempi, è invece un dato di fatto). Addirittura potrebbe divenire un tema politico.

Mi piace pensare che tutto dipenda dall’influenza di Nietzsche e i suoi derivati sul nostro tempo. In principio tutto poteva sembrare più semplice: da una parte il superuomo, sfera individualista, come faro per la destra novecentesca (fino ad arrivare ai grandi conflitti mondiali), dall’altra la scoperta della tragedia umana (al di fuori della protezione di Dio), sfera che accarezza idee anarchiche, anti potere, e che rientra in un bagaglio anche di sinistra. Questa scarna suddivisione porta alle feroci ideologie. Ma Nietzsche non intendeva arrivare a questo, la sua bravura era proprio quello di decifrare il mondo e l’umano senza dover arrivare ad un totale schieramento, fatto che permise a chiunque (ed è una bella cosa) di trarne stimoli, contributi, fondamenti.

Ma poi, nell’era che vogliamo chiamare, per nostro divertimento, del boomerismo oppure come in buona parte è stata definita del post-moderno, è arrivata la nuova fortuna di Nietzsche, dopo che gli si era addossata anche la colpa degli inferi dei conflitti bellici per il suo successo addirittura nel circolo hitleriano. A partire dagli anni 60 e poi ancor con più forza negli anni 70 (la mitica conferenza Nietzsche ajourd’hui è del 1972) attraverso personaggi come Foucault, Klossowski, Bataille, Deleuze, la sinistra, o meglio la cultura pensante che a sinistra ha sempre trovato casa, rivendica una sua discendenza intellettuale.

La sinistra, di cui l’anima più ortodossa professa uno spirito collettivista e quindi meno individualista, si stufa e rivendica un’anima individualista anche agganciandosi al pensiero di Nietzsche. Appunto in spirito boomer, si analizzano e criticano tutte le falle di un credo in una società di tutti uguali: chi spinge di più ha diritto ad ottenere di più. È così? La crisi dello “scontro generazionale” (boomer/millennials) sembra rivelare che tutto sia solo un millantare, la vera differenza sia solo l’uso della comunicazione (chi ne fa e ne trae vantaggi e chi non ne fa e sta nel proprio spazio senza alimentare processi egocentrici). Non è più una questione di concretezza vs fuffa che appartiene ad una vecchia generazione, oggi siamo tutti immersi nella fuffa, ma piuttosto di egocentrismo vs sostenibilità, in un’ottica di gestione dello spazio democratico degli ego, i millennials sono nativi digitali, sono decisamente abituati a possedere strumenti in grado di alimentare o meno l’apparire (sull’ “o meno” il boomer dovrebbe approfondire), rispetto al boomer hanno la fortuna di avere maggiore distacco dall’eccitazione dei “15 minuti di celebrità” warholiani (a quale millennials non è capitato un reel da migliaia di visualizzazioni).

Il vero problema a sinistra è che queste spinte da parte di intellighenzia, personaggi e pensatori eccentrici, anche se ben strutturate, non fanno altro che dare diritto di cittadinanza ad un normale approccio banalmente di destra. Per la quale è del tutto normale avere spinte individualiste e quindi servono solo a rafforzare un’identità di base. Se per i pensatori di sinistra rappresentano una forma per trovare spazi inesplorati e inevitabilmente di una piccola nicchia nel pensiero critico di sinistra, a destra diventano fondamenti più o meno inconsapevoli del modo di essere.

Il paradosso in cui forse ci troviamo oggi in Italia: con una destra forte legittimata da un processo di rigenerazione di istanze portate anche da un pensiero di sinistra costringe la sinistra a rinunciare ai suoi particolarismi per stare al suo posto coltivando appunto un’etica dell’accontentarsi, liberando il suo campo dal culto dell’eccezionale in qualche modo lasciandolo a chi da sempre ne fa un suo strumento, appunto la destra, in una nuova chiarificazione di schieramenti: senza protagonismo, con leader che non eccellono ma fanno il loro lavoro, dando importanza al sistema e non alle individualità.

decostruzione del successo

Tornando sulla questione boomer/millenials, il tema della costruzione del successo come veicolo ulteriore alla realizzazione personale rappresenta senz’altro un tema caratterizzante la generazione boomer.

Partendo dai 15 minuti di Andy Warhol, la generazione boomer ha rappresentato la prima generazione mediatica, in relazione all’avvento dei sistemi di comunicazione di massa. Ma ecco, come prima, si è totalmente affidata agli strumenti di comunicazione, coltivandoli come un dio pagano ma sicuro, portatori dell’ unico verbo possibile cosìcché addirittura l’importanza della narrazione ha fatto sì che perdessero peso gli aspetti della concretezza a favore della costruzione di una comunicazione efficace.

Ma fintanto che la comunicazione ha investito le normali parti della vita sociale sembrava che la situazione potesse sostenersi. Ed invece si è pian piani arrivati, anche grazie all’esplosione dei media attraverso l’informatica, a definire prima il messaggio che ad avere un messaggio. Se una volta artisti, attori, scrittori, musicisti architetti erano portatori di messaggi innovativi e sorprendenti ora la sfida è solo essere portatori di messaggi, senza troppa importanza che il messaggio sia interessante o meno e quindi senza che l’identità di quello che chiamiamo oggi influenze sia spendibile in qualche campo disciplinare: la sua abilità è occupare un posto di influenza mediatica.

Il successo quindi non è più un raggiungimento di un momento di consacrazione professionale ad esempio ma il successo è un settore a se stante dove potersi cimentare a prescindere da quel che si sa fare.

Ecco questo rappresenta la decostruzione del successo: il successo non è più un valore positivo del proprio operare come pensavano i boomer, ma un qualcosa da inseguire a prescindere e che delimita un recinto autonomo.

Anche nelle diverse discipline si aprono dei nuovi ruoli di operatori comunicativi: artisti che fanno comunicazione artistica, come musicisti che fanno comunicazione, architetti che fanno comunicazione architettonica, raccontano la disciplina in forma aulica (gli apparenti) in contrapposizione a figure che invece si ritagliano un’approccio concreto, per cui la disciplina coincide con quello che si fa a prescindere dalla qualità (i sostanziali). Diventano due vere e proprie sfere di appartenenza separate. Si crea una confusione nel fruitore che non riesce a distinguere più qual’è la reale essenza del professionista. Chi è il vero artista? Addirittura il riflesso dell’artista arriva sullo stesso fruitore che diventa prosumer e quindi è lui stesso che assume un ruolo decisionale guidando i flussi e le energie.

La generazione post boomer, quella cosiddetta generazione X, ha cominciato a incrinare questo rapporto con il successo. Avendo più consapevolezza del suo carattere effimero, il successo non è un percorso lineare ma un percorso critico, addirittura con storie di conquiste del successo di cui poi ci si è voluti sbarazzare perché insopportabile o anche solo perché usato per fini specifici e non più come un culto. Hanno contribuito a relativizzare il successo dopo l’enfasi boomer dandone uno sguardo di franca disillusione che infatti ha portato l’invasione del successo di per se stesso a mutarsi, come si diceva, da riscontro delle qualità del proprio operare a una scatola vuota da occupare.

L’invasione dei social nelle nostre vite ha prodotto uno strumento alla portata di tutti per la costruzione del successo. Oggi tutti gli utilizzatori di un social sanno ormai quali post possono raccogliere tanto consenso (argomenti personali, commoventi, di buoni sentimenti, obiettivi da mostrare etc.) e quindi generare successo. A tal punto che in molti hanno anche sperimentato la mutazione da quel sentimento di soddisfazione del riscontro ottenuto a una sorta di sensazione di fastidiosa dipendenza dal richiamo di un successo così alle portata.

Prendersi il successo e poi sfilarselo di torno è dunque una normale attività della nostra vita contemporanea, che tutti noi gestiamo in qualche modo a seconda delle nostre necessità.

Questo significa che se un giorno abbiamo bisogno di esternare le nostre capacità, di farci dire “bravo” contemplando però solo una nostra forza che in realtà non ha nessuno interesse per gli altri, il giorno dopo contempliamo il nostro fallimento chiudendoci in noi stessi senza avere nulla da dire a questo pubblico fittizio e finalmente forse necessitiamo di relazioni vere confidando le nostre difficoltà quotidiane. La costruzione della società bipolare. E’ evidente che lo stato d’animo della costruzione del successo, una fredda comunicazione, serve ad alimentare il proprio ego alimentando una finta relazione con gli altri mentre quella del disvelamento del fallimento, una calda comunicazione, ricostruisce un vero rapporto interpersonale con gli altri.

Ok boomer|Millennials

La generazione ok boomer ha cavalcato e sostenuto la liberazione dell’EGO:

-attraverso la liberazione sessuale, l’emancipazione del sesso da censure bigotte e quindi anche da un suo mero valore funzionale, ovvero quello riproduttivo, per invece legittimarne un suo uso più ricreativo

-attraverso un uso spasmodico della comunicazione celebrativa, in particolar modo dell’auto celebrazione in una forma imprenditoriale di costruzione del proprio ego come forma di valore

La generazione millenium in realtà, acquisendo di fatto entrambi queste dinamiche, le sta anche neutralizzando, in una sorta di cura di una società troppo egotica:

-nella democratizzazione sessuale acquisita o meglio nella sua diffusione pop, ad appannaggio di tutti e non di pochi illuminati, del sesso come strategia di mettersi in mostra sono emersi i limiti della liberazione sessuale post 68 come un’attitudine alquanto maschilista di vedere il sesso inteso nella sua sfera più basica di dominio di uno su un altro

-anche in questo caso con l’avvento di sistemi di comunicazione di massa, la diffusione dell’egocentrismo ha normalizzato quella che sembrava un’attitudine di pochi coraggiosi in una pratica di un’intera società oggi definibile schizofrenica o quanto mento bipolare nella sua totalità.

C’è una scena clou del film “Closer” in cui Larry trova Alice che fa la spogliarellista in un locale, in quel posto lei che esprime tutto il suo dolore umano attraverso una disumanizzazione (sembra un replicante).

In un passaggio del loro dialogo Larry dice:

“Alice dimmi qualcosa di vero”

“Mentire è il divertimento più grande che una ragazza può avere senza spogliarsi… ma spogliata è anche meglio”

Closer (2004)

Il vero tema attuale però non può essere ricondotto ad un semplicistico ritorno indietro “era meglio prima”.

Le nuove generazioni introiettano sempre i mutamenti della società precedente, in particolar modo se sono delle conquiste.

La liberazione di una società egotica, o anche onanistica, rappresenta una conquista. Lo è.

In qualche modo porta più in avanti i confini delle potenzialità esplorative umane.

Oggi dove sono annidate le nuove conquiste da realizzare? Quali nuove debolezze umane abbiamo bisogno di liberare per fare un piccolo passo sociale in avanti?

C’è un difficile passaggio tra società boomer e società millennials che attanaglia le nostre vite, anche quelle di chi si sente al riparo: l’uso della comunicazione.

C’è stata una generazione che ci ha portato verso la società della comunicazione facendone una bandiera di emancipazione, un sotterfugio dove sfogare, in una società che non fosse più quella dispotica dei grandi conflitti mondiali, la propria voglia di contare qualcosa, le proprie massime ambizioni di potere, realizzazione personale, diciamo pensando di fare meno danni  portando l’animo conflittuale umano in una dimensione virtual/comunicativa piuttosto che in una reale (ma oggi invece cominciamo a pesare anche i danni della comunicazione).

Oggi la comunicazione e i suoi strumenti non sono più un modo innovativo di gestire il proprio “ingresso in società”, rappresenta piuttosto lo strumento più basico e diffuso di gestire rapporti interpersonali nella cosiddetta società del controllo. Questa sua estrema diffusione e conseguente normalizzazione in qualche modo la democratizza anche. Chi si è affacciato sui social da adulto gestisce la sua “bolla” chi è nativo social costruisce la sua “bolla”.

Ovviamente l’uso cinico anche del social (dalla narcisa voglia di apparire al tentativo di acquisire consenso diffuso al mero utilizzo per fini commerciali) ha sicuramente in qualche modo deviato e anche condizionato lo strumento ma lo ha condizionato in termini utilitaristici che in ogni caso ci sembra meglio che in termini di mero compiacimento.

E’ invece indubbio che poi esiste anche un suo uso low profile, con numeri enormi, di cui usa il social diciamo al 10%: da chi lo usa passivamente per avere qualche notizia di amici e interessi, da chi ogni tanto scrive un messaggio di auguri, di chi lo usa per premettere l’opportunità di sentirsi o andati a bere una cosa assieme. Da questo punto di vista se Facebook rappresenta sempre una vetrina in ogni caso verso un pubblico (più o meno vasto che sia), Whatsapp è il social della quotidianità delle chat di lavoro, delle chat dei genitori, delle chat degli amici del liceo, del pensierino a quella persona che non sentivo da tanto. Un filtro al reale. Uno strumento di mezzo. Questo uso è forse quello più interessante a livello dei cambiamenti sociali, perché si insinua, mellifluo, e influenza i nostri comportamenti deviando dal virtuale al reale.

Insomma, scavallata la fase dell’uso eroico di scoperta del mezzo, l’uso passivo (depotenziato) del social sembra essere quello più convincente, capace di farne apprezzare la sua esistenza anche perché noioso nel suo utilizzo come può essere noioso il tempo di crociera di un viaggio aereo transoceanico.

Il pericolo, così come la sfida, è che il coraggio di vivere si annidi nella solitudine dell’uomo e nella dimensione totalmente solitaria della sua esistenza.

L’aver spostato il piano della dimensione egotica (che abbiamo capito avere profonde radici concrete) in una dimensione virtuale sembra essere la sfida che stiamo vivendo.

Lettera ai Millennials

LETTERA AI MILLENIALS: l’esperienziale come obiettivo progettuale

Tutti sanno che l’esperienza dell’abitare appaga se risulta intensa, tanto quanto quella del vivere, eppure durante un progetto per una casa sbagliamo sempre, chiediamo uno spazio che sia determinato più che indeterminato.

La qualità dell’indeterminatezza non è per tutti.

La trappola del progetto porta ad immaginare un dispositivo da abitare fermo, immutabile piuttosto che uno pronto a modificarsi spesso a seconda delle sorprese della vita.

Ci si accontenta di posti fissi, case sicure, rubinetti stilosi anziché di emozioni esistenziali vere, dilaniate da insidie, dubbi, emozioni.

Se il progetto architettonico ha anche un valore nell’assumere una valenza culturale, come sempre è stato – un manifesto – oggi dobbiamo occuparci delle esperienze che un progetto rende possibili che è qualcosa in più della questione della sua valenza iconico-formale.

La nuova generazione di architetti è un po’ meglio di quella precedente, come spesso accade, può ambire a spostare i valori critici di un progetto.

Non adattarsi a quanto fino ad oggi si è fatto ma spostare un pochino in avanti la disciplina.

Un architetto di oggi lo vedo simile al mago, non tenderà mai ad accontentarsi di risolvere le questioni tecniche ma tenterà sempre di risolverle mettendole allo stesso tempo in crisi con un incantesimo. L’incantesimo magico vuole vincere il concretismo realista.

In realtà non esiste contrapposizione tra sogno e realtà, entrambi contano fino ad un certo punto; sono entrambe delle letture possibili della nostra testa e sono terribilmente concatenate tra loro (non potrebbe esistere incubo peggiore se non si avesse avuto prima un sogno estatico), il problema è il peso che gli si dà e le conseguenza a cui queste possono portare (questo è per me l’insegnamento di Lynch, sto scrivendo subito a seguire l’ennesima catartica visione di Mullholland Drive). Quindi il sogno, o l’incantesimo magico, è reale quanto un approccio concreto nella lettura della realtà. O per essere ancor più incisivi, potremmo dire che l’approccio reale è in verità un modo di vedere le cose tanto quanto quello magico od onirico (“i fatti non esistono, esistono solo interpretazioni”, Nietzsche). Se si mette a fuoco questo punto, entrando davvero in un relativismo radicale, ci rendiamo conto di come la rincorsa della verità nel reale sia una chimera tranquillizzante, un appiglio a tutte le nostre inquietudini, il desiderio che ci sia una verità unica che non ci dia più modo di essere sballottati nei nostri dubbi. L’unico stato possibile in realtà è proprio quello dubitativo.

Paradossalmente il sogno, o meglio il rito magico, risulta più sincero nel suo essere già tacciato preventivamente di relativismo e aleatorietà.

Ritornando a Lynch, ad esempio, la sua capacità di alternare realismo disperato e sogno afrodisiaco riesce a far coesistere le due cose in maniera indissolubile, non potremmo avere una cosa senza l’altra (il serpente dell’eterno ritorno). Potremmo dire che il sogno sia una bandiera dei “boomer” arrivata dagli States come nuova forma di credo un po’ consumista in una società sempre più agnostica. Succubi delle scoperte del pensiero scientifico, minati nel supporto dato dalla religione, l’uomo moderno si è quasi suicidato nei conflitti delle due guerre riprendendosi poi in una convulsione “boomer” di consumismo sfrenato.

Oggi si sta tentando in tutti i modi di uscire fuori da quella stanca cultura positivista del consumare contemplando modelli sociali alternativi anche per la preoccupazione del futuro del nostro habitat, sempre più presente nelle nostre vite.

Si intravedono però già le prime pesanti ombre di una società che ha tanta paura e coltiva le ragioni della morte (una ripresa dei conflitti nel mondo sempre più importante e l’ascesa di forze politiche oltranziste).

Le ragioni dei sogni sembrano cadute in disgrazia.

Siamo dentro una società che non sogna più ma manifesta solo un grande malessere, non vuole essere più illusa (malgrado l’illusione sia una pratica che esista da sempre), ragioni che possono essere anche fortemente fondate ma che stanno inaridendo quella facoltà umana di pianificare, progettare con maggiore fede e contemplazione degli sbagli.

Le nuove generazioni, infervorate di concretismo perché non più sognatrici, preferiscono lo stipendio alla vocazione artistica “ci avete rubato i sogni”.

Io ancora penso che, a prescindere dal problema delle condizioni di partenza (e del conseguente conflitto sociale), occorre riflettere seriamente sull’importanza della generosità nelle dinamiche del mondo (l’arte è prima di tutto generosità): chi getta il cuore oltre l’ostacolo significa che ha qualcosa da dare, chi non lo fa riflette una certa aridità.

Occorre aiutarci, aiutarci tutti. Ricominciare a pensare e guardare più in là di oggi.

Arginare le nostre visioni di cataclismi, conflitti, disgrazie. Sognare di più (come forma di credo), anche se, anzi soprattutto se fortemente agnostici.

Ri-espandere l’immaginazione e percorrere i diversi mondi possibili che l’immaginazione sa aprire, perché la realtà non è una sola.