Spazio Politico

Le particelle rosse usano lo spazio in modo similare, al contrario di quelle bianche

Riflessioni a seguito dell’ottava puntata di Wild Radio (LINK), che è stata dedicata allo “Spazio Politico”, partendo dallo spunto della riflessione sempre utile intorno allo spazio pubblico, inteso come spazio demaniale ovvero di proprietà pubblica: abbiamo citato la pianta del Nolli del 1748 e la sua visione di una città dallo spazio pubblico espanso anche a spazi privati e chiusi, gli enclosure acts inglesi, i provvedimenti che portarono a recintare i terreni agricoli dei privati a sfavore dell’uso che ne facevano allevatori e coltivatori, o anche la grande spinta ottocentesca a costruire spazi collettivi etc.

In realtà ci troviamo in un momento storico particolarmente complicato da questo punto di vista. Forse va constatato amaramente che l’idea del bene pubblico ha perso la sua spinta propositiva efficace (quella ottocentesca fino agli ultimi tentativi di inizio novecento per l’appunto) avendo perso terreno davanti alla efficacia del privato per quel che riguarda in particolar modo la sua capacità gestionale decisionale. Il privato può permettersi di essere spietato, decisionista e questo ne agevola i compiti. Il pubblico non può permetterselo. Deve essere sempre inclusivo, democratico e partecipativo a vantaggio degli ultimi a svantaggio dei migliori e dei prestanti. E a questo riguardo, mi piace aggiungere che dobbiamo salvaguardare l’inerzia dello spazio pubblico. Tutelare il pubblico come spazio lento non competitivo e non prestante e respingere la litania di chi opera nel privato e vorrebbe assimilare la dimensione privata a quella pubblica. Sono due cose che non coincidono proprio ma anzi divergono.

E l’esemplificazione perfetta è quanto accade attraverso il web: non solo lo spazio virtuale che noi siamo soliti frequentare è sempre e comunque privato (i social) ma anche le attività interattive messe in moto dalle piattaforme social rivelano di portare gli spazi privati a fungere come spazi pubblici ma in altra forma (tutta l’attività delle case-vacanze o anche quella dello scambio di servizi tra cittadini).

E quindi se accettiamo di diventare ognuno di noi pubblici non possiamo sottrarci a dover occupare uno SPAZIO POLITICO e ad esporre una nostra ETICA PRIVATA in forma PUBBLICA.

Tutto non può essere ricondotto alla proprietà legale dello spazio ma a come questo stesso venga utilizzato!

La proprietà può essere un concetto superabile? O almeno relativizzabile? E soprattutto personalizzabile?

Perché non interessarsi di quello che avviene all’interno degli spazi?

Ad esempio le regole d’ingaggio di un social network non identificano esse stesse un approccio politico? Così come le regole d’ingaggio dell’affitto di un alloggio temporaneo non fanno altrettanto?

Ma non solo! Aggiungo che anche il nostro operare all’interno degli stessi è un atto politico. Ad esempio ci preoccupiamo della collettività o coltiviamo solo meri interessi personali attraverso la nostra comunicazione? Quante volte ci pensiamo quando facciamo un post?

O nell’uso del proprio consenso? Una volta che abbiamo accettato tutti di avere un profilo pubblico non è più possibile nasconderci dall’uso che ne vogliamo fare (addirittura anche se ne facciamo un solo uso passivo)? Abbiamo attivato proprio quello che definiamo uno spazio politico?

Come interagite con le piattaforme? Prendete una vostra posizione, personalizzate la vostra policy, o fate esattamente quello che vi viene detto di fare?

Ecco bisognerebbe partire da qui per avere un uso più consapevole di qualunque spazio si abbia occasione di utilizzare (nulla è scontato). 

E l’influenza dell’uso spasmodico dei social (pensiamo poi all’esplosione dello spazio virtuale durante la pandemia) non può non ripercuotersi nella società e nelle questioni degli spazi fisici e dei loro usi.

TRASH-ENDERE

Il trash ha sostituito l’epifania!

L’epifania era già abbastanza trash nel suo comparire ma poi è diventata super trash nell’essere tramandata. Cosa c’è di più trash del presepe?

Ma cosa intendiamo per trash? Edulcorazione di cultura popolare? Estremizzazione sottoculturale? Forse l’ipotesi più accurata è il trascendere.. Il famoso trascendere.

Quell’esigenza tanto umana quanto inspiegabile, irragionevole. L’esigenza di andare oltre quello che si è. Di credere. Dei, miti, legende, identità parallele. L’esigenza di un surplus di valore.

E però se per lungo tempo a colmare questa esigenza era stato sufficiente inventare una di storia: Gesù, Giuseppe e la Madonna, oggi, nella costruzione di valori atei/materialisti, abbiamo sostituito alla necessità del trascendere ideologie (più o meno politiche) che poi abbiamo sconfitto anche perché il costrutto ideologico in realtà aveva ben poco di epifanico (rimaneva un approccio tutto mentale) per arrivare alla condizione post ideologica per cui la costruzione del proprio trascendere in modo direi customizzato (ognuno si fa il suo personale credo).

Il problema è che nella cultura contemporanea ancora facciamo resistenza al nostro trascendere così come al nostro trash. Tentiamo di sopprimerlo. O costruiamo delle narrazioni elitarie per cui certi comportamenti sociali siano “magicamente” esenti dal “trashendere”.

Scopare è trash? Mangiare è trash? Il conflitto è trash?

Il ricatto elitario porta a questo. Una sorta di restaurazione conservatrice alimentata dalla paura di soffrire e quindi accettare tutto. Anziché imparare a soffrire.

Oggi i social ci insegnano che si perde più tempo a costruire la fama di quello che si è fatto piuttosto che a fare quello che si sta facendo.

Il valore oggettuale, materialista è pari a zero mentre il plusvalore è tutto.

La profezia di Andy Warhol “nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per 15 minuti” è ormai una frase datata. Oggi il tema è come essere famosi per più di 30 secondi (il tempo del refresh di una pagina social). Quello che è vero è che il problema vero del coltivare la notorietà non è più l’accedervi ma il mantenerla.

E se la fama sembra sempre più nascere nella maggiore capacità di sincerità nel porsi in mostra questo stesso aspetto pregiudica sempre più la costruzione di una competenza.

Mi spiego meglio:

oggi esistono i personaggi dello spettacolo e gli attori e sono due categorie diverse. I primi sono persone che accettano che la loro vita diventi pubblica, quella è la loro missione e diventa la loro professione (la dimensione del reality show) e poi c’è la dimensione dell’interprete (la visione classica dell’attore), colui che studia per assumere le sembianze di un altro personaggio per metterlo in scena nelle forme convenzionali della rappresentazione.

Forse non è una novità, ovvero la autocelebrazione esistenziale è un fatto da sempre esistito ma elitario (si pensi al successo della figura di Gesù e dei miti dei culti o alla costruzione narrativa delle famiglie reali) ma di sicuro la sua “democratizzazione” ad appannaggio di tutti è un fenomeno che si è fortemente sviluppato negli anni recenti con il diffondersi della comunicazione per tutti.

La cosa buffa è che tale scelta autocelebrativa conduce fortemente verso una cultura trash: ovvero metto in scena me stesso (che è essa stessa un’azione trascendente) come unica e sola mia chance sociale (un tributo pubblico) e l’inevitabile messa in scena di me mi porta ad essere un materiale trash.

Il social quindi ha decisamente enfatizzato la cultura trash, addirittura rendendola parte integrante della nostra vita sociale (a prescindere da un mero fattore stilistico, è lo stesso rendere pubblico il mio contenuto privato/intimo che è operazione fortemente trash).

L’idea che ci sia una buona creanza nel linguaggio social è un grande inganno che si racconta chi a tutti costi non vuole apparire trash, ma la verità è che come pubblichi (posti contenuti) immetti subito materiale trash nel vortice onnivoro della comunicazione.

Quindi, trashendete consapevolmente e buon TRASH a tutti!

EXTRA POLITICA

[traccia di messaggio all’uscita del palazzo]


Direttive: fuggire il più velocemente possibile dalla politica!
Questo è l’obiettivo che arriva dai mutamenti in atto 

** fondare immediatamente l’EXTRAPOLITICA**

E non c’è neanche molto tempo.. direttive immediate da rendere attive prima ancora di averle ricevute.
Velocissimamente! Fast Fast Very Fast!
Strappare, rimuovere ogni possibile cordone ombelicale con la politica che sta tornando onnivora.
Intraprendere nuove strade perdute e sconosciute. Senza timor alcuno.

Questo messaggio come letto si autodistrugge.. 3, 2, 1..
Non lascia traccia alcuna, ma deve impiantarsi nei neuroni e partire per il progetto extrapolitico (immettere la velocità iperspaziale).
Esigere massima riservatezza (comunicazione per pochi)

Imparare a stare nel TRASH-MODERNO

Garmonbozia
Sostanza immaginaria che appare nel film Fuoco Cammina con Me (1992) di David Lynch.
Una sorta di crema di mais, nutrimento (droga) degli spiriti che abitano la loggia nera.

Istruzioni per sopravvivere all’era del Trash-Moderno si sovrappongono alla voglia di perdersi senza paracaduti di protezione. Il Trash-Moderno ha tre fattori scardinanti:

1- il meme “copia e incolla” diffuso

ricordate Picasso del “i buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano”

BULLSHITS (stronzate)

è arrivato il web che ha confermato l’intuizione della teoria dei meme, come apparse nel “Gene egoista” di Richard Dawkins (1976) poi confermate da Susan Blackmore (1999).

La diffusione dei pensieri e delle idee avviene solamente tramite copia, non esiste nessun furto possibile. Il furto presupporrebbe che un’idea sia unica e sola mentre questo non succede mai. Un’idea se esiste significa che già esisteva da qualche parte.

Per questa ragione l’idea stessa è trash perché, perso il valore dell’originalità, l’idea si presenta sempre come un resto, un qualcosa di abbandonato, di scartato che viene recuperato, ripreso e rilanciato e ricollocato in un nuovo circuito. Non ha valore di per se stessa ma ne assume a seconda dei valori esterni a lei e al più potremo assistere ad idee che si copiano più facilmente e tendono a somigliarsi l’un l’altra o ad idee che hanno matrici identitarie maggiormente forti e si fa maggiore fatica a copiare. Ma è l’idea stessa dell’originalità che lascia il tempo che trova.

2- il relativismo accelerato

Viviamo in uno stato diffuso di relativismo oggi riscontrabile in moltissime attività umane (dalla politica all’arte, dalla scienza all’economia).
Viviamo dunque davvero in continue aperture di “gate” che permettono dei passaggi intertemporali che oggi sembrano smentire quella tensione usuale e univoca a guardare al futuro, come baluardo di un ottimismo dell’ignoto, ma invece permettono di viaggiare in modo più libero (wild) tra passato, presente e futuro (“vivere senza tempo” dicevano i situazionisti) tramite percorsi paralleli e sconnessi tra loro come le traiettorie tracciate nello spazio-tempo curvo della teoria della relatività generale.

Questo approccio relativista ci impone la faticosa attività del porsi delle gabbie di certezze per poi smantellarle e poi ricostituirle.

Relativismo = vivere in uno stato di perenne crisi.

La crisi alimenta il trash. Come il maiale all’alentejana, piatto della regione portoghese che gli da il nome, che accosta carne di maiale alle vongole, oggi sono le posizioni univoche, senza contrasti, ad essere fuori luogo.

3- il disturbo schizoide o bipolare sociale

L’accessibilità della follia e la sua legittimazione sociale (vedi Foucault, Storia della follia o Sorvegliare e punire o anche gli effetti della società post Van Gogh) come unico modo per un reale processo di reinserimento/integrazione.

La schizofrenia è dunque un metodo, oramai diffuso e non di pochi, per tollerare e gestire il relativismo. In realtà oggi è la società stessa ad essere duplice (dai due volti).

Logiche surrealiste e pratiche o derive situazioniste racchiudono il potenziale per far emergere il subconscio, la materia preferita del trash. La “società dello spettacolo” di debordiana memoria o la vita in diretta (da grande fratello) che ormai è fondatamente insediata nella società contemporanea non può più nascondere l’inconscio trash che plasma quindi l’immaginario sociale.

Sulla Rappresentazione

30/12/2020

CONTRO I RENDER

I render in architettura sono le immagini della dittatura del mercato. Non significa che non siano belli, significa che è sbagliato il loro modo di intendere il bello. Appiattire la scelta di un progetto attraverso un render, inseguendo la simulazione del reale, mortifica chi quel progetto lo ha fatto, lasciandogli tra l’altro intendere che in quel modo il progetto è come se lo avesse realizzato, desolazione del momento sacro della progettazione. Un progetto è un atto di pensiero e le immagini hanno modi più sofisticati e intelligenti di rappresentare i pensieri e le intenzioni. Ma invece ancora ci assestiamo a pensare che i render siano il modo di verificare un progetto, che tristezza. E’ evidente che un progetto architettonico non potrà mai essere esaurito nella sua illustrazione visiva, ed è per questo che il giudizio di un progetto passa inevitabilmente per una sua narrazione e però la narrazione nasce come processo letterario e non come dimostrazione del reale. Un render sempre un’immaginina sarà, nulla di più. E allora smettiamola di far finta di sapere quando non si sa, ma coltiviamo l’ambizione di giudicare immagini che abbiano valori semantici con gli strumenti più vari e con la capacità creativa di sapersi mettere in gioco per davvero (collage, schizzi, graficismi) e leggiamo i testi! Basta con i render, non credete ai render.

Qui il post, apparso su FB, per vedere anche i commenti.

04/01/2020

APOLOGIA DEL MEME (NUOVO STRUMENTO DI PROGETTO)

Il meme (realizzato tramite collage o immagine + scritta o testo come immagine etc.) è l’anti render: ildisegno che, per esprimere, non prevede virtuosismo tecnico ma solo virtuosismo poetico. Il meme infatti denuncia la superficialità dell’immagine ma allo stesso tempo alimenta la potenza della narrazione. E’ dunque l’immagine stessa che genera il progetto e non l’immagine che restituisce il progetto. A seguire la genesi del meme bisogna vedere quante opportunità ha lo stesso di propagarsi per imitazione. L’immagine e la sua composizione lavorano come un linguaggio in uno stretto contatto con il cervello, in una sorta di recettore elettronico degli impulsi, senza filtri raziocinanti. L’utilizzo delle immagini, oggi pratica diffusa nel progetto di architettura così come nella società tutta, ambisce a sostituire i disegni espressivi, pratica ampiamente diffusa, ma porta i progettisti a dimenticare la plusvalenza artistica che il disegno permette nella rappresentazione di un progetto, a discapito di un finta rappresentazione del reale e di un’ “obiettività tecnica” sopra le parti. Per adeguare invece l’aspetto unico e artistico nell’uso delle immagini, pratica insosituibile nella contemporaneità, il lavoro non può che nascere direttamente operando su di esse in una sorta di collage creativi e/o meme di progetto. Il meme, come nella definizione data da Dawkins (Il gene egoista, 1976), è “un’unità auto-propagantesi” di evoluzione culturale, analoga a ciò che il gene è per la genetica.

Qui il post, apparso su FB, per vedere anche i commenti.

fotocollage accelerazionisti

In questa serie di collage digitali si è tentato di “accelerare il pensiero attraverso le immagini”. In che senso? Nel senso letterale, ovvero tentando di costruire una serie di collage che “vomitassero” o se volete esplicitassero le connessioni di pensieri diversi e diffusi che, nel momento stesso della loro produzione, passavano nella mia mente.

Ha senso? L’unico senso è il fatto che non ne abbia, ovvero che sia un esercizio, quasi come un recettore elettronico di impulsi, per radiografare connessioni cerebrali sparse e/o influenzate da letture, pensieri, connessioni, scambi, influenze esterne le più varie.

Su ognuna di esse si potrebbero aprire tutte nuove storie ma è pur sì vero che accelerando il tempo si riduce.

fatti di cronaca concomitanti a Roma: a seguire l’arresto dello street artist Geco, lo sgombero del Cinema Palazzo nel quartiere San Lorenzo avviene negli stessi giorni dell’inaugurazione del nuovo centro commerciale Maximo su via Laurentina, mentre comincia il dibattito sulle prossime candidature per il governo della città che in particolar modo vede il sindaco attuale Virginia Raggi e Carlo Calenda, ex ministro, contrapporsi, qui ritratti in fotografie particolari.

Influenzato dai testi di Nick Land (è da poco uscita la traduzione di una serie di suoi testi nella raccolta “Collasso”, Luiss University Press) ho tentato di mettere assieme robotica (un amico mi ha parlato del suo recente acquisto, l’oculus quest2) ad una grafica accelerazionista di un articolo del The Guardian e un’immagine di un negozio Gucci con le bandiere comuniste in Cina, ma mi mancava uno sfondo di ambientazione e non so perché mi è venuto in mente “Déjeuner sur l’herbe” di Edoard Manet (c’è anche il personaggio di Twin Peaks, mia ossessione da sempre, Ronette Pulaski quando viene rinvenuta dopo la notte dell’omicidio di Laura Palmer).

Anche in questo caso il collage risente dal mondo accelerazionista landiano: il numogramma appare negli esperimenti theory -fiction della CCRU (Cybernetic Culture Research Unit), il gruppo fondato e diretto tra gli altri da Nick Land attivo dal 1995 al 1997. Il numogramma è l’esempio più evidente di iperstizione filosofica, uno dei concetti più importanti di Land. Per costruire questo numogramma ho tradotto la parola aporia in cinese (il cui significato è “problema le cui possibilità di soluzione risultano annullate in partenza dalla contraddizione”), ho pensato intensamente all’immaginario così iconico di Tron (la versione del 1982) per cui ho usato un fotogramma, ho poi inserito alcune immagini/diagrammi spesso associati al numogramma landiano, inserito un’immagine femminile tratta dall’archivio di immagini DIS e infine poppizzato il collage con l’inserimento del doppio Elvis warholiano.

Di nuovo influenzato dalla cronaca di Roma dove alcuni adolescenti si sono dati appuntamento al Pincio per dare vita a delle risse e dalle successive discussioni critiche e l’associare il fatto ai problemi dettati dalle restrizioni sociali del momento storico a causa del Covid e dell’uso deviato e compulsivo dei social media in una sorta di vita in diretta continua, ho ripescato nella memoria riflessioni e iconografie cinematografiche. Sicuramente James Dean di “Rebel without a cause” che da nome al collage così come Brad Pitt di “Fight Club”. La statua di Leonardo da Vinci con mascherina contestualizza il tema del collage.

Ancora influenzato da questa vita perennemente on line, rafforzata ancor di più dalle restrizioni sociali dettate dall’emergenza sanitaria Covid, questo collage si basa sulla scoperta dell’ASMR (autonomous sensory meridian response) una pratica di “massaggi mentali” che ha avuto una sua maggiore diffusione mediatica con l’ausilio della diretta streaming dove un medium (l’ASMR artist) produce effetti sonori tali da produrre delle vere e proprie sedute di terapia negli ascoltatori che possono trovare ausilio in problemi di stress, ansia, insonnia. Il collage ingloba inoltre un’immagine iconica virata in rosso di una “scimmia astronauta”, omaggio alle sperimentazioni pioniere dei primi lanci nello spazio, assieme al personaggio T-1000 (Terminator Serie 1000) che appare nel film Terminator2, un androide assassino mutaforma composto da una lega mimetica di metallo liquido che gli permette di assumere la forma di altri oggetti, una delle rare foto di Nick Land e la protagonista con il suo grande cuore del videoclip del brano “Another Chance” del dj Roger Sanchez.

Questo collage prende spunto da una nuova notizia di cronaca particolarmente dibattuta durante i giorni della sua produzione, ovvero il mancato scioglimento del sangue di San Gennaro, fenomeno religioso che avviene tre volte l’anno nella cappella del Tesoro di San Gennaro, dove è custodito in due ampolle. La scena del mancato scioglimento è posta in forte contrasto con una delle installazioni performative dell’artista/fotografo Spencer Tunick, solito fotografare grandi assembramenti di nudi umani in luoghi iconici (come davanti ai monumenti delle città del mondo). La scena è stata poi ambientata nel dipinto di Giorgione “La Tempesta” nella quale sono stati inserite, come fossero dei body guard, alcune figure di cyborg. Questo collage ha avuto problemi con le policy di Facebook ed Instagram a causa dei nudi presenti, esiste anche una versione con i sessi oscurati.

Questo collage, totalmente visivo, nasce dall’immagine iconica di Neo, il protagonista della serie cinematografica Matrix, interpretato da Keanu Reeves, in un fotogramma celebre in cui il personaggio, convinto dei suoi poteri dettati dalla rivelazione del film per cui il mondo in cui vive è solo una rappresentazione virtuale, riesce a controllare gli eventi che succedono, come bloccare e controllare le pallottole sparate contro di lui dagli agenti che gli danno la caccia. Il collage è completato da un’illustrazione psicoartistica di una donna, con stilemi legati alla stagione hippy degli anni ’70, il volto della donna che appare nel film “Un chien andalou” di Louis Bunuel prima della scena cult del taglio dell’occhio, e due insegne neon tipiche dei sexshop, una “Adult”, che da nome al collage, e sexshop mentre sullo sfondo compare un fotogramma tratto dai titoli di testa di Saul Bass del film Vertigo (La donna che visse due volte) di Alfred Hitchcock.

La casa ideale del 2020

2020: la pandemia Covid-19

Tra un lockdown e un altro abbiamo riscoperto la nostra dimensione domestica: ecco a seguire una serie di cartoline sul tema.

Postproduzione creativa

Una serie di cartoline di sperimentazioni visive sulla base di foto/immagini.

meme contro il preconfezionamento della comunicazione social

meme contro il preconfezionamento della comunicazione social

Una serie di meme, cartoline del mondo social, per tentare di innestare una riflessione critica sulla dittatura della comunicazione preconfezionata che i social spesso impongono o forse che noi non riusciamo a impedire con gli strumenti in nostro possesso.

Contro la notizia continua social, NNGN “No News Good News” è un progetto per astenersi dal dare notizie come forma di rassicurazione.

#NNGN #no #news #good#news#designthinking#matdaro

Contro il sensazionalismo social, SMB “Social Media Boredom” è un progetto per coltivare una sana noia al loro interno.

#SMB #social #media #boredom #designthinking #matdaro

Contro il piacionismo da “like” social, LFD “Looking for Dislike” è un progetto per coltivare la spiacevolezza.

#LFD #looking #for #dislike #designthinking #matdaro

Contro i commenti social blastatori, NC “No Comment” è un progetto di astinenza dal commentare.

#NC #no #comment #designthinking #matdaro

Contro i Post-Verità sui social, TTDNE “The Truth Does Not Exist” è un progetto per un’unica possibile verità assoluta.

#TTDNE #the #truth #does #not #exist #designthinking #matdaro

Contro la pubblicazione compulsiva social, WFSN “Waiting for Something New” è un progetto di attesa per la pubblicazione di qualcosa, da venire, se arriva.

#wfsn #waiting #for #something #new #designthinking #matdaro

SCONFIGGERE IL NEO MODERNO GLOBALISTA (da IKEA alla WEB identity alla casa AIRBNB)

SCONFIGGERE IL NEO MODERNO GLOBALISTA (da IKEA alla WEB identity alla casa AIRBNB)

Me lo ricordo perché ero all’inizio del mio percorso universitario (primi anni ’90). La crisi del linguaggio postmoderno per quello decostruttivista (la mostra al MOMA di Johnson e Wigley “Deconstructivist Architecture” è del 1988) era in atto.

deconstructivist architecture, 1988

Imparai che in architettura possono esserci battaglie feroci in nome del linguaggio. La battaglia ebbe sicuramente un vincitore, il decostruttivismo prevalse ma poi scoprimmo (come ci dissero gli osservatori più attenti) che era solo un altro modo (meno gentile e pacifico) di essere postmoderni. Anziché timpani, colonne e architravi ci piacevano i pilastri storti, gli angoli obliqui, i muri sbilenchi.

Se l’ironia colta del “postmoderno storico” (Venturi) aveva preso in giro e spazzato via il linguaggio modernista, l’ironia feroce del “postmoderno pulp o grunge” (Koolhaas) (tendenza da considerarsi sorella delle tendenze culturali legate alla musica, il cinema e la letteratura) spazzò via il linguaggio postmoderno.

Si creò però questo cortocircuito curioso per cui, per quanto come approccio semiotico si era tutti postmoderni (ovvero si scimmiottava qualcos’altro), mentre il “postmoderno gentile” guardava a una dimensione lontana nel tempo (la storia sedimentata) con il duplice effetto di essere alle volte troppo colto e alle volte troppo kitsch, il “postmoderno cattivo” guardava più da vicino, all’alba del secolo (ovvero alle avanguardie).

Questo aspetto, che quindi conferma una metodologia ma ne diverge per un piccolo particolare, come sappiamo, ha prodotto un’incredibile rivoluzione linguistica.

E così siamo al topic del mio intervento: è successo poi che, superati gli eccessi del decostruttivismo, quello che infine rimase e diventò un obiettivo, che pare ancora a galla, era recuperare il linguaggio delle avanguardie, e quindi IKEA era la soluzione linguistica che metteva tutti d’accordo: innovativa (nel guardare alla modernità come pratica low cost di accedere ad un linguaggio accettato da tutti).

ikea store

La sfida era dunque convincere tutti che i “ghiri gori” fossero di per sé un difetto, totalmente inutili. Paradossalmente quando Portoghesi, animatore della stagione “postmoderna gentile” diceva “l’architttura postmoderna propone la fine del proibisionismo, l’opposizione al funzionalismo, la riconsiderazione dell’architettura quale processo estetico, non esclusivamente utilitario; il ritorno all’ornamento, l’affermarsi di un diffuso edonismo” non poteva aspettarsi che questo processo avrebbe portato nuovamente ad affermarsi la “caccia alla decorazione” ma in chiave postmoderna, ovvero tramite una dittatura del linguaggio essenzial-minimale (neo moderno per l’appunto). Processo che trovò il beneficio dell’appoggio totale di tutto il mercato globale, nel modo di esprimersi, in particolar modo potremmo soffermarci su tutta la produzione di loghi, brand, corporate identity, etc etc, dove sarebbe facile ripercorrere una sempre più consolidata uniformità del linguaggio visivo verso alcuni stilemi più propri delle avanguardie.

brand logos

E’ successo quindi che si affermasse come “linguaggio indiscutibile” il linguaggio IKEA globalizzato, o anche l’idea della spersonalizzazione del linguaggio (che in realtà non è mai vera ma è pur sempre una scelta).

In architettura è interessante constatare come, dal decostruttivismo, che era forse il massimo della personalizzazione con le sue sgrammaticature, si sia arrivati in poco tempo a inseguire questa ricerca indefessa della spersonalizzazione, come dire rimanete sì “avanguardisti” ma solo per imporre un linguaggio totale e totalizzante, togliete invece tutto ciò che ha a che vedere con provocazioni, ironia, occorre perseguire il dogma del “neo modernista doc” (ricordo che il linguaggio moderno si impose allo stesso modo dalle istanze delle avanguardie).

E così ci troviamo in una sorta di stallo in cui temiamo di personalizzare il nostro linguaggio (così come chi ambisce ad una unica lingua e all’estinzione dei dialetti). I designer dei segni (quando si parla di linguaggio è difficile distinguere tra grafici, architetti, illustratori, artisti) hanno accettato di astenersi dalle loro sbornie, dalle loro fissazioni, dai loro traumi formativi, dagli innamoramenti visivi. Hanno accettato che il linguaggio non fosse materia loro ma materia data, dalla collettività totalizzata (un unico grande cliente dittatoriale).

Forse una situazione del genere non era mai successa: un consenso così piatto per un unico linguaggio.

airbnb & ikea

Per avere un parametro evidente di quanto sto sostenendo, credo che non ci sia nulla di più emblematico della navigazione sul sito/piattaforma di AIRBNB: è indiscutibile che oggi esista un preciso format di casa AIRBNB. Che spesso sia realizzata proprio in cooperazione con gran parte di quello che offre IKEA e che trovi nella foto da pubblicare in internet la principale bussola da seguire (esattamente come l’etica INSTAGRAM per i giovani): pulizia, luminosità/chiarezza, evocazione del lusso (apparente), un senso di modernità che allude a un sempre nuovo; quello che va evitato invece è il polveroso, l’oscuro, il consumato/usato e uno stile che sembra povero o antico (che ormai non fanno differenza ma sono assimilabili). Fa resistenza solo per un pubblico tendenzialmente circoscritto ai paesi dell’Est (Russia in primis) uno stile postmodernista di lusso, tra Versailles e un new decò che non fa differenza, e che quindi, in una sorta di legittimazione dell’ignoranza per il linguaggio, si mette sullo stesso piano del linguaggio asettico.

Si sono abbattute le sottigliezze e le differenze; il confronto è ormai dilaniato tra asettico e decorativo, che sembrerebbe voler creare una dicotomia tra vita e artificio. Come si accennava prima, discernere tra antico e povero non è così importante, se è decorato è da buttare. Oggi siamo di nuovo come alla stagione del proibizionismo di cui parlava Portoghesi.

Si pensi ad esempio al “delitto delle librerie”. Oggi assistiamo alla celebrazione della libreria senza libri. Come se il libro, a prescindere se poi lo si legga o meno (non è questo il tema dibattuto) non abbia una sua forza estetica o figurativa (polveroso, antico, consumato).

libreria di design mikado

L’idea estetica che ci siamo fatti della casa AIRBNB è che debba essere spersonalizzata così da disturbare il meno possibile, perché ci fa paura l’idea che ci sia stata una presenza, un’ombra, una storia in quella casa, dobbiamo avere a tutti i costi l’impressione che quella casa sia stata fatta per noi e solo per noi (figuriamoci ora in pieno post Covid).

Di nuovo la dittatura del neo moderno ci ha fatto suoi. 😱

[…]

street view architectures (odhams walk)

Bisognerà rivedere tutti i manuali di storia dell’architettura.. ridefinire i criteri di giudizio e le attitudini descrittive per valutare le architetture del mondo, a maggior ragione dopo l’esperienza anti-sociale e/o della crisi degli spazi fisici, che ha rivalutato come fatto non così malsano la misantropia, del Covid-19.

Del resto Google, nel presentare il servizio Street View, dice proprio Street View di Google Maps è una rappresentazione virtuale del mondo che ci circonda su Google Maps che fa a venire alla mente l’opera magna di Schopenauer “Il mondo come volontà e rappresentazione”.

Insomma che il mondo sia rappresentazione è una scoperta che viene da lontano. Forse il vero tema in realtà è quale dei tanti mondi rappresentati ha più efficacia degli altri.

In ogni caso questa nuova riflessione è semplice. Come cambierebbe la storia dell’architettura se giudicassimo le opere da street view? Mi sembra già evidente che avverrebbe una micro rivoluzione teoretica. Perché alcune opere amplificano le loro qualità mentre altre non riescono a trovare la loro giusta dimensione espressiva.

odhams walk satellite map

Ecco questa riflessione nasce con il caso molto interessante di Odhams Walk, opera del 1979 progettata e realizzata dal Greater London Council a Londra, che si rivela essere molto adatta alla visita in modalità street view, opera versatile proprio in relazione al suo essere attraversata, guardata (che offre sempre scenari inediti e diversi), capace di intercettare la piacevolezza del suo attraversamento come spunto progettuale.

L’e(ste)tica del male

[titolo modificato il 14 luglio]

Per superare il grande evento del Covid-19 sento necessario il recupero di un’estetica del male, oggi scomparso dalla scena artistica e/o del pensiero, a causa del sistema dittatoriale messo su in particolar modo dai social network in una tensione tutta tesa ad un’etica sempre positivista e ad un’estetica sempre glamour/patinata.

Ma neanche tanti anni fa (ma anche tanti anni fa) la scena culturale (sicuramente più predisposta a scelte estreme e radicali) metteva in circolo un’estetica della perversione, disturbata che poi finì a sua volta fagocitata in un sistema mediatico/commerciale in forma edulcorata e che oggi, rivisitata, potrebbe farci bene ad essere più capaci nel saper guardare al male come patrimonio della nostra natura.

Costruzione di una galleria visiva di riferimenti

lovercraft, il mito di cthulhu (disegni delle creature)

david lynch (dal suo immaginario visivo)

matieres fecales (performing artists, from instagram)

90’s aesthetic (miscellaneous)

Jake & Dinos Chapman (sculture)

David Cronenberg (filmaker)

Prodigy Smack my bitch up, 1997 (frame dal videoclip)