Wild Radio On Air

Wild Radio On Air E’ un progetto sperimentale di una radio in diretta video streaming di Mattia Darò e Daniele Mancini che nasce dalla grande diffusione di eventi similari a seguito dell’emergenza sanitaria del Covid-19 partendo però da una considerazione diversa: una chiacchierata informale (resa pubblica) alle volte è molto meglio di una conferenza!

Sono state realizzate 10 puntate con questi argomenti:

  1. Sulla Rappresentazione
  2. Sulla Diseducazione
  3. Radicalismi
  4. Passaggio (i)
  5. Postproduzione
  6. (è) Facile Ristrutturare?
  7. Scuola|Comunità
  8. Spazio Politico
  9. Inondazioni (il fascino estetico involutivo)
  10. Eternità effimera

Modernism Abuse

Una nuova serie (#modernismabuse):

Siamo sicuri che l’eredità moderna sia mai stata conclusa? Tra eredità raccolta e riproposta e riflessione sulla sua conservazione, la memoria del moderno è ancora salda e attiva nella nostra cultura.

E quindi analogamente è ancora forte la sua messa in crisi?

Lo spunto mi è stato dato dal caso del progetto del “Nid d’abeille” e “Sémiramis” di Casablanca, progettato all’interno del programma “Carrières Centrales” che prevedeva alcuni progetti di sviluppi urbani modernisti nella città marocchina, realizzati tra il 1951 e il 1952 dal team Atbat-Afrique, composto dagli architetti Georges Candilis, Shadrach Woods e Vladimir Bodianski.

E’ evidente la forza plastica di questi edifici che provano a reinterpretare in chiave moderna alcuni elementi tipologici tipici della cultura medio orientale (come i cortili, addirittura utilizzati su più livelli come specie di terrazze e alternati, e gli spazi distributivi/comuni “le strade all’aria”).

Ricordiamo che Canidilis e Woods provengono dallo studio di Le Corbusier e hanno lavorato all’Unité d’Habitation di Marsiglia ma anche che faranno parte del Team X che nasce all’interno del CIAM nel 1953 assieme agli Smithson, De Carlo, Bakema, Van Eyck, quindi interpreti di una eredità moderna ma anche i primi a provare a metterla in discussione cercando strade diverse.

Potremmo dire che il loro sguardo intravede il problema della modernità e il loro tentativo di praticare una modernità gentile in realtà non farà altro che scardinare una sorta di “naturale ribellione” della cittadinanza all’imprimatur dell’architettura sulle condizioni abitative dell’uomo.

Perché lo stravolgimento concettuale (più che formale) degli edifici nel corso degli anni diviene una sorta di “manifesto ideologico” del tema dell’appropriazione dell’edificio da parte di una comunità, tema nevralgico similare a quello tanto dibattuto della “esportazione della democrazia” per comprendere le differenze tra culture diverse inquadrate nell’ambito dell’architettura e dei suoi processi.

Sulla base di queste analisi ho prodotto alcuni collage digitali che tentano di porre lo stesso interrogativo sul “nostro patrimonio moderno”, provare ad indagare quale effetto estetico si otterrebbe se violassimo alcuni edifici iconici della storia di architettura contemporanea italiana?

collage digitale, dettaglio del corpo scala dell’edificio delle poste di via Marmorata a Roma di Adalberto Libera e Mario De Renzi, 1933-35 (base fotografica da Archidiap, foto di Marco Calvani)
collage digitale, veduta della testata dell’edificio delle poste di piazza Bologna a Roma di Mario Ridolfi, 1933-35 (base fotografica da Archidiap, foto di Giorgia Pietrantonio)
collage digitale, fronte su via Induno della casa della GIL di largo Ascianghi a Roma di Luigi Moretti, 1933-36 (base fotografica da Archidiap, foto storica anonima)
collage digitale, particolare delle bucature di una facciata della ex Casa del Fascio di Como di Giuseppe Terragni, 1932-36 (base fotografica da Archdaily, foto di Guillermo Hervia Garcia)
collage digitale, particolare del prospetto del Palazzo della Civiltà Italiana di Roma di Giovanni Guerrini, Ernesto Lapadula, Mario Romano, 1939-53 (base fotografica da Flickr, foto di FotoVisiva, 2016)

PostCovid City

Scenari, considerazioni, speculazioni su come cambierà la città a seguito degli effetti della pandemia del Covid ma che può essere anche visto come un manifesto per la campagna elettorale che precede le elezioni amministrative italiane del prossimo autunno. Sulla scia di una theory-fiction che diventi progetto.

Alcuni strani fatti da valutare attentamente:

nella disperazione dell’ “alienazione da lockdown” in realtà a molti di noi è piaciuto tanto riscoprire la nostra città deserta, spettrale, in particolar modo quella del centro storico, senza turismo di massa, senza trasformazione in un mall per lo shopping, senza movida senza controllo.

fontana di trevi, roma, 2019|2020

Eppure tutto questo si è verificato a discapito di tante economie (servizi per il turismo, attività commerciali, ristorazione, attività per il tempo libero): solo relativamente al turismo si parla di un calo del 74% di visitatori nel 2020 con una conseguente stima del WTTC di una perdita di 62 milioni di posti di lavoro. Ed è chiaro che a distanza di un anno oggi appare chiaro che esiste un problema molto serio riguardo alcuni settori che sembrano non riuscire a riprendersi e su cui l’interrogativo sembra essere: ma siamo sicuri che il problema sia solamente il Covid? Siamo sicuri che alcuni modelli sociali che non sembravano più essere così vitali siano stati sì danneggiati dalla pandemia ma in realtà, fatto ancor più importante, è un certo tipo di modello di città ad essere, da tempo, in discussione?

In realtà abbiamo scoperto molte cose (di cui un po’ ne sapevamo ma non pensavamo che potevamo farne così tanto uso): ci possono consegnare tutto a casa, anche da mangiare, anche le prelibatezze del ristorante, abbiamo molta più offerta di intrattenimento tramite i device che nei luoghi deputati della città (la multisala è decisamente inadeguata rispetto a qualsiasi piattaforma di streaming così come un luna park rispetto ad una console di videogiochi), abbiamo poi scoperto anche che lavorare a casa è un’operazione molto fattibile, insomma oggi come oggi è più facile che sia la città a venire a casa tua che tu ad andare nella città.

Se la congestione metropolitana ancora inseguiva fisicamente nuove ambizioni esistenziali oggi i luoghi non possono più competere con l’infinito spazio del web, la costruzione del luogo/simbolo si sposta nella nostra testa e a noi non rimane che riscoprire i luoghi per quello che sono o per quello che sono rimasti, tra modernità disillusa e natura ferita.

Sia chiaro che questa “scoperta” (che forse non avremmo mai voluto scoprire) sta invertendo i valori in modo fortissimo. Non significa che non ci piacciono più i luoghi. Anzi, forse ci piacciono molto di più. Ma non ci piacciono più come prima. Ci piacciono i luoghi veri, dove sia piacevole lo stare e non i simulacri dei luoghi, i luoghi travestiti da loro stessi che però assolvono ad altre necessità (consumare, divertirsi, intrattenersi).

Spinti dall’emergenza sociale della pandemia ma anche da un riflusso per una eccessiva e forse inutile massificazione dell’occupare i luoghi, spesso gli stessi senza mai differenziare, oggi sembriamo più attenti e più onesti nel rapportarci con il concetto stesso di luoghi cosicché sia possibile riottenere una certa armonia, serenità, e allo stesso tempo ridefinire il giusto valore del luogo stesso.

Oggi, nel dibattito politico, il problema che più desta preoccupazioni è senz’altro quello economico. Come spesso accade, dopo una grande depressione, è difficile ripensare il presente-futuro, rimetterlo in marcia. La domanda però cruciale che mi faccio è questa: nel rilancio del consumo, inteso in senso lato, siamo sicuri che tornare al prima sia la soluzione? Faccio fatica a pensarlo. Sono abituato che proprio il consumo sia la causa principale della necessità di rinnovarsi e di reinventarsi a seguito delle sue cicliche fasi critiche. Fare finta di niente può diventare il più clamoroso degli autogol. Mettiamo che il Covid sia finito, pensiamo che questo fatto epocale non si porterà dietro degli strascichi psicologici sulle persone? E che le persone quindi alimenteranno lo stesso desiderio della “vita precedente” (dei weekend in giro per il mondo o dei sabato negli shopping mall, della festa/evento continuo)?

Mi chiedo invece, anziché rimpiangere, se non sia più necessario re-immaginare e reinventare il desiderio post covid che già cova dentro di noi. Cogliere l’occasione indesiderata per domandarsi nel profondo come vorremmo che cambiassero alcune cose in un’ottica diversa che non sia un’invecchiata idea di futuro, che ci ha accompagnato negli scorsi anni, ma sia piuttosto un’idea di vita diversa da quella che è stata prima di questa sciagura globale.

camere di sorveglianza in spiaggia

La visione/incubo (ipotesi 1): l’idea di fare a meno del luogo fisico del resto viene da lontano. E tanta letteratura cyborg ne ha già trattato ampiamente. Cosa potrebbe succedere? Potremmo istituire le “zone” (gialle, arancioni e rosse) come un nuovo approccio urbanistico: prenotare l’aperitivo a Piazza Navona (i luoghi della città non possono più sopportare masse incontrollate, per ragioni sanitarie, etiche ed estetiche) i luoghi devono mantenere un grado di vivibilità e piacevolezza dettata anche dal numero di persone che il luogo può ospitare, anche questa sarà la nuova frontiera della società del controllo digitale (la naturale evoluzione delle ZTL e delle pedonalizzazioni, la realizzazione di una città elitaria e non populista). I centri storici (potremmo chiamarle Zone Speciali) sono luoghi che trascendono qualsiasi appartenenza, deve avvenire infine la totale de-residenzializzazione (modello Venezia) così da lasciare che i luoghi siano delle vere e proprie scenografie svuotate, in fondo è il riadattamento della downtown in chiave “città europea/storica”. Un grande distretto produttivo (in realtà dirigenzial/rappresentativo), per lo più automatizzato, che permetta visite limitate e fortemente controllate. Lo spazio pubblico non è più disponibile come l’abbiamo sempre immaginato ma solo sotto sorveglianza e per tempo limitato. I luoghi “zona” sono controllati e regolamentati. Il mondo digitale prevede una personalizzazione delle attività iperspecifica così da poter assemblare e prevedere le necessità di ogni individuo/cittadino. Nulla può essere più lasciato al caso, la georeferenziazione diviene il nostro mantra quotidiano indicandoci le nostre mete e dettando i nostri spostamenti anzi suggerendoli direttamente magari in correlazione con il nostro sentimento. E nella zona avviene infine una disumanizzazione facendo nascere la città automatizzata. Droni, robot, macchine distributrici di beni, veicoli elettrici per spostarsi, l’umano è un estraneo all’interno di dispositivi automatici che curano e mantengono la città scenografica.

Ponte di Einstein-Rosen o cunicolo spazio-temporale, detto anche wormhole

La visione/l’aiuto alieno (ipotesi 2): Forse solo un intervento alieno ci permette di trovare una soluzione possibile al prossimo futuro. La possibilità di attivare dei wormhole con altre dimensioni che non siano assimilabili all’interiorità umana ma piuttosto alle dimensioni scientifiche sconosciute.

(Oggi è sicuramente più credibile immaginare gli alieni piuttosto che le intrinseche meraviglie della propria anima).

Nel film del 2014 di Christoher Nolan Interstellar, ad esempio, si ipotizza che qualcuno (presumibilmente degli alieni o meglio gli stessi uomini del futuro che riescono a viaggiare nel tempo) abbia fatto comparire un wormhole dalle parti di Saturno per permettere agli esseri umani di trovare un passaggio intergalattico che li porti in salvo dalla invivibilità del pianeta terra. Essendo le storie di fantascienza le metafore perfette della vita del presente, in realtà una delle interpretazioni possibili è proprio il fatto che l’invivibilità nel nostro pianeta (tempeste di sabbia o pandemie globali che siano) ci spinge a trovare delle possibili via di fuga. Spesso l’uomo ha cercato all’interno di se stessi, rinchiudendosi in percorsi di “fede” o di “introspezione psicologica”, la “soluzione aliena” rimane invece una soluzione altamente pratica e paradossalmente la più scientifica, fatta salva la possibilità concreta di praticare la soluzione stessa, potremmo dire di superare le zone oscure (ignote) che in realtà non ci permettono davvero, ad esempio, di navigare in un wormhole.

Oggi potremmo addirittura ambire come soluzione, in pieno spirito retromania, ad un passaggio interspaziale e intertemporale che ci porti indietro nel tempo, acquisire tempo rallentando l’accelerazione verso la fine che incombe sulle nostre coscienze (riscaldamento globale, insostenibilità del pianeta terra); così come un film di fantascienza che parla del nostro presente, il vero problema potrebbe essere accorgersi della veridicità della profezia di William Gibson “il futuro è già qui, solo che non è equamente distribuito”.

Sarebbe dunque interessante che anche noi ci accorgessimo che viviamo già in un mondo in cui qualche presenza dal futuro è già tra noi che tenta di aiutarci continuamente a prendere coscienza (senza andare dallo psicanalista) a prendere decisioni migliori, non direi neanche quelle più giuste.

Piccolo passo indietro alle premesse:

Ribadisco la domanda, dato che il capitalismo insegue sempre un desiderio di massa (l’Anti Edipo di Deleuze e Guattari insegna) mi chiedo se in realtà il prossimo desiderio “capitalista” di massa sarà semplicemente tornare allo stato di prima e quindi sarà sufficiente ricominciare a viaggiare ad uscire e a fare baldoria.

Ho dei dubbi, penso invece che cercheremo qualcosa di nuovo. Il desiderio si colma e si esaurisce, il suo fascino è che si muove in modo imprevedibile in relazione ai tanti fattori che lo plasmano. Non esisterebbe desiderio se fosse facile individuarlo. Per questa ragione ha sempre e costantemente bisogno di essere alimentato e rigenerato.

Credo addirittura che anche le calamità (ma soprattutto la modalità di reagire ad esse) siano paradossalmente il frutto di un “desiderio” di spostamenti in atto della società e anche il capitalismo e le masse si adatteranno a qualcos’altro, come spesso accade, la crisi come metodologia per rilanciare.

E quindi mi domanderei che cosa cominciamo a desiderare di nuovo? In realtà siamo di fronte ad un concretizzarsi di un processo involutivo. Forse tutto il XX secolo ha dato vita ad un processo involutivo (relatività, distruzioni di massa, aberrazione della ragione, diffondersi dell’empirismo)? La scoperta dell’energia oscura, dell’antimateria come ipotesi esistenziale alternativa che nulla deve avere a che vedere con l’ostinazione raziocinante dell’inseguimento di un segno positivo.

Post Covid Selfie, collage digitale

La visione/incubo (ipotesi 1b): La crisi del flaneur. Il flaneur baudelairiano è il pioniere del successo dello shopping. Oggi che lo shopping migliore e più pratico si fa surfando online il flaneur non serve più (il binomio “passeggiata e compere” vacilla). Questo non può che comportare dei cambiamenti importanti nella città post-Covid. Gli elementi che caratterizzeranno la prossima città saranno sempre più:

Controllori di ingressi (a metà strada tra varchi ztl, checkpoint d’ingresso che ricordano Berlino, sistemi veloci di chiusura delle strade, monitoraggio continuo).

Negozi front office (finti, con funzione più di showroom che di retail, praticamente inaccessibili, al più ingressi filtrati come le gioiellerie o le banche che rimandano ad acquisti online o via app).

La massificazione, come detto, non sarà più permessa mentre sarà permessa la “città esclusiva”, pensata per pochi a dimensione umana. Basti pensare alle nuove strategie già in atto: isole Covid free, concerti/eventi tutti tamponati, passaporti sanitari…

Un darwinismo della “selezione innaturale”, ovvero essendo la terra non adatta all’uomo sopravvive solo chi può permettersi di snaturarsi (adattandosi all’invivibilità).

Save Architecture

Nuova serie #savearchitecture il rinnovato interesse per la brutalità dell’architettura corrisponde alla continua e indefessa perdita di legittimità della disciplina stessa: oggi le tendenze dell’architettura provano in tutti i modi a camuffare l’architettura con altro (ipogei, colorini, smaterialiazzazioni, dettaglismo etc). Ma l’architettura è un atto di coraggio! Lo è sempre stata e sempre lo sarà. E in sintonia con questo allora meglio recuperare la “vecchia” architettura che costruirne di nuova insulsa, con una sensibilità verso una nuova dimensione di simbiosi tra costruito e naturale. Questo lo spirito di questi nuovi disegni.

Qui disegnando con rispetto e pathos su una foto del New Haven Veterans Memorial Coliseum di Kevin Roche (tecnica mista, digitale e matita).

#redrawing kevin roche new haven veterans memorial coliseum

Ridisegnare è un modo per reinventare. La reinterpretazione critica è una forma di nuovo pensiero creativo. Nella serie #savearchitecture si tenta proprio questo. Come un remake cinematografico o una cover musicale, #remakearchitecture tenta di rifare l’architettura attraverso il disegno e reinventandola. Nei post precedenti avevo cominciato ridisegnando su di una foto del New Haven Veterans Memorial Coliseum di Kevin Roche

#redrawing2 kevin roche new haven veterans memorial coliseum

In questo secondo disegno di #savearchitecture #remakearchitecture (ridisegnare per reinventare), ho provato a ridisegnare su di una foto della Stadt des Orion, opera land art dell’artista Hannsjörg Voth, costruita tra il 1980 e il 2003 nella pianura di Marha in Marocco.Il ridisegno digitale a fil di ferro (wireframe) bianco su sfondo nero trasforma il suo aspetto, così materico, in una sorta di costruzione per elementi a fasce orizzontali segnate da forature piccole e puntuali, lineari, dando l’impressione di un paesaggio metropolitano molto denso e anche molto artificiale. Contrasti poetici tra fonte ed esito.

#redrawing hannsjörg voth, stadt des orion

In questo ridisegno, per la serie #savearchitecture, la sintesi volumetrica di questo interessante edificio per abitazioni dell’architetto Luigi Canina realizzato nel 1840 in via Ripetta a Roma. Ne emerge la soluzione plastica che scava, con una grande cavità impostata su un triangolo, il prospetto principale su cui poi è innestata una grande terrazza all’ultimo piano (dove sono previste anche finestre a tutta altezza). #remakearchitecture, ridisegnare per reinventare.

#redrawing luigi canina edificio per abitazioni in via ripetta, roma

Ridisegno l’antro immaginato da Junya Ishigami (2013) per questa tipologia ibrida, combinazione tra una casa e un ristorante, tentando di comprendere meglio la sfida poetica di “costruire un’architettura che è come una roccia” (Ishigami) quasi a suggerire che l’architettura si formi in modo naturale come una roccia; e per scongiurare l’ “effetto-disney” dell’artefatto, la realizzazione prevede di scavare nel terreno una serie di buchi per poi riempirli di calcestruzzo cosicché successivamente si crea in negativo (come un calco) un paesaggio artificiale ma dal sapore naturale. #remakearchitecture, ridisegnare per capire.

#redrawing junya ishigami house and restaurant in yamaguchi

Qui, nella serie #savearchitecture, ho ridisegnato una delle “macchine” di Daniel Libeskind presentate alla Biennale di Architettura di Venezia nel 1985: un “intreccio-catasta” di elementi in legno che simboleggia l’arcaico procedimento dell’ingegnoso costruire così come una condizione alienata metafisica, in sintesi un oggetto proveniente da un passato remoto del futuro, #remakearchitecture, ridisegnare per capire.

daniel libeskind the machines, biennale di venezia, 1985

#savearchitecture qui ho ridisegnato uno scorcio del progetto di Valerio Olgiati, Pearling Site Visitor Center di Muharraq, Bahrein per mettere in evidenza la bella relazione tra la struttura di copertura (+10m sopra il suolo), con il suo sistema di bucature e pilastri, e la costruzione a forma di blocco sottostante ed ermetica #remakearchitecture ridisegnare per reinterpetare

valerio olgiati, pearling site visitor center, muharraq, bahrain, 2019

Ecco qui invece ho ridisegnato (per la serie #savearchitecture) la proposta di Dom-Komuna di Mikhail Barshch and Vladimir Vladimirov (Stroikom) datata in torno al 1928-1930 per tentare di approfondire il concetto spaziale di “Condensatore Sociale”, il disegno dello spazio per influenzare i comportamenti collettivi delle persone. #remakearchitecture ridisegnare per reinventare

mikhail barshch and vladimir vladimirov, dom-komuna, 1928-1930

Qui ho ridisegnato l’ampliamento della Customs House, estensione del Post Office a Manama nel Bahrein, progettata dallo studio Anne Holtrop, 2019. Infatuato del volume massiccio e compatto dalle “forme meteoritiche” sovrapposte a un disegno di facciata regolare.

studio anne holtrop, customs house, post office, manama, bahrain, 2019

#savearchitecture ridisegno dell’installazione “Life” di Olafur Eliasson realizzata quest’anno alla Fondazione Beyeler di Riehen (Basel). L’allagamento dello spazio espositivio mi sorprende e mi convince dell’importanza di ripensare il suolo come elemento architettonico, anche nelle preesistenze, per permettere una maggiore integrazione con la natura.

olafur eliasson, “life”, fondation beyeler, riehen/basel, 2021

MUSEO DEL NOVECENTO (Milano), 2021

NOVECENTOPIÙCENTO Concorso Internazionale di Progettazione – RELAZIONE

PREGHIERA DI LEGGERE ED IMMAGINARE

LA RELAZIONE E’ STATA PRESENTATATA IN SEDE CONCORSUALE SENZA IMMAGINI MA SOLO CON IL TESTO (PER FAVORIRE L’USO DELLA FANTASIA!), IN QUESTO POST SONO STATE RIPORTATE LE TAVOLE DI CONCORSO

questo progetto è un aiuto a contrapporsi allo schiacciamento sulla tecnica e al “ricatto realista del mondo degli adulti”1.

PRE(O)MESSE

Il problema del Museo nella società contemporanea

1-nell’era della conoscenza a distanza ha ancora senso progettare un museo?

No.

Stando alle richieste il progetto potrebbe finire qui.

Ma invece una risposta negativa può divenire il perfetto stimolo per proseguire.

Perché no: perché se vogliamo stare alle motivazioni primordiali dell’invenzione del museo dovremmo interpretarlo come il luogo dove andare ad imparare ad accrescere le proprie conoscenze.

Ecco oggi i musei non sono più questo (almeno per la grande maggioranza delle persone) e sicuramente internet, la rete, ha offerto la possibilità di incrementare le proprie conoscenze in modo molto più ampio, significativo e soprattutto rapido, adatto ai tempi.

E allora cosa significa ripensare un museo oggi (anche in termini fisici come per un progetto architettonico)?

Chi scrive non è la prima volta che si pone davanti a questo tema cercando di scardinare le difficoltà che il tema pone. Per dare senso ad il luogo fisico del museo occorre far sì che l’esperienza fisica risulti nuova e sorprendente. La testimonianza del tema museale in realtà sembra sempre più essere un espediente riflessivo più che un vero e proprio contenitore di verità documentali da mostrare al pubblico.

Oggi come oggi, se si vuole approfondire un tema, non esiste un luogo per farlo, tutt’al più ne esistono diversi (dai luoghi simbolici che possono trattare il tema ai luoghi in cui la conoscenza è depositata). Figuriamoci poi se affrontiamo un tema vasto come il novecento.

Quindi si sconsiglia fortemente di ricorrere ad un’idea di museo come dispositivo fisico scegliendo chissà quale modalità curatoriale che possa assolvere alla sete di conoscenza dei suoi visitatori (progetto ritenuto perdente fin dall’inizio). Mentre si ritiene molto significativo dedicare il luogo al tema del novecento in una grande messa in scena completamente immersiva nel luogo dell’Arengario, decisamente adatto ad essere un’icona architettonica del novecento anche per la sua localizzazione (Milano, il Duomo). Un approccio progettuale che preferisce il disfare (undoing2) come procedimento per lavorare a disfare le stabilità dell’identità. Perché il novecento ha disfatto più che fare.

Prendendo in parola Nietzsche, quando dice filosofare con il martello (cit. Crepuscolo degli Idoli, 18893), si scelgono una serie di processi di pensiero critico sul museo che ne permettano la sua messa in crisi e la sua ridefinizione come monumento critico: la ruderizzazione del museo come processo esperienziale unico e tale da creare un sentimento di messa in crisi e di interrogativi causati e veicolati dall’esperienza fisica stessa; lo stato di abbandono e di rioccupazione spaziale come matrice di una reale esperienza fisica; l’invenzione di dispositivi scultorei (meteoriti) come processi di appropriazione degli spazi “in frangenti speciali”; l’infestazione vegetale del museo come simbolo della riapprorazione della natura sulla città.

Come già fatto in precedenti progetti (occasioni concorsuali e non) chi scrive conferma il proprio approccio progettuale “si premette che questo non è un progetto oggettuale ma bensì un progetto narrativo”, ritienendo che la costruzione dell’idea di progetto sia il momento fondativo essenziale per la costruzione di un progetto di altissimo profilo e invita i soggetti giudicanti a non impostare il loro giudizio su parametri obiettivi (ritenendoli inesistenti e relegabili a mero mercato) ma a ponderare con attenzione i pesi delle diverse fasi progettuali e valutare il momento dell’idea come il solo ed unico momento artistico del progetto.

Tavola 1 – Tavola delle pre(o)messe

Meme di progetto:

A1_02 > la paura

il buio nero la sensazione di paura (Laura Dern in Inland Empire, David Lynch, il suo volto sfigurato lungo un selciato nel buio)

“Meglio bracciante negli inferi e con le ombre del passato!” (Nietzsche, Così parlò Zarathustra4)

A1_010 > la caduta

uomo che cade nella tromba delle scale

«Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: “Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.» (L’odio, Mathieu Kassovitz)

A1_024 > vandalismo

Atti vandalici su opere sacrificate a rafforzare l’ “idea rituale” del progetto

La desacralizzazione del museo, almeno in alcune sue parti, come atto liberatorio e rigenerativo.

Il sacrificio di alcune opere d’arte per mettere in discussione il valore dell’ “oggetto fine a se stesso” al cospetto di quello che l’opera stessa rappresenta nel processo intellettuale dell’uomo.

L’importanza del buttarsi via per ritrovare la propria dimensione identitaria.

E’ immaginabile una stanza in cui tutto sia lecito come momento catartico alla tragedia dell’uomo novecentesco?

Psico Surrealismo

La caduta della ragione, consolidatasi nel ‘900, (post kantismo, relativismo, nascita della piscoanalisi etc.) ha spianato la strada al surrealismo, che non aveva ragione d’esistere. Perché il surrealismo è l’unica forma d’arte che ha saputo coniugare visionarietà a inconscio.

Per questo motivo, nel progetto, sono stati individuati degli spazi permeati da surrealismo creativo che possano immettere innesti fantastici ed onirici nell’immaginario dell’esperienza fisica.

Come la foresta esotica nel portico del secondo Arengario o la caduta del meteorite e l’invasione vegetale nello spazio dedicato a Lucio Fontana.

Tavola 2 – Tavola dello Psico-Surrealismo

Intervento di collegamento tra il primo e il secondo Arengario.

Si contesta la ricerca di trasparenza richiesta dal dpp perché un segno del genere non deve passare inosservato ma ha una tale rilevanza che deve assumere piena identità e capacità di dialogare con il paesaggio storico intorno.

Si immagina dunque un collegamento che è una vera e propria piastra di coronamento e di collegamento dei due edifici dell’Arengario, una sorta di piattaforma volante, sostenuta da una struttura in acciaio agganciata alle murature portanti del vecchio edificio e che funziona come un vero e proprio ponte. La piastra funziona infatti come un’unica trave che sopperisce alla luce tra i due edifici.

Tavola 3 – Tavola del Fotoinserimento
Tavola 4- Tavola Tecnica

Sui “Chiarimenti della Soprintendenza”

Nella tardiva comparizione di tali chiarimenti nel cronoprogramma del concorso (4/03/2021 a concorso scaduto, secondo il primo calendario), tali chiarimenti erano assolutamente necessari per le ambizioni del concorso e sono considerati in ogni caso fortemente desiderati per l’articolazione di una discussione più veritiera e sana sul tema oggetto di concorso.

Infatti si è assolutamente d’accordo sull’accento posto alla valenza di scenografia alla scala urbana delle due torri dell’Arengario (si veda tavola del fotoinserimento, 3), dato che non può essere valutato superficialmente dagli indirizzi del concorso nella richiesta di una “passerella volante”. L’architettura è sempre (più) un atto di coraggio.

Detto ciò, non si può, sempre e ogni volta, immaginare di ricorrere alla soluzione dell’ipogeo per “re-immaginare le nostre città” in una sorta di pudore censorio riguardante i segni dell’architettura (si lascia dunque la “variante senza collegamento fisico” come una non-scelta di dominio comune, poiché già ipotizzata dagli indirizzi di concorso, che, secondo chi scrive, non ha nessun reale interesse per una “sana scelta progettuale coraggiosa”). Nessun architetto avrebbe mai saputo creare paesaggi di scenografie urbane “senza cubature” fuori terra. A questo riguardo si conferma con ancor più convinzione la scelta radicale del collegamento formalizzato come “piastra di coronamento” tra i due edifici dell’Arengario, scelta che conferma e rafforza l’idea di scena urbana originale, rimettendola in gioco in una dimensione contemporanea architettonica che sempre più si interroga sugli innesti estetici tra nuovo e vecchio e sulla capacità di ripensare l’architettura all’interno delle stesse tracce date dalla città esistente.

PROGETTO ATTO A CREAZIONE DI SITUAZIONI IMMAGINISTE!

2021

1MARK FISHER, Realismo Capitalista, Nero edizioni, Roma, 2018

2ANDREW CULP, Dark Deleuze, Mimesis edizioni, 2020, Sesto San Giovanni, pag 54

3FRIEDRICH NIETZSCHE, Il Crepuscolo degli Idoli, Adelphi edizioni, Milano, 1983

4FRIEDRICH NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, Adelphi edizioni, Milano, 1976, pag. 137

CASA GRAMSCI (Ghilarza), 2020

Continuo a sostenere l’importanza dei concorsi di progettazione a prescindere dall’incarico professionale. Immaginatevi se a Sanremo contasse solo il vincitore o al Festival di Cinema di Venezia solo il Leone d’Oro. Che senso avrebbe? L’architettura è cultura e non incarico professionale. Credo che gli architetti che vogliano produrre cultura debbano “arrendersi” di fronte al fatto che sono assimilabili a degli “interpreti pop”, niente più niente meno, e quindi necessitano un loro repertorio, sempre in fermento che sappia delineare la propria linea poetica.

Questo mi porta a sostenere che culturalmente il progetto sia più importante della realizzazione. Perché ha la forza di coltivare un’immaginario (quello che deve fare ogni prodotto culturale) che poi può confluire nei percorsi esperenziali più disparati, propri o di altri. Questo non significa che debba essere utopico e non realista. Ognuno sceglie il proprio modo di esprimersi o anche i diversi propri modi. Sicuramente non ha bisogno di vincere.

Vedi contributo per il MAXXI “Verso una legge per l’architettura” >> LINK

Con questo spirito ho intrapreso una serie importante di nuove partecipazioni a concorsi di progettazione, qui la pagina che li raccoglie >> LINK

L’ultimo concorso, redatto questa estate, ma che pubblico solo ora, per il ritardo nell’iter procedurale del concorso, riguarda la Casa Gramsci, una bellissima sfida per l’ampliamento e valorizzazione dell’attuale casa in un Polo Museale collocato a Ghilarza (OR), uno dei luoghi dell’infanzia di Gramsci.

Qui una nota autoriale come premessa al progetto di concorso:

Si premette che questo non è un progetto oggettuale ma bensì un progetto narrativo.

Le strategie di progetto portano alle scelte effettuate pesando che per il bene del tema sia fondamentale dapprima esplorare le massime ambizioni, esplicitarle nei ragionamenti che hanno portato a fare alcune scelte per poi plasmarle sul tema mentre nell’intera sua stesura si è sempre evitato di presentare un’offerta “scatola chiusa” da prendere o lasciare, considerata pratica sbagliata per il buon progetto.

Si esprime preoccupazione per il progressivo ricorso allo strumento concorsuale per l’assegnamento di incarichi relegando la progettazione ad un puro esercizio tecnico/oggettuale ma privando il progetto del necessario sforzo intellettuale di capacità di comprensione del progettista di un tema e della sua successiva rielaborazione in chiave progettuale/architettonica intervenendo nelle fisiologiche fasi temporali che un progetto necessita.

Sempre più invece si assiste a una mera resa tecnica delle richieste delle stazioni appaltanti.

Ecco questo presupposto/preoccupazione, convinzioni/fondamenti che sono all’origine del percorso progettuale dell’autore, sta alla base del progetto sviluppato per la Casa di Gramsci.

Qui invece la relazione di progetto >> LINK

Qui le tavole di progetto:

Tavola di progetto 1: premesse

Tavola di progetto 2: piante plesso casa-museo
Tavola di progetto 3: edificio della prefettura
Tavola di progetto 4: alcuni elementi di arredo e tecnologie
Tavola di progetto 5: immagine coordinata

SCIATTCHIC

Bum in “Mulholland Drive” (David Lynch, 2001)

C’erano una volta i “Radical chic”.

Con la loro capacità di mischiare alto e basso ma a patto di avere posizioni politiche radicali, erano i paladini di un pensiero davvero libero e capace di spaziare in ogni direzione, facendo scalpore e catturando le critiche più disparate.

Ma ora basta! Il radicalismo ha abdicato nel momento che il conflitto politico si è infine spostato tra Alternative vs. Mainstream. Oggi fa sorridere chi ancora usa l’appellativo “radical chic” come forma di offesa. Perché in fondo lo siamo tutti, radical chic, almeno nel contesto occidentale, tutti privilegiati che si considerano vittime della società. Radicale è chi pretende che il pensiero sia “cristallino” non confuso, dunque inevitabilmente mainstream (un neomodernismo post postmodernismo). E quindi nella ricerca spasmodica di elementi di contrasto ma leganti tra consumo libero di ricchezza messo a contrasto con un approccio etico-primitivo della vita emerge, nella sua estremizzazione, la figura dello “SciattChic”: una figura libera che si inserisce nella società mediatica contemporanea per assumere le vesti di dissociato, dropout,  così da interpretare lui stesso (non più il suo pensiero) l’oggetto di riflessione per il suo stesso ambiente: ad esempio si pensi ai personaggi del film “The Square”, una sorta di commedia surreale che guarda caso ruota intorno al mondo dell’arte, dove ogni personaggio appare come un disadattato in una società (la nostra) dove non riesce ad esserci mai un vero conflitto (o meglio i conflitti sono ridotti ad un uso tutto mediatico che va dalla scena del furto combinato per strada, alla lezione dei due comunicatori sull’importanza del conflitto per catturare l’attenzione dei giornali, alla performance aggressiva dell’artista/gorilla) ma tutto scorre in un’apparente fluidità che fa ancor più paura per la sua assenza di realtà e una gran presenza di azioni inutili.

L’informale è oggi talmente dentro la società che ha anche una sua veste formale (mangiamo muffe, vestiamo alghe).

Quando la ruggine si insinua su una lama di rasoio, quando un muro inizia a ammuffire, quando il muschio cresce in un angolo di una stanza, arrotondando i suoi angoli geometrici, dovremmo essere contenti perché, insieme ai microbi e ai funghi, la vita si sta muovendo nella casa e attraverso questo processo possiamo diventare più consapevolmente testimoni di cambiamenti architettonici da cui abbiamo molto da imparare.” “Solo gli ingegneri e gli scienziati che sono in grado di vivere nella muffa e produrre muffa in modo creativo saranno i maestri di domani.” [Manifesto della muffa contro il razionalismo in architettura, Friedensreich Hundertwasser]

Potremmo dire che la società si differenzia tra chi persegue l’informale formalmente e chi lo persegue sostanzialmente. Ed è in questo binomio che sta lo sciattchic che contempla le estremizzazioni informali di una ostentazione estetica (il dropout) alla rivalsa sociale nel consumo/abuso del lusso (pratica da rapper).

Gucci Mane, rapper

Entrambe le due estremizzazioni sono dei messaggi sociali, rappresentano il dissidio più o meno armonico tra stati di fatto che proprio non si conciliano tra loro.

OMA, Galleria Department Store, Gwanggyo, South Korea, 2020

L’antierotismo del mainstream mediatico, che coltiva post-umanesimo ormai spintosi fino al non-umanesimo, spiana la strada all’alternative come unica pratica per riscoprirsi umani, troppo umani. Così perdenti e fallimentari ma così umani. Se appunto l’antierotismo appare come inglobato nel sistema che, nella sua assolutezza radicale, l’ha ormai assimilato (il successo del minimalismo, del monochrome, del vuoto), a contrastare il sistema sembra essere molto più adatto un erotismo malato, vero e proprio frutto del malessere del sistema, capace di evidenziare i suoi problemi dietro la sua facciata di perfetta efficienza.

Kohei Yoshiyuki, The Park

Ma un’immaginario omnicomprensivo non può che alimentarsi all’interno del contrasto tra mainstream e alternative costruendo un efficace contrasto estetico e sostanziale tra mondi inconciliabili, atteggiamento utile a coltivare un virtuoso dissidio della natura umana (una contraddizione esistenziale tra atteggiamenti elitari e atteggiamenti popolari, tenendo assieme nel proprio io le differenze inconciliabili che ogni situazione presenta).

Mac Mars (dal gruppo FB Boring Dystopia II)