c’era una volta il cinema

In una memorabile lezione di Sergio Leone al Centro Sperimentale di Cinematografia in cui il regista commenta il suo ultimo film “C’era una volta in America” lui stesso dice che il film si sarebbe potuto chiamare “C’era una volta il cinema”. Riguardando e riammirando il film si capisce che il ‘c’era una volta’, l’incipit delle fiabe, (perché Leone ci tiene a dire che i suoi film sono come delle favole) vale un po’ per tutto: la società, la cultura, la narrazione.

Brutali percosse, uccisioni a sangue freddo, stupri, tradimenti, soldi, potere: tutto viene raccontato sempre con grande schiettezza, oggi troppi filtri (ironia, distopia, surrealtà, apocalittismo, fantahorror etc etc) dovrebbe usare un bravo regista per fare lo stesso film. Così come allora la giustificazione fosse che era un film di gangster, ma no, il film parla dell’umanità in senso stretto, con i mezzi allora dati, così come faceva Stanley Kubrick. Sono convinto che ci fosse un’ammmirazione reciproca tra i due, soprattutto constatando le analogie che i due hanno nel narrare la profondità dell’uomo. “Senza Sergio Leone non avrei mai potuto fare Arancia meccanica” Leone raconta di questa affermazione di Kubrick, riferendosi chiaramente alla messa in scena coraggiosa e brutale della violenza nei film del regista italiano. Del resto se Leone la tira fuori grazie ad un genere cinematografico, Kubrick si diverte a farli tutti i generi, il vero dato è che la violenza serve meglio a raccontare l’umanità, spogliandola dai suoi fronzoli e per questo diverrà un ricorso sempre più diffuso nel linguaggio cinematografico, in particolare statunitense (Peckinpah, Kubrick, Scorsese, Coppola fino ad arrivare a Lynch, Tarantino, Coen, Stone etc).

Ma la verità è che Leone era un patito di cinema americano (si capisce bene anche durante l’intervista citata, per lui non esiste altro cinema1) e come dice il suo amico e storico collaboratore, direttore della fotografia anche di C’era una volta in America, Tonino Delli Colli in un’intervista “Leone aveva un grande fiuto per gli affari, era più interessato a quello che a fare il regista” e la sua grandezza e unicità è stata quella di “voler fà l’americano a roma”, o meglio di rifare il cinema americano di genere all’italiana, forse proprio carpendone il potenziale commerciale, avendo però il coraggio e l’intelligenza di aggiungere del suo (in particolar modo un senso di epicità molto suo condito da tempi lunghi, lunghissimi e le invenzioni in tutta la sonorità dei suoi film, dai rumori alla musica grazie al suo connubio con Ennio Morricone).

Ma il dato davvero unico che emerge da questo film è la riflessione sulla memoria, attraverso una libera capacità digressiva tra tempi storici diversi, con una bella riflessione sui passaggi della vita: la giovinezza, la maturità, la saggezza. Ne emerge una sorta di trittico filosofico: la giovinezza come momento dell’avventura dove costruire la propria persona, la maturità come momento di messa in crisi della giovinezza perché non più sopportabile, la saggezza come ritorno indietro nel tempo spietato (dove non costruire più nulla). Sfida davvero difficile ma in molti tratti riuscita quella di far vedere la stanchezza dei personaggi, più che per gli altri, verso se stessi e quello che rappresentano in momenti della vita diversi. L’entusiasmo dei giovani gangsters che realizzano i loro primi colpi viene messo in crisi dalla stanchezza e la incapacità di ripetersi sempre uguali nel tempo finché la solitudine di ognuno porta realizzare impellenze personali nella saggezza (sparire per Noodles, ottenere un riconoscimento pubblico per Max).

Tutto questo con in sottofondo quello che appare come un’elogio del fallimento. Gli anni chiave sono proprio quelli della maturità. Perché se nella giovinezza si impara a vincere è nella maturità che si impara a perdere e si prendono le misure con il fallimento. Il fallimento è di tutti. E in questo Leone è molto europeo. Chi ha problemi con il fallimento è l’America perché conta solo il successo (tutta la vita). L’unica visione di accettazione del fallimento è che si può risorgere dopo ma non si contempla mai il fallimento come un valore. E invece la “vittoria” di Noodles, al contrario dalla prima lettura della storia, perché in fondo nel finale, Leone sentimentalmente lo fa vincere nel rapportarsi da uomo a uomo con Max, sta proprio nell’aver avuto maggiore capacità dell’altro di accettare le sconfitte dimostrando appunto maggiore tenuta mentale.

  1. E qui si apre una parentesi che a dir la verità non sarebbe neanche troppo breve e forse ancor più importante del sopratesto: C’era una volta in America rappresenta la vera sintesi del lascito culturale di Sergio Leone al cinema italiano. Totalmente al di fuori della “scuola italiana” ma decisamente italiano, Leone sembra voler rivendicare una certa subalternità all’impero (inteso come Stati Uniti) “ecco perché un regista si sente appagato quando va in America, perché in America c’è il mondo, purtroppo in Italia c’è la sola Italia” dice (sempre nell’intervento al Centro Sperimentale) chiarificando il messaggio profondissimo che Leone lancia al nostro cinema: è inutile che vi affannate a reclamare una sorta di tradizione culturale cinematografica, noi siamo robetta di fronte al portato (potere) del cinema statunitense. C’è una sorta di richiamo alla pruderia per cui parlare dei massimi sistemi sia inopportuno (che per carità può essere una scelta, un gusto) ma insomma le grandi opere hanno sempre parlato di filosofia della vita in termini ampi e non di strettoie minicentriche in cui incunearsi ma soprattutto è utile, anche se si pratica altro, riconoscerlo. Tema che sconfina nella dibattuta dialettica tra locale e globale evidenziando che mentre il globale contempla il locale, glocalismo (vale per Sergio Leone e i suoi spaghetti western), il locale tende a fare una maggiore resistenza pregiudiziale, nel tentativo di affermare una sorta di autonomia indissolubile in realtà dovuta solamente ad un potere tollerante o anch’esso illuso di godere di autonomia. Ma la peculiarità italiana è che, essendo presente nel nostro paese un’eredità culturale così forte, foriera di un’identità nel mondo, l’illusione, che una parte della cultura nostrana coltiva, è quella che ci sia una sorta di prosecuzione identitaria con i fasti del barocco, del rinascimento, dell’impero romano evitando di mettere a fuoco che la cultura si fa attraverso i regni o gli imperi, anche se contro e il regno conteporaneo non può essere relegato al nostro piccolo paese ma con più facilità alla nostra appartenenza al sistema occidentale. Questa premessa fa sì che chi invece si accorge di questo ma in ogni caso ambisce a voler lasciare un contributo culturale in un contesto più ampio deve per forza di cose trovare una strada al di fuori di percorsi già tracciati, in forma alternativa e creativa e sicuramente la storia di Sergio Leone ha ricalcato questa linea, paradossalmente raccogliendo l’eredità del Nando Mericoni di Alberto Sordi e riuscendo anche a dare un alto e credibile valore artistico ad un’istanza che poteva apparire come macchiettistica del voler essere americani a tutti i costi; questo è il vero aspetto abbastanza sorprendente di C’era una volta in America o anche di un C’era una volta il West, la capacità di un romano di fare il genere statunitense per antonomasia, il western e poi anche il gangster movie. Difficile trovare dei casi analoghi. La cosa buffa è che Leone risulta non da meno di un Coppola o Scorsese, questo il suo successo, ma vista dall’Italia la cosa risulta ancor più soprendente e di maggiore significato perché appunto scardina dei meccanismi per cui il cinema in Italia doveva essere solo l’eredità neorealista. Neanche Fellini aveva scardinato così tanto questo aspetto culturale. Ecco forse se dobbiamo trovare un limite è che Leone scalfisce l’Italia (acquisendo un importante significato culturale) ma certo non si può dire che scalfisca l’America come Kubrick ad esempio. ↩︎

Il problema della meritocrazia: scuola e vita

E’ possibile che le nuove generazioni (millennials) siano più di sinistra mentre le anziane (boomers) siano più di destra..

Forse, banalmente, è solo vero che per tutti vale che in giovinezza si tende ad essere più comunitari mentre quando si cresce si tende ad essere più attenti alla propria individualità.

Di certo l’idea del competere, del merito, dell’eccellere (che sembra essere un approccio molto boomer ) è più incline ad istanze di destra. Che in un tentativo di semplificare la ricerca degli stimoli tende a cercarli coattivamente. La verità è che gli stimoli arrivano se esistono nel profondo di noi. E questa è tutt’altra storia.

Spesso anche le scuole, che per forza di cose devono trattare il tema meritocratico, cadono nello stesso errore: giudicano più che insegnare, amano le eccellenze così come le bocciature, poco la classe media. Tutto questo perché personalizzare l’insegnamento, quello che si dovrebbe (ovvero relativizzarlo davanti a chi si ha di fronte) è troppo oneroso, richiederebbe mezzi e risorse che non si hanno. E difatti per questo si delega soprattutto alle famiglie o alle ricchezze, fortuna chi le ha.

Paradossalmente è più “comunista” l’educazione nel modello degli Stati Uniti che quello in molti paesi europei: lì l’importante è pagare, se paghi sei integrato nel sistema educativo, a seconda di quanto paghi entri nel tuo microsistema o “bolla”, la scuola serve a posizionarti nella società. In Europa invece, forse a causa di un problema nei confronti del vil denaro, ancora si coltiva una sorta di “drammaticità mistica” di chi non ce la farà, un compiacimento nel definire i destini preventivamente, la costruzione, con chiare implicazioni religiose, di sensi di colpa atavici. In fondo si è da sempre fuggiti negli States per toglierci di dosso questi sensi di colpa atavici..

Emerge dunque che la scuola è la finzione della educazione della vita che tenta, con un po’ di fatica, di narrare la propria capacità determinativa nelle vite delle persone (tentai di praticare l’insegnamento della diseducazione >> LINK1 LINK2 fortunatamente fallendo, essendo progetti, che in quanto diseducativi, non potevano che essere votati al fallimento, lì ho capito che il passaggio a diseducatore mi portava a perdere le motivazioni per il mestiere dell’educatore e perseguire il fallimento metofico è diabolico). Di sicuro il percorso educativo ha il pregio di lasciare passare il tempo, di tergiversare il duro confronto con le priorità dell’esistenza. Chi non studia si ritrova a vivere prima degli altri, questo è il suo vero grande problema. Il problema è fino a quando, fino a che età si riesce a restare nel purgatorio del’educando (educatore o educato che sia) e fino a quando si può circoscrivere l’inevitabile scontro con il mondo. In realtà la verità è che la vita si impara anche nella o con la scuola, che è molto utile per preservare la costruzione di nostre convinzioni, che poi però, in qualche modo, necessitano di essere contraddette. Vedo due strade: o si trova un modo per uscirne o si entra in una spirale di glorificazione di se stessi (rimando a quella condanna di coltivare l’eccellenza) che ci annebbia e distoglie (come una fumeria d’oppio o un social network).

L’importanza del disconoscimento dell’opera

L’opera è di altri, soprattutto per gli altri, non è mai propria: prima ragione dell’importanza del disconoscimento dell’opera.

Questa è una rivoluzione, occorre smetterla con l’artista accentratore che cerca una continua paternità in forma patriarcale. La nuova paternità è la cessione del proprio io. E quindi l’opera (intesa in forma d’amore filiale) non va confusa con il possesso, anche nella forma di possesso intellettuale-artistico. L’idea dell’artista come demiurgo di un segno è abbrutente. Testimonia forse più i limiti dell’artista stesso in una forma di riconoscibilità piuttosto che una sua capacità di rapportarsi in forma artistica con gli altri.

A maggior ragione in un’ottica di psicoprogetto, posizione che forse riesce a tenere assieme la dicotomia di una progettazione maieutica e una progettazione autistica1, (si veda problemi e considerazioni sull’abitare o oltrefrontiere del progetto di case (senza progetto) ) in un’ottica di progetto=processo le soluzioni di un progetto appartengono più ad altri che a se stessi (inteso come progettista), il nuovo progettista è un coordinatore delle capacità di altri (non solo ad esempio di chi realizza ma anche di chi decide, come un committente o un ente chiamato ad esprimersi sul progetto).

Per carità questo non significa che le scelte degli altri siano sempre giuste, acriticamente. Anzi. E’ assolutamente normale che l’esecutore faccia scelte a seconda della propria convenienza così come il cliente faccia scelte deboli di poco coraggio, dunque scelte per un progettista non troppo condivisibili. Ma sono materiale di lavoro, la sfida per il progettista è proprio muoversi all’interno di quelle strettoie, che diventano esse stesse stimoli inaspettati e capaci di generare delle crisi creative. Più crisi creative avvengono più il progetto ha chance di risultare interessante.

Quindi se volessimo sintetizzare le 3 fasi di un processo|progetto per il progettista avremmo:

1) la fase preliminare di conoscenza in cui il progettista si adatta e cerca di capire dove può incastrarsi per trovare fluidità e organicità nel percorso progettuale

2) fase di passione in cui gli incastri funzionano e quindi si procede con più facilità nelle scelte e il progettista si sente appagato nel proprio lavoro processuale

3) fase di distacco in cui il progettista deve tornare da dove era arrivato tramite l’operazione di disconoscimento dell’opera così da lasciare la stessa a chi ne vuole usufruire

  1. **progettazione maieutica vs. progettazione autistica nel rapporto tra progettista e committente**
    A mio avviso esistono due modi di intendere il progetto in senso alto (il senso basso è quello del mero tecnico), o meglio nella mia esperienza entrambi i modi sono percorribili a seconda delle contingenze, banalmente potremmo dire uno più teorico e uno più pratico mentre, personalizzando il discorso, io amo definirli:
    -una progettazione maiuetuca, ascolto ed aiuto a realizzare il progetto di chi te lo chiede (svolgendo la funzione di sollecitatore della verità del progetto che si vuole, appunto la funzione maieutica), che significa mettere da parte le proprie convinzioni di progettista demiurgo e utilizzare la propria competenza per gli altri
    -fare il proprio progetto, in modalità autistica (io chiedo e faccio il mio progetto)
    Spesso le due modalità avvengono e si mischiano nello stesso progetto, esempi tipici: la stanchezza di chi decide (sia che sia il progettista o il committente) quindi lasciar decidere qualcun altro, io penso di ricordare bene ogni singola decisione chi l’ha presa o meno nei progetti a cui ho lavorato, oppure una particolare fissazione/imposizione di uno dei due per una qualcosa che va fatta assolutamente così oppure i tempi, i dannati tempi, che sono la vera forma di dittatura democratica “tocca decidere se no non finiamo in tempo”. ↩︎

problemi e considerazioni sull’abitare

L’ossessione “tutta sbagliata” della perfezione a fine lavori.. E’ molto difficile convincere chi sta spendendo diciamo un centinaio di mila euro per la sua casa che alla fine non dovresti coltivare un’immagine di perfezione. Tutti, anche gli architetti, tendono invece a coltivare quel tipo di immagine, figurarsi nell’era dei social..1

Invece ribadiamo che il progetto di una casa è la nascita di un processo (dopo diremo organismo vivente). Di un’esperienza esistenziale ricca e densissima di cui dobbiamo trarre il massimo del piacere, perché è il nostro rifugio, la nostra alcova.. Senza metterci il dato dell’esperienziale non potremmo avere il riscontro (il vero collaudo) della riuscita di una casa.

Un esercizio può risultare molto utile, un esercizio fotografico: bisogna sempre superare, nella propria soddisfazione, la foto precedente perché la foto precedente non aveva il bagaglio esperienziale del momento successivo. Spesso si è discusso del valore estetico delle “foto da architetto” a fine lavori, prima che gli abitanti entrino in casa. L’architetto, tendenzialmente postmoderno, che le vuole per dimostrare la bellezza delle sue invenzioni formali, dall’altra la critica che l’architettura senza la vita (rivalutazione di un certo funzionalismo modernista) non ha poi così tanto valore.

Nel mio posizionamento da architetto (si possono vedere Oltrefrontiere del progetto di case (senza progetto) o il manifesto creativo di psicoprogetto oppure il paragrafo della presentazione della mia attività Info (1)), insisto sul valore (aggiungo a maggior ragione nella società contemporanea) del modello come obiettivo per operare. Posso qui ben dire che anche io sono passato, nel mio approccio da progettista, dal concepimento di un modello personale (di autocostruzione di sogno) ad un modello che si plasmava sui miei interlocutori (di coadiutore di sogno). Ma in entrambi i casi ho constatato il fallimento di quest’approccio se visto in un’ottica di oggetto finito da mostrare, l’inefficacia di mettere davanti il non umano all’umano. Sono invece più interessato dell’efficacia dell’approccio del modello per la costruzione di un processo. Non più progetto ma processo potremmo dire o ancor meglio un’organismo. Qualcosa di vivente che si sottrae alla dittatura della forma finita senza retrocedere a sola sostanza ma riuscendo a proporre una infrastruttura abitativa capace di mettersi in gioco in forme nuove (si può parlare di iper neo funzionalismo?).

La progettazione di una casa (se vera, nel senso se pensata per chi la va ad abitare) ha una dimensione così intima che difficilmente può intervenire un metro di giudizio assolutista ma piuttosto relativista. Il gusto non è quello di tendenza ma piuttosto quello proprio. A meno di non avere un gusto assolutista, ovvero à la page. Ma l’obiettivo è proprio superare questo canto delle sirene che non è altro che una debolezza umana. Per questa ragione serve e occorre praticare una progettazione psicologica che ci aiuti a liberare il proprio gusto, magari a ricercarlo per bene, in profondità, a trovare le proprie perversioni e a legittimarle2. Anche l’architetto che vuole diventare l’architetto à la page ha bisogno di fare un suo percorso per liberarsi da questa schiavitù. Nessuno deve avere più bisogno di lui. Facciamo da soli. Al più l’architetto aiuti questo percorso che è un obiettivo di sostenibilità culturale nella società di cui ci sarebbe molto bisogno. Lo psicoarchitetto.

  1. Il grande problema dell’immagine coordinata.
    Viviamo nel mondo dell’immagine coordinata!
    Direi ancor meglio nell’ossessione dell’immagine coordinata.
    La soluzione ai problemi artistici sembra sempre voler essere ricondotta ad un problema di coerenza estetica del prodotto.
    Il fattore “immagine coordinata”, termine che in realtà nasce nell’ambito della comunicazione visiva, in realtà si è permeato nel mondo della cultura e dell’arte: chi cerca di costruirsi una sua autorialità spesso ricorre (potremmo dire che forse è la strada più facile) all’immagine coordinata come processo per cui si trasmette una forma di riconoscibilità dell’origine dell’opera.
    Fatto che fa prevalere la riconoscibilità del suo autore rispetto alla bontà dell’opera stessa.
    Ecco, penso invece che la qualità di un’opera sia proprio la sua capacità di sfuggire a questo coordinamento, al ricatto del coordinamento.
    Non è facile.
    Perché l’immagine coordinata sembra essere una sorta di riconoscimento naïf alla riconoscibilità del fattore artistico.
    Il “controllo estetico” è diventato una sorta di anti-ragionamento, di facile gabbia dove ricondurre un qualsivoglia più complesso ragionamento.
    All’immagine coordinata corrisponde la mania del controllo o meglio della società del controllo.
    Scardinare queste dinamiche è un obiettivo artistico molto alto, molto difficile, necessario alla società contemporanea imprigionata.
    Anziché avventurarsi, oggi si vuole sapere già dove si arriva, spegnendo da subito il senso di qualsivoglia progettualità.
    Servirebbe un’immagine scoordinata. E progettisti scoordinati.
    La comunicazione è fredda, bisogna inventare la comunicazione calda.
    Ed è così anche per la narrazione: si pensa che la comunicazione oggettiva sia di per sé un valore, nel suo presentarsi come obiettiva, che sia inattaccabile. Inevitabile dunque è arrivata una contro narrazione che può sfociare in cospirazione, complotto: sporcare la realtà obiettiva con il presumere (che rivaluta la presunzione).
    Nick Land la definisce iperstizione: una realtà potenziale, ipotesi di realtà possibili.
    Del resto una narrazione senza il filtro del narratore perde qualsiasi potere magico di pervenire a chi ne usufruisce declinandosi però allo stesso tempo come unica verità e quindi in modo dannoso. Una “presunzione” non è una fake news ma è il tentativo di lanciare se stessi oltre l’oggettivo, il tentativo di scardinare le catene dello stato di fatto.
    Le Corbusier c’ha messo una vita a mettere in discussione l’ambizione di essere un ingegnere/macchinista, Koolhaas ci ha messo una vita a rimanere fedele al suo manifesto ideologico del delirio, anch’io invecchio, faccio fatica ma resisto a prendermi troppo sul serio. ↩︎
  2. Infiltrazioni dell’agente Smith nel progetto, perché va salvaguardata l’estetica cheap.
    Vi ricordate l’agente Smith? È il primo e più importante degli agenti che conosciamo all’interno della saga di Matrix. Vestito di nero, camicia bianca e cravatta nera, ma soprattutto il dettaglio degli occhiali da sole e dell’auricolare, Smith è l’antagonista replicabile del nostro eroe Neo, il soldato a difesa del sistema.
    Un progetto è pur sempre un atto di fede, un atto politico.
    L’idea che possa avere una sua autonomia è superficialmente un’illusione.
    Confrontarsi seriamente con l’agente Smith (difensore del sistema) in un progetto è un’operazione continua e indefessa.
    Perché un progetto comporta sempre una infinità di rischi, di sfide nel percorrere strade semplicistiche capaci di sottomettersi a richiami potenti che ne compromettano la sua originalità: ostentazione, sicurezza, elevazione.
    Semplicisticamente siamo portati a scegliere il meglio mai il peggio, spesso senza neanche pensarci.
    Chi sceglierebbe il peggio?
    Eppure la schiavitù del meglio non è detto che ci aiuti davvero, anzi ci allontana da noi stessi, ci spersonalizza.
    Per questa ragione nel progetto va coltivata la presenza del cheap. Terrore di tutti, rivelazione delle nostre miserie e frustrazioni, il cheap rappresenta la trascrizione estetica delle nostre debolezze, perversioni.
    Scegliere un oggetto cheap è molto più coraggioso che scegliere il miglior oggetto.
    Nei vostri progetti abbondate di cheap, mettetevi in gioco e non ambite a tenervene al riparo. ↩︎

Deliri per generalizzare

Cazzo!

Questa storia dei boomer vs. i millennials passando per i gen X alla fine se la guardi con sano concretismo puoi dire che è solo un modo per raccontare una stagione di vita oppure dei modi di essere. Io continuo il processo di riconciliazione sentendomi un po’ meglio a riconoscermi nei gen X, così in balia delle cose, né carne né pesce (vegani?), senz’arte né parte.. Mi sento una persona così influenzabile.. I miei genitori (ovviamente boomer) me lo dicevano sempre, sballotti di là e di qua con una facilità così disarmante.. Se sto con un boomer per 2 ore mi sento che devo essere positivo, fare e rifare senza pensare, ingarellarsi, combattere per l’immortalità, il superuomo si impossessa di me, Wolf risolvo problemi. Se passo del tempo con un millennials la caducità della vita mi si presenta davanti con tutte le sue incognite profonde, no hope, sulla difensiva, rivaluto un posizionamento cerebral/contemplativo per sopportare le oscurità.

Ecco non so perché ma sembra che si siano invertite le parti, boomer giovani per sempre, millennials vecchi da subito. E io (noi) in mezzo che guardo di là e poi di qua, sorta di Zelig, trasformista creativo. E invece i boomers si sposano, tradiscono, si separano, perché non accettano di fare passi indietro mentre i millennials romanticamente si amano per sempre, perché contemplano i passi indietro come forma d’amore per eccellenza.

E così se io faccio il super entusiasta, comunicatore folle, iperdinamico, positivo divento subito un vecchio boomer, se mi metto a contemplare, ascolto gli altri, sedimento con pessimismo assomiglio ad un giovane millennials. Strano no? Un capovolgimento delle morali..

Che vita faticosa quella dei gen X. Mi rendo conto che mi ingarellavo con i miei genitori alle loro provocazioni dicendomi “se ci riescono loro figurati se non ci riesco io” senza capire che stavo cadendo nel loro gioco, per poi ritrovarmi a fare uguale con i “nuovi giovani” e rimanere frustrato che a me il giochetto non funzionava.. Marco me lo ha sempre detto che noi eravamo la generazione del fallimento, mai definizione migliore potevi trovare. Caro Marco mi manchi. E io che cercavo boomeristicamente di resistere a questa terribile verità. Oggi invece capisco che nel mio processo di riconciliazione con la mia generazione emerge come una grande unicità. Ma chi l’avrebbe mai pensato che il fallimento potesse essere una grande esclusività e peculiarità da rivendere?

Fallimento inteso come momento transitorio del porre in crisi il successo, l’egocentrismo (decostruzione del successo ; l’etica dell’accontentarsi). Provare davvero ad inventare degli esseri umani capaci di resistere a deificare. Anche se stessi.

Generazione X, il libro

Nel profluvio di denominazioni di generazioni, bisogna ricordare che Generazione X nasce come titolo di un romanzo del 1991 di Douglas Cooper, oggi rieditato dalla nuova casa editrice Accento di Milano.

Questa non è una sua recensione ma appunti a seguire della sua rilettura attuale (2024) che mi ha da una parte stroncato nel rivedere effettivamente tutta una serie di caratteristiche, che definirei più tic, che scopri essere meramente un tratto generazionale e, dall’altra, riconciliato di esserne partecipe di far parte di qualcosa (che è quello che il gen X non pensa).

Un Gen X è un boomer che non ce l’ha fatta o un millennials che non sta o non riesce con i social e nessuno ascolta.

Una delle cose a mio avviso più caratterizzanti del libro sono quella sorta di definizioni che compaiono a lato del testo che valgono una lettura a se. Delle note fosterwallaciane ante literam. Praticamente un “vademecum fai da te” critico-interpretativo alla storia narrata (forse un aiuto ai boomer a comprendere meglio).

Buchi neri: sottoclasse della Generazione X che si distingue per il guardaroba quasi completamente costituito di capi neri.

Una declinazione fashion del buco nero esistenziale.

Minimalismo esibizionista: tattica di stile di vita simile al Surrogato di status. Il rifiuto di beni materiali esibito come segno di superiorità morale intellettuale.

Penso a Sofia Coppola.

Ribellione differita: tendenza giovanile a evitare le attività e le esperienze artistiche tipiche della gioventù per concentrarsi su una seria esperienza lavorativa. Il conseguente rimpianto per la gioventù perduta che di solito si palesa intorno ai trent’anni è accompagnato in genere da acconciature bizzarre e costosi ma ridicoli guardaroba.

Nuove forme di essere alternativi all’interno del sistema stesso e deridendo alcuni schematismi intellettuali che appaiono un po’ scontatamente ripetitivi o anche tipiche forme di privilegio ostentato.

Centounismo: voler sezionare (spesso in dettagli infinitesimali) tutti gli aspetti della vita con l’aiuto di una psicologia spicciola che si comprende solo in parte.

Effettivamente il gioco della psicologia spicciola è sempre stato uno dei passatempi preferiti di cui eravamo soliti abusare con gli amici.

Tabù personale: qualsiasi piccola regola quotidiana confinante con la superstizione che permetta di affrontare la vita in mancanza di dogmi culturali o religiosi.

Il problema per un essere umano di vivere con l’acquisizione della decostruzione delle ideologie tutte in poche parole. Mi sembra acclamato che Gen X sia stato il primo vero laboratorio dove sperimentarlo.

Culto della solitudine: il bisogno di autonomia a qualsiasi costo, solitamente a spese delle relazioni a lungo termine. Nasce spesso da aspettative smisurate nei confronti del prossimo.

Altra deviazione dalla introiezione del materialismo puro nelle nostre vite deideologizzate.

Pensiero minore: corrente filosofica tramite la quale ci si riconcilia con le sempre calanti aspettative di ricchezza materiale. “Ormai non m’interessa più avere successo o diventare un pezzo grosso. Voglio solo trovare la felicità, e magari aprire una piccola tavola calda tutta mia nell’Idaho.”

Qui siamo proprio nell’antiboomerismo, contro la crescita indefessa, per tentare almeno a parole di accettare quanto ci è stato dato. I millennials lo rivendicheranno con ancora più forza.

Rifiuto del presente: convincersi che l’unico periodo in cui vale la pena di vivere è il passato, e il solo che potrà mai rivelarsi interessante è il futuro.

Puro Gen X: anche sulla linea temporale in balia tra passato e presente, incapace di qualsivoglia carpe diem.

Retedisicurezzismo: ferma convinzione della disponibilità costante di una rete di sicurezza finanziaria ed emotiva deputata ad assorbire i dolori della vita. Solitamente costituita dai propri genitori.

La strana combinazione di avere la coscienza di essere ricchi per dove si è nati e per essere figli del boom a contrasto con l’ affacciarsi di una scarsità di opportunità per una reale emancipazione.

Ammararsi: sovracompensare la paura del futuro lanciandosi a capofitto in un impiego o stile di vita a prima vista completamente svincolato dagli interessi precedenti: es. il multilevel marketing, l’aerobica, il Partito Repubblicano, la giurisprudenza, una setta religiosa, un McJob…

Questo è bellissimo, cos’altro aggiungere.. a metà tra Centounismo e Pensiero minore.

***

Il libro poi finisce con i numeri: un impietosa rappresentazione degli anni:

Percentuale di uomini dai 25 ai 29 anni celibi: nel 1970, 19%, nel 1987, 42%

Percentuale di donne dai 25 ai 29 anni nubili, nel 1970, 11%, nel 1989, 29%

Il culto dell’autonomia vista anche come grande attrazione alla solitudine, figlia di una grande libertà dovuta al ritrovarsi nel contesto laicato e deideologizzato ma vittima di una tendenza nichilista/autodistruttiva.

Percentuale dello stipendio necessaria a pagare la prima rata del mutuo per una prima casa: nel 1967, 22%, nel 1987, 32%

Percentuale di persone proprietarie di case: nel 1973, 43,6%, nel 1987, 35,9%

L’esplosione della cultura dell’indebitamento di importazione USA, ricchi ma pieni di debiti, sostenuti da carte di debito/credito etc, figli del capitalismo diffuso, un benessere ansiogeno.

Insomma una generazione sicuramente di passaggio, direi efficace per questo nella rappresentazione della sua criticità. Anche detta “generazione invisibile” anche per un calo delle nascite, quindi anche numericamente, oltre che per determinazione di pensiero, in difficoltà ad imporsi, o se vogliamo essere più generosi che non hanno mai voluto imporsi.

New York 2024

A distanza di 16 anni tornare a NYC risveglia prepotentemente la mia percezione del suo fascino.

Con un filtro: la mia lettura appartiene a quella della mia generazione, la X, così inutile nel suo essere indeterminata, sballottata tra un pensiero e un altro ma per questa ragione così capace di porsi in maniera critica o diciamo meglio dubitativa a qualsiasi pensiero dogmatico/ideologico.

NYC è una città straordinaria non perché sia bella ma piuttosto perché se ne fotte (fucks) della bellezza. Architettonicamente le vertigini che essa propone riflettono non una ostentata coerenza stilistica dei suoi edifici che al contrario cozzano tra di loro e si confrontano ognuno col suo “porco individualismo” ma ti lasciano quella sensazione di adrenalinica potenza, di opportunità di fare qualsiasi cosa, compreso sbagliare, anzi sbagliare tanto: i pregi e i difetti di essere impero, tanta libertà di sbagliare. Un’accettazione di tutto a prescindere.

Ed anche per questo NYC non è mai provincia, almeno nel suo paesaggio urbano. Divora e vomita qualsiasi cosa, fagocita e tiene assieme Aldo Rossi come Tom Mayne (per citare architetti) o Woody Allen e Bruce Willis (per citare delle icone pop) perché ne è superiore. Così come grattacieli belli e brutti, deco e modernisti, tentano ad ogni cardo e decumano di mantenere almeno una loro visuale integra prima che ne realizzino uno nuovo.

E questa sensazione di potenza dietro l’angolo diventa subito impotenza. Quell’arrancare davanti alla tentazione che tutto è possibile. Mai dire no, esiste sempre una possibilità, guardare i propri limiti appare come una sconfitta. Una condizione che diventa difficile sostenere per un tempo lungo.

La sensazione di insormontabile eccitazione continua dei primi giorni di viaggio lascia il passo alla stanchezza di non poter serenamente non essere all’altezza.

Una città come una parabola esistenziale: il desiderio di mettercela tutta per poi trovarsi davanti ad un muro insormontabile. Questa l’impressione che si prova di fronte a questi edifici che ti rubano la vista, il sole, l’aria: Manhattan o la domini (come salire su uno dei grattacieli o godertela dal pratone sheep meadow di Central Park o dall’altra parte del fiume a Brooklyn Bridge Park) o è insostenibile da percorrere da sotto (nessuna foto riuscirà mai a farvi provare questa sensazione mentre è più facile per tutti fare una foto del controllo (lo skyline).

Lo struggimento del cosmopolitismo. La sovrapposizione di tante città, una sull’altra. Poetica della congestione. Nessun architetto può restare indifferente a NYC. Esempio di urbanesimo che prevale sull’architettura: la città viene prima del singolo manufatto. La città è l’architettura: la coesistenza degli episodi messi assieme fanno un’eccezionale architettura: la città per eccellenza che esalta se stessa a cospetto dei suoi singoli oggetti.

Lo studio OMA, trainato da pensiero di REM Koolhaas, ha fatto di questo una sua poetica applicando strategie (come la congestione, l’immagine metropolitana del nome stesso dello studio Office for metropolitan architecture etc.) all’estetica della produzione delle proprie architetture.

NYC tiene assieme più stili reinventandone uno nuovo: sicuramente tiene assieme deco, modernismo, postmodernismo, decostruttivismo, radicalismo. Manierismo, pop, potremmo dire newyorkesismo.

“Nessuno può permettersi di vivere a New York eppure siamo otto milioni” Fran Lebowitz

New York si sa permettere la ricchezza. E qui si apre un discorso molto delicato. Significa che la ricchezza che la città richiede per viversela sembra sempre ripagata. Perché non produce mai la spiacevole sensazione della ricchezza fine a se stessa. Tutto ciò che è fine a se stesso lascia sempre una spiacevole sensazione. Ma perché la ricchezza di NY è sempre ripagata in generosa follia urbana. La follia come giustificazione dell’eccesso e anche come acceleratore di ogni situazione.

Davanti alla follia di NYC è difficile resistere. Non c’è nessuna ragionevolezza nella costruzione di una foresta di grattacieli. Quell’incedere indefesso del XX secolo verso la realizzazione di qualcosa di straordinario, lasciando intendere sempre una sorta di insoddisfazione, di non essere riusciti nell’obiettivo. E una straordinaria capacità di persuaderti ad essere newyorkese anche tu.

Insomma davanti a tanti ripensamenti e cambiamenti socio-culturali alla ricerca di una migliore sostenibilità a 360 gradi (dall’ambiente all’equità, alla predisposizione agli altri alla relativizzazione dell’eccellenza per una maggiore coesione) la follia newyorkese sembra ancora resistere, forse perché avvolta da un nuovo strato di affetto, di città che un pezzetto di storia l’ha fatta e le abbiamo voluto bene anche nei suoi sbagli.

Ecco per tornare all’indeterminatezza gen X, New York ti mette ancora voglia di essere un po’ boomer..

L’horror, strumento postmoderno e di connessione psichica?

Nella storia del cinema l’horror ha avuto fin dagli esordi un ruolo predominante nell’approccio allo strumento della macchina da presa. In particolare modo per la sua capacità di creare un reale legame tra spettatore e opera cinematografica ad alto contenuto emozionale.

Nessun genere può farci saltare dalle sedie come il genere horror. L’horror rappresenta e riporta il cinema in una dimensione più da parco dei divertimenti che da colto intrattenimento.

Ma, ecco, in realtà con l’avvento della cultura postmoderna, l’horror ha trovato anche una dimensione culturale di grande spessore: per chiarire si pensi ad un’opera così importante come Shining (1980) ma anche agli esordi di John Carpenter (Halloween 1978, Fog 1980), all’apparizione di un maestro del genere come Wes Craven (Le colline hanno gli occhi 1977, Nightmare 1984) e ad alcune chicche (come il Carrie, come Shining tratto da King, di Brian De Palma, 1976) fino all’horror (in salsa slapstick comedy) anni ’80 di Sam Raimi (La casa).

Perché l’associazione tra cultura postmoderna e rivalutazione del genere horror? Perché la cultura postmoderna sottende sempre il coinvolgimento degli spettatori, punta ad un “prodotto artistico” che interagisca con chi ne fruisca e non sia solamente recepito passivamente. Si pensi agli sguardi in macchina di Belmondo in À bout de souffle per capirci ma anche all’approccio di rivalutazione del genere, senza più una barriera di discrimine tra genere alto e genere basso. E appunto cosa di meglio che un film horror per intercettare il pubblico? Parlare con lui in uno spettacolo apparentemente chiuso in una forma passiva.

Il film di genere ha il vantaggio di definirsi secondo regole che nel corso degli anni hanno trovato una loro autonomia. L’horror in realtà è un film realista nel mettere in scena le paure e la scoperta della morte. Dunque esercita la funzione di esternare i peggiori incubi custoditi nel profondo del nostro inconscio. Questo fattore ne fa un’esperienza psichica che è appunto uno dei temi più indagati da intellettuali appassionati di cinema (si pensi a Deleuze o a Zizek). Il cinema appunto come casa popolare della psiche.

Esiste una specifica e altissima filiazione cinematografica, in particolar modo statunitense, da Hitchcock e Kubrick di Shining a Carpenter e Lynch: lì dove cinema e psicologia si fondono in un’unica arte. Da cui è nata una corrente di cinema giovanile contemporanea, l’ “elevated horror”, una sorta di nouvelle vague cinematografica statunitense dell’ultimo decennio: da Ari Aster a Jordan Peele a Robert Eggers, per citare i più quotati, e per citare alcuni dei loro film più noti: Midsommar, Get Out, The Witch… Appartenenti a quel genere culturale che Mark Fisher brillantemente definì nel suo ultimo libro “the Weird and the Eerie”, lo strano e l’inquietante (2016).

Hitchcock: l’iniziatore

Il padre di tutti è Alfred Hitchcock. Nasce e ottiene il successo come regista di genere, del thriller. Ma, come si accorgeranno i giovani della nouvelle vague francese, in realtà dietro al cinema di Hitchcock c’è di più: c’è soprattutto una capacità di “flirtare” con la psiche (dei personaggi e degli spettatori) che ne fa un caso unico nella storia della cinematografia: La donna che visse due volte, Marnie, La finestra sul cortile, Psycho, Nodo alla gola, L’ombra del dubbio, Notorius. Sicuramente è il genere che porta Hitchcock a cimentarsi con l’incastro psicologico ma lui lo fa molto bene. Fino ad arrivare ad alcuni suoi sconfinamenti nel genere horror (Gli uccelli e lo stesso Psycho).

Kubrick e Shining: un punto di riferimento

La vera “nuova” forma d’arte, inclassificabile in un semplice genere, che introduce Kubrick con Shining è l’invenzione di giocare ai misteri con lo spettatore: creare un parterre di dubbi, di soluzioni non chiuse, di tracce di elementi che vorrebbero dire altro ma poi si fermano. E in tutto questo condire con lo spavento, modellandosi appunto al genere horror. In particolare modo con la tecnica dello spavento tipicamente dell’horror: quella sorta di contrasto tra il “non accade nulla” ma si costruisce un’atmosfera e la sorpresa della “scena angosciante”, si pensi alla scena della macchina da scrivere, a quella delle gemelline, alla room 237, al sangue che sgorga fuori dagli ascensori, all’unica vera uccisione di Dick Hallorann, alle scene sognate o vere dei fantasmi della festa. Le soluzioni delle scene spaventose funzionano come le invenzioni del cinema surrealista, ovvero i fotogrammi brevissimi che si installano nella testa ma spariscono subito.

Lynch, spreading horror

Con Lynch l’horror diventa parte (anzi l’altra parte) della vita. Non è neanche più una questione di genere (i generi si mischiano tra commedia, dramma, thriller e horror) ma quel che conta è che l’horror c’è. Fa parte della nostra vita. E se da un lato alimenta un aspetto sensazionalista ed esteticamente raccapricciante, dall’altra alimentano quel continuo switch linchiano tra le multipersonalità dei suoi protagonisti (Twin Peaks, Lost Highway, Mulholland Drive, Inland Empire). Gli stati psicologici dei personaggi fanno strani viaggi di sogni americani che si trasformano in incubi terreni. Alcuni aneddoti da citare: Kubrick fece vedere Eraserhead di Lynch a cast e troupe di Shining, Judy, il nome del male assoluto in Twin Peaks, è il secondo nome della protagonista di La donna che visse due volte di Hitchcock interpretata da Kim Novak, il film di Kubrick preferito da Lynch è Lolita (LINK).

L’horror (o l’orrore), attraverso questi grandi cineasti e le loro sperimentazioni narrative, assume la capacità di esprimere in forma rappresentativa le nostre più profonde angosce, assume quindi le fattezze di un superdramma capace anche visivamente di entrarci dentro e scuoterci totalmente, divenendo insuperabile in quel processo di immedesimazione così fondamentale per una buona rappresentazione. La determinante intuizione di Hitchcock, Kubrick, Lynch è lo spostamento dell’osservazione obiettiva filmica dall’esterno a quella soggettiva interna del personaggio (con tutte le sue angosce e i suoi tormenti, l’orrore è dentro di noi), lo spostamento di registro (che del resto determina l’autorialità dei loro film) cambia totalmente la percezione dell’opera rendendola molto più interattiva con chi la guarda. Del resto se Hitchcock legge Freud e Kubrick si confronta con Nietzsche, potremmo dire Lynch frequenta i libri di Deleuze (come suggerisce David Foster Wallace nel suo saggio “David Lynch non perde la testa” in cui racconta la sua visita sul set di Strade Perdute).

l’etica dell’accontentarsi

E’ possibile rivendicare un’ETICA DELL’ACCONTENTARSI?

Forse è giunto il momento. Riallacciandomi all’analisi fatta (decostruzione del successo) sulla necessità considerata tipicamente boomer di apparire, di usare la comunicazione per crearsi una nuova importanza, una sorta di fede in se stessi postidealista, a cui si contrappone una normalizzazione dell’apparire e del comunicare, si apre una visione per una società che si accontenta, che aiutandosi a livellarsi cerca di evitare la tendenza a polarizzarsi su eccezionalità, picchi, protagonismi, contemplandoli ma anche spegnendoli velocemente.

Passati quindi da questa, chiamiamola generazionale, spasmodica voglia di mettersi in mostra potrebbe essere possibile che il reflusso sia quello di invece voler coltivare una maggiore intimità del proprio ego?

Le avvisaglie ci sono (il fastidio per la superesposizione, impensabile in altri tempi, è invece un dato di fatto). Addirittura potrebbe divenire un tema politico.

Mi piace pensare che tutto dipenda dall’influenza di Nietzsche e i suoi derivati sul nostro tempo. In principio tutto poteva sembrare più semplice: da una parte il superuomo, sfera individualista, come faro per la destra novecentesca (fino ad arrivare ai grandi conflitti mondiali), dall’altra la scoperta della tragedia umana (al di fuori della protezione di Dio), sfera che accarezza idee anarchiche, anti potere, e che rientra in un bagaglio anche di sinistra. Questa scarna suddivisione porta alle feroci ideologie. Ma Nietzsche non intendeva arrivare a questo, la sua bravura era proprio quello di decifrare il mondo e l’umano senza dover arrivare ad un totale schieramento, fatto che permise a chiunque (ed è una bella cosa) di trarne stimoli, contributi, fondamenti.

Ma poi, nell’era che vogliamo chiamare, per nostro divertimento, del boomerismo oppure come in buona parte è stata definita del post-moderno, è arrivata la nuova fortuna di Nietzsche, dopo che gli si era addossata anche la colpa degli inferi dei conflitti bellici per il suo successo addirittura nel circolo hitleriano. A partire dagli anni 60 e poi ancor con più forza negli anni 70 (la mitica conferenza Nietzsche ajourd’hui è del 1972) attraverso personaggi come Foucault, Klossowski, Bataille, Deleuze, la sinistra, o meglio la cultura pensante che a sinistra ha sempre trovato casa, rivendica una sua discendenza intellettuale.

La sinistra, di cui l’anima più ortodossa professa uno spirito collettivista e quindi meno individualista, si stufa e rivendica un’anima individualista anche agganciandosi al pensiero di Nietzsche. Appunto in spirito boomer, si analizzano e criticano tutte le falle di un credo in una società di tutti uguali: chi spinge di più ha diritto ad ottenere di più. È così? La crisi dello “scontro generazionale” (boomer/millennials) sembra rivelare che tutto sia solo un millantare, la vera differenza sia solo l’uso della comunicazione (chi ne fa e ne trae vantaggi e chi non ne fa e sta nel proprio spazio senza alimentare processi egocentrici). Non è più una questione di concretezza vs fuffa che appartiene ad una vecchia generazione, oggi siamo tutti immersi nella fuffa, ma piuttosto di egocentrismo vs sostenibilità, in un’ottica di gestione dello spazio democratico degli ego, i millennials sono nativi digitali, sono decisamente abituati a possedere strumenti in grado di alimentare o meno l’apparire (sull’ “o meno” il boomer dovrebbe approfondire), rispetto al boomer hanno la fortuna di avere maggiore distacco dall’eccitazione dei “15 minuti di celebrità” warholiani (a quale millennials non è capitato un reel da migliaia di visualizzazioni).

Il vero problema a sinistra è che queste spinte da parte di intellighenzia, personaggi e pensatori eccentrici, anche se ben strutturate, non fanno altro che dare diritto di cittadinanza ad un normale approccio banalmente di destra. Per la quale è del tutto normale avere spinte individualiste e quindi servono solo a rafforzare un’identità di base. Se per i pensatori di sinistra rappresentano una forma per trovare spazi inesplorati e inevitabilmente di una piccola nicchia nel pensiero critico di sinistra, a destra diventano fondamenti più o meno inconsapevoli del modo di essere.

Il paradosso in cui forse ci troviamo oggi in Italia: con una destra forte legittimata da un processo di rigenerazione di istanze portate anche da un pensiero di sinistra costringe la sinistra a rinunciare ai suoi particolarismi per stare al suo posto coltivando appunto un’etica dell’accontentarsi, liberando il suo campo dal culto dell’eccezionale in qualche modo lasciandolo a chi da sempre ne fa un suo strumento, appunto la destra, in una nuova chiarificazione di schieramenti: senza protagonismo, con leader che non eccellono ma fanno il loro lavoro, dando importanza al sistema e non alle individualità.

decostruzione del successo

Tornando sulla questione boomer/millenials, il tema della costruzione del successo come veicolo ulteriore alla realizzazione personale rappresenta senz’altro un tema caratterizzante la generazione boomer.

Partendo dai 15 minuti di Andy Warhol, la generazione boomer ha rappresentato la prima generazione mediatica, in relazione all’avvento dei sistemi di comunicazione di massa. Ma ecco, come prima, si è totalmente affidata agli strumenti di comunicazione, coltivandoli come un dio pagano ma sicuro, portatori dell’ unico verbo possibile cosìcché addirittura l’importanza della narrazione ha fatto sì che perdessero peso gli aspetti della concretezza a favore della costruzione di una comunicazione efficace.

Ma fintanto che la comunicazione ha investito le normali parti della vita sociale sembrava che la situazione potesse sostenersi. Ed invece si è pian piani arrivati, anche grazie all’esplosione dei media attraverso l’informatica, a definire prima il messaggio che ad avere un messaggio. Se una volta artisti, attori, scrittori, musicisti architetti erano portatori di messaggi innovativi e sorprendenti ora la sfida è solo essere portatori di messaggi, senza troppa importanza che il messaggio sia interessante o meno e quindi senza che l’identità di quello che chiamiamo oggi influenze sia spendibile in qualche campo disciplinare: la sua abilità è occupare un posto di influenza mediatica.

Il successo quindi non è più un raggiungimento di un momento di consacrazione professionale ad esempio ma il successo è un settore a se stante dove potersi cimentare a prescindere da quel che si sa fare.

Ecco questo rappresenta la decostruzione del successo: il successo non è più un valore positivo del proprio operare come pensavano i boomer, ma un qualcosa da inseguire a prescindere e che delimita un recinto autonomo.

Anche nelle diverse discipline si aprono dei nuovi ruoli di operatori comunicativi: artisti che fanno comunicazione artistica, come musicisti che fanno comunicazione, architetti che fanno comunicazione architettonica, raccontano la disciplina in forma aulica (gli apparenti) in contrapposizione a figure che invece si ritagliano un’approccio concreto, per cui la disciplina coincide con quello che si fa a prescindere dalla qualità (i sostanziali). Diventano due vere e proprie sfere di appartenenza separate. Si crea una confusione nel fruitore che non riesce a distinguere più qual’è la reale essenza del professionista. Chi è il vero artista? Addirittura il riflesso dell’artista arriva sullo stesso fruitore che diventa prosumer e quindi è lui stesso che assume un ruolo decisionale guidando i flussi e le energie.

La generazione post boomer, quella cosiddetta generazione X, ha cominciato a incrinare questo rapporto con il successo. Avendo più consapevolezza del suo carattere effimero, il successo non è un percorso lineare ma un percorso critico, addirittura con storie di conquiste del successo di cui poi ci si è voluti sbarazzare perché insopportabile o anche solo perché usato per fini specifici e non più come un culto. Hanno contribuito a relativizzare il successo dopo l’enfasi boomer dandone uno sguardo di franca disillusione che infatti ha portato l’invasione del successo di per se stesso a mutarsi, come si diceva, da riscontro delle qualità del proprio operare a una scatola vuota da occupare.

L’invasione dei social nelle nostre vite ha prodotto uno strumento alla portata di tutti per la costruzione del successo. Oggi tutti gli utilizzatori di un social sanno ormai quali post possono raccogliere tanto consenso (argomenti personali, commoventi, di buoni sentimenti, obiettivi da mostrare etc.) e quindi generare successo. A tal punto che in molti hanno anche sperimentato la mutazione da quel sentimento di soddisfazione del riscontro ottenuto a una sorta di sensazione di fastidiosa dipendenza dal richiamo di un successo così alle portata.

Prendersi il successo e poi sfilarselo di torno è dunque una normale attività della nostra vita contemporanea, che tutti noi gestiamo in qualche modo a seconda delle nostre necessità.

Questo significa che se un giorno abbiamo bisogno di esternare le nostre capacità, di farci dire “bravo” contemplando però solo una nostra forza che in realtà non ha nessuno interesse per gli altri, il giorno dopo contempliamo il nostro fallimento chiudendoci in noi stessi senza avere nulla da dire a questo pubblico fittizio e finalmente forse necessitiamo di relazioni vere confidando le nostre difficoltà quotidiane. La costruzione della società bipolare. E’ evidente che lo stato d’animo della costruzione del successo, una fredda comunicazione, serve ad alimentare il proprio ego alimentando una finta relazione con gli altri mentre quella del disvelamento del fallimento, una calda comunicazione, ricostruisce un vero rapporto interpersonale con gli altri.

Ok boomer|Millennials

La generazione ok boomer ha cavalcato e sostenuto la liberazione dell’EGO:

-attraverso la liberazione sessuale, l’emancipazione del sesso da censure bigotte e quindi anche da un suo mero valore funzionale, ovvero quello riproduttivo, per invece legittimarne un suo uso più ricreativo

-attraverso un uso spasmodico della comunicazione celebrativa, in particolar modo dell’auto celebrazione in una forma imprenditoriale di costruzione del proprio ego come forma di valore

La generazione millenium in realtà, acquisendo di fatto entrambi queste dinamiche, le sta anche neutralizzando, in una sorta di cura di una società troppo egotica:

-nella democratizzazione sessuale acquisita o meglio nella sua diffusione pop, ad appannaggio di tutti e non di pochi illuminati, del sesso come strategia di mettersi in mostra sono emersi i limiti della liberazione sessuale post 68 come un’attitudine alquanto maschilista di vedere il sesso inteso nella sua sfera più basica di dominio di uno su un altro

-anche in questo caso con l’avvento di sistemi di comunicazione di massa, la diffusione dell’egocentrismo ha normalizzato quella che sembrava un’attitudine di pochi coraggiosi in una pratica di un’intera società oggi definibile schizofrenica o quanto mento bipolare nella sua totalità.

C’è una scena clou del film “Closer” in cui Larry trova Alice che fa la spogliarellista in un locale, in quel posto lei che esprime tutto il suo dolore umano attraverso una disumanizzazione (sembra un replicante).

In un passaggio del loro dialogo Larry dice:

“Alice dimmi qualcosa di vero”

“Mentire è il divertimento più grande che una ragazza può avere senza spogliarsi… ma spogliata è anche meglio”

Closer (2004)

Il vero tema attuale però non può essere ricondotto ad un semplicistico ritorno indietro “era meglio prima”.

Le nuove generazioni introiettano sempre i mutamenti della società precedente, in particolar modo se sono delle conquiste.

La liberazione di una società egotica, o anche onanistica, rappresenta una conquista. Lo è.

In qualche modo porta più in avanti i confini delle potenzialità esplorative umane.

Oggi dove sono annidate le nuove conquiste da realizzare? Quali nuove debolezze umane abbiamo bisogno di liberare per fare un piccolo passo sociale in avanti?

C’è un difficile passaggio tra società boomer e società millennials che attanaglia le nostre vite, anche quelle di chi si sente al riparo: l’uso della comunicazione.

C’è stata una generazione che ci ha portato verso la società della comunicazione facendone una bandiera di emancipazione, un sotterfugio dove sfogare, in una società che non fosse più quella dispotica dei grandi conflitti mondiali, la propria voglia di contare qualcosa, le proprie massime ambizioni di potere, realizzazione personale, diciamo pensando di fare meno danni  portando l’animo conflittuale umano in una dimensione virtual/comunicativa piuttosto che in una reale (ma oggi invece cominciamo a pesare anche i danni della comunicazione).

Oggi la comunicazione e i suoi strumenti non sono più un modo innovativo di gestire il proprio “ingresso in società”, rappresenta piuttosto lo strumento più basico e diffuso di gestire rapporti interpersonali nella cosiddetta società del controllo. Questa sua estrema diffusione e conseguente normalizzazione in qualche modo la democratizza anche. Chi si è affacciato sui social da adulto gestisce la sua “bolla” chi è nativo social costruisce la sua “bolla”.

Ovviamente l’uso cinico anche del social (dalla narcisa voglia di apparire al tentativo di acquisire consenso diffuso al mero utilizzo per fini commerciali) ha sicuramente in qualche modo deviato e anche condizionato lo strumento ma lo ha condizionato in termini utilitaristici che in ogni caso ci sembra meglio che in termini di mero compiacimento.

E’ invece indubbio che poi esiste anche un suo uso low profile, con numeri enormi, di cui usa il social diciamo al 10%: da chi lo usa passivamente per avere qualche notizia di amici e interessi, da chi ogni tanto scrive un messaggio di auguri, di chi lo usa per premettere l’opportunità di sentirsi o andati a bere una cosa assieme. Da questo punto di vista se Facebook rappresenta sempre una vetrina in ogni caso verso un pubblico (più o meno vasto che sia), Whatsapp è il social della quotidianità delle chat di lavoro, delle chat dei genitori, delle chat degli amici del liceo, del pensierino a quella persona che non sentivo da tanto. Un filtro al reale. Uno strumento di mezzo. Questo uso è forse quello più interessante a livello dei cambiamenti sociali, perché si insinua, mellifluo, e influenza i nostri comportamenti deviando dal virtuale al reale.

Insomma, scavallata la fase dell’uso eroico di scoperta del mezzo, l’uso passivo (depotenziato) del social sembra essere quello più convincente, capace di farne apprezzare la sua esistenza anche perché noioso nel suo utilizzo come può essere noioso il tempo di crociera di un viaggio aereo transoceanico.

Il pericolo, così come la sfida, è che il coraggio di vivere si annidi nella solitudine dell’uomo e nella dimensione totalmente solitaria della sua esistenza.

L’aver spostato il piano della dimensione egotica (che abbiamo capito avere profonde radici concrete) in una dimensione virtuale sembra essere la sfida che stiamo vivendo.

Lettera ai Millennials

LETTERA AI MILLENIALS: l’esperienziale come obiettivo progettuale

Tutti sanno che l’esperienza dell’abitare appaga se risulta intensa, tanto quanto quella del vivere, eppure durante un progetto per una casa sbagliamo sempre, chiediamo uno spazio che sia determinato più che indeterminato.

La qualità dell’indeterminatezza non è per tutti.

La trappola del progetto porta ad immaginare un dispositivo da abitare fermo, immutabile piuttosto che uno pronto a modificarsi spesso a seconda delle sorprese della vita.

Ci si accontenta di posti fissi, case sicure, rubinetti stilosi anziché di emozioni esistenziali vere, dilaniate da insidie, dubbi, emozioni.

Se il progetto architettonico ha anche un valore nell’assumere una valenza culturale, come sempre è stato – un manifesto – oggi dobbiamo occuparci delle esperienze che un progetto rende possibili che è qualcosa in più della questione della sua valenza iconico-formale.

La nuova generazione di architetti è un po’ meglio di quella precedente, come spesso accade, può ambire a spostare i valori critici di un progetto.

Non adattarsi a quanto fino ad oggi si è fatto ma spostare un pochino in avanti la disciplina.

Un architetto di oggi lo vedo simile al mago, non tenderà mai ad accontentarsi di risolvere le questioni tecniche ma tenterà sempre di risolverle mettendole allo stesso tempo in crisi con un incantesimo. L’incantesimo magico vuole vincere il concretismo realista.

In realtà non esiste contrapposizione tra sogno e realtà, entrambi contano fino ad un certo punto; sono entrambe delle letture possibili della nostra testa e sono terribilmente concatenate tra loro (non potrebbe esistere incubo peggiore se non si avesse avuto prima un sogno estatico), il problema è il peso che gli si dà e le conseguenza a cui queste possono portare (questo è per me l’insegnamento di Lynch, sto scrivendo subito a seguire l’ennesima catartica visione di Mullholland Drive). Quindi il sogno, o l’incantesimo magico, è reale quanto un approccio concreto nella lettura della realtà. O per essere ancor più incisivi, potremmo dire che l’approccio reale è in verità un modo di vedere le cose tanto quanto quello magico od onirico (“i fatti non esistono, esistono solo interpretazioni”, Nietzsche). Se si mette a fuoco questo punto, entrando davvero in un relativismo radicale, ci rendiamo conto di come la rincorsa della verità nel reale sia una chimera tranquillizzante, un appiglio a tutte le nostre inquietudini, il desiderio che ci sia una verità unica che non ci dia più modo di essere sballottati nei nostri dubbi. L’unico stato possibile in realtà è proprio quello dubitativo.

Paradossalmente il sogno, o meglio il rito magico, risulta più sincero nel suo essere già tacciato preventivamente di relativismo e aleatorietà.

Ritornando a Lynch, ad esempio, la sua capacità di alternare realismo disperato e sogno afrodisiaco riesce a far coesistere le due cose in maniera indissolubile, non potremmo avere una cosa senza l’altra (il serpente dell’eterno ritorno). Potremmo dire che il sogno sia una bandiera dei “boomer” arrivata dagli States come nuova forma di credo un po’ consumista in una società sempre più agnostica. Succubi delle scoperte del pensiero scientifico, minati nel supporto dato dalla religione, l’uomo moderno si è quasi suicidato nei conflitti delle due guerre riprendendosi poi in una convulsione “boomer” di consumismo sfrenato.

Oggi si sta tentando in tutti i modi di uscire fuori da quella stanca cultura positivista del consumare contemplando modelli sociali alternativi anche per la preoccupazione del futuro del nostro habitat, sempre più presente nelle nostre vite.

Si intravedono però già le prime pesanti ombre di una società che ha tanta paura e coltiva le ragioni della morte (una ripresa dei conflitti nel mondo sempre più importante e l’ascesa di forze politiche oltranziste).

Le ragioni dei sogni sembrano cadute in disgrazia.

Siamo dentro una società che non sogna più ma manifesta solo un grande malessere, non vuole essere più illusa (malgrado l’illusione sia una pratica che esista da sempre), ragioni che possono essere anche fortemente fondate ma che stanno inaridendo quella facoltà umana di pianificare, progettare con maggiore fede e contemplazione degli sbagli.

Le nuove generazioni, infervorate di concretismo perché non più sognatrici, preferiscono lo stipendio alla vocazione artistica “ci avete rubato i sogni”.

Io ancora penso che, a prescindere dal problema delle condizioni di partenza (e del conseguente conflitto sociale), occorre riflettere seriamente sull’importanza della generosità nelle dinamiche del mondo (l’arte è prima di tutto generosità): chi getta il cuore oltre l’ostacolo significa che ha qualcosa da dare, chi non lo fa riflette una certa aridità.

Occorre aiutarci, aiutarci tutti. Ricominciare a pensare e guardare più in là di oggi.

Arginare le nostre visioni di cataclismi, conflitti, disgrazie. Sognare di più (come forma di credo), anche se, anzi soprattutto se fortemente agnostici.

Ri-espandere l’immaginazione e percorrere i diversi mondi possibili che l’immaginazione sa aprire, perché la realtà non è una sola.