Oss.11: radical chic

Oss. 11: radical chic

Radical chic è uno dei termini più abusati degli ultimi anni. Una vera ossessione.
La storia vuole che il termine sia stato coniato da Tom Wolfe nel 1970 per descrivere una serata organizzata da Felicia Bernstein, moglie del direttore d’orchestra Leonard, in cui si raccoglievano fondi per dare aiuto legale al gruppo rivoluzionario marxista-leninista “Pantere nere”.
Dunque inizialmente ha avuto una grande diffusione per descrivere le contraddizioni delle persone di sinistra che però vivevano nel lusso. Nel tempo è dunque diventata una classica affermazione critica da affibbiare a chi predica bene ma razzola male (partendo quindi da un’accezione ideologica un po’ di destra, della cultura del fare piuttosto che del dire ma diventando poi un aggettivo cliché da affibbiare a certi comportamenti della società sempre più diffusi). In particolare, a mio avviso, l’abuso dell’espressione è esplosa nel connotare una certa generazione (la mia? diciamo di quelli nati negli anni ‘70), di “giovani viziati” abituati al vivere bene e incapaci di fare dei sacrifici (trovando in giro per il mondo vari sinonimi, tutti tesi a definire la stessa cosa: bo-bo ovvero Bourgeois-bohème; Salonbolschewist (bolscevico da salotto); Izquierda caviar (sinistra caviale) etc etc). La generazione che di fatto forse per colpa sua forse per colpa di altri si è ritrovata spesso a fuggire il posto fisso, senza che nessuno avesse intenzione di darglielo, criticata dalla società perché non sapeva essere concreta mentre assisteva imperterrita al dissolvimento di qualsiasi principio base di concretezza, capace di costruire splendidi curriculum rimanendo pur sempre precari, avendo quella capacità di passare in continuazione dalle stelle alle stalle come gli attori di Hollywood, interpretando sulla sua pelle i mutamenti dettati dall’avvento dei mass media, della società dello spettacolo etc. E’ anche, e lo dico non senza una grande tristezza, la generazione del Bataclan, ovvero la generazione nemica giurata dell’islamico radicale allevato nel paese dove i suoi genitori pensavano di aver trovato una nuova casa e una speranza per il futuro dei loro figli e che invece ha coltivato l’odio per un certo stile di vita dei suoi coetanei autoctoni.
Colpevole o non colpevole, sbagliato o giusto che sia, lo stato del radical chic da che elitario (vedi Bernstein) si è sempre più espanso, come condizione di una nuova ricchezza, capace di preservare non più dei valori ma dei comfort al costo però di saper vivere stagioni di povertà e insicurezza (appunto da veri bohemienne).
La condizione radical chic è diventata pop.
E la disciplina che più ha espresso questo personaggio sociale è forse proprio l’architettura, con un gran protagonista che è Rem Koolhaas, sicuramente l’architetto che ha avuto più influenza culturale sulla generazione citata, l’architetto che più di tutti esprime il radicalchicchismo, lavorando allo stesso tempo con Prada e con il governo della Nigeria, così come il giovane radical tiene aperte una scheda del suo browser su un sito porno e l’altra su un saggio di Naomi Klein.
E proprio guardando non tanto a Koolhaas ma all’avvento della cultura koolhaasiana sui giovani architetti, si nota come l’elitarismo di partenza si sia perso in una diffusione pop (sfera tanto cara all’architetto olandese, allievo teorico di Robert Venturi e adotatto dagli U.S.A. di New York). Oggi è l’essere architetto che passa attraverso l’essere radical chic, più che l’essere koolhaasiani, così come fu in altri tempi il credo assoluto per il cemento armato incarnato da Le Corbusier. Koolhaas non ha fatto altro (come fa sempre del resto, con un gran capacità di essere veloce a recepire) che assecondare i mutamenti già in atto. La condizione dell’architetto di essere “schiavo” delle economie capitaliste e allo stesso tempo portatore di valori di cultura underground  non può prescindere dal renderlo radical.
Il passetto in avanti (se c’è bisogno di doverlo trovare) è che, rispetto al prima citato cemento e Le Corbusier, il nuovo vangelo sia una condizione culturale e non più tecnologica.. Ma chissà se è davvero un passo in avanti?

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Oss.10 personal architect (serenity)

Oss. 10: personal architect (serenity)

Pensavo a questa idea, tra una bolletta e l’altra da pagare…
Lanciare il personal architect ovvero, dopo il personal coach, il personal shopper, il personal stylist, è giunto il momento del personal architect.
Contro l’idea dell’architetto tecnico che fa le cose per bene (che poi si scopre che non è vero), si offre l’architetto per l’occasione. L’architetto a tempo. L’architetto a consumo.
Che fa le cose esclusivamente per sognare! E però poi i sogni fuggono via..
Immaginate la scena topica di Cenerentola (lei che fugge dal ballo perché sta per ridiventare stracciona).
Descriviamo la possibile situazione:
Dovete fare una festa? Chiamate il vostro personal architect.
Lui vi sceglie la location, ve l’allestisce e mette le luci, creando una super atmosfera, poi vi seleziona gli invitati, sceglie la musica, imbastisce il buffet, balla e si diverte, e poi proprio quando vi siete quasi innamorati di lui cessando quel sentimento di pentimento per averlo chiamato, effettivamente sparisce.
Rimane l’idea che tutto è sporco, che tutto è da rimettere in ordine, che la festa sì bella ma che fatica, che il prossimo anno non lo so se la rifaccio, che ora riprendere con la quotidianetà è più complicato di prima, che mannaggia a me che mi faccio prendere…
E il personal architect?
Dove è finito?
Evanescente come l’aria.. Sublime come il momento che te lo dimentichi..
Torna la serenità (in sottofondo ascolti serenity).
Serenità quasi inquietante, la linea del battito cardiaco senza mai un picco, il registro della tranquillità dell’apatico trascorrere del tempo lineare…

No perditempo, solo referenziati.

Oss.09 Neviges Pilgrimage Church, trascendenza dell’immagine architettonica

Oss. 09: Neviges Pilgrimage Church, trascendenza dell’immagine architettonica
Per il nuovo anno mi ero tenuto da parte questa perla del cosiddetto brutalismo o quella che appare come una tarda rievocazione dello spirito dell’espressionismo tedesco (vedi post su Poelzig).
La Pilgrim Church di Gottfried Böhm a Velbert- Neviges, Germania, 1965-68.

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Ma in che senso è un’ossessione un edificio che ci piace?
Non mi interessa la celebrazione di quel progetto ma bensì mi piacerebbe rifarlo oggi.
Immagino quell’edificio realizzato oggi anziché 30 anni fà e lo troverei molto più significativo di tanti altri che vengono realmente realizzati (a prescindere dal tempo da dove proviene)…
E’ una bella idea quella di riproporre vecchi progetti (irrealizzati ma anche sì) nella contemporaneità anziché essere sempre originali? A legittimare il fatto che non ha più senso l’originalità fine a se stessa ma bensì è molto più importante la passione verso qualcosa. A consacrare che la ricerca, l’attenzione a tempi vicini ma passati, anziché rimanere nelle sale delle biblioteche potrebbe avere degli esiti nel reale?

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Oggi in fondo con i fotomontaggi, i render, le simulazioni visive che i computer ci permettono di fare possiamo già immaginare mondi diversi, dei mondi/avatar, delle vere e proprie ucronie, storie parallele a quella nostra (immaginate ad esempio se al posto di Corviale ci fosse l’Unità di abitazione di Marsiglia o se al posto del MAXXI di Zaha Hadid ci fosse il Guggheneim di Frank Gehry? E se avessero realizzato il Danteum su Via dei Fori Imperiali anziché le Poste di Via Marmorata?
Immaginiamo i cambiamenti che sarebbero avvenuti nelle città se gli edifici fossero nati in altri posti anziché quelli che sappiamo o se gli iter dei progetti realizzati e non fossero andati in modo diverso..).
Eppure nel cambiamento per cui il mondo non è più plasmato dall’architettura ma è la vetrina per essa, non esiste più una città e i suoi legami ma esiste un grande serbatoio immaginario da comporre, ricomporre, scomporre, tentando di rilanciare ogni volta una nuova strategia mediatica culturale che tiene uniti i pensieri e i desideri di tanti. Voi immaginate se agli architetti, un po’ come agli artisti, fosse data sempre la possibilità di creare ogni proprio progetto, quanti problemi avremmo di eccesso di edifici e di continuo mutamento del paesaggio e della sua storia.
Anziché contrapporre la legge della realtà del realizzato all’utopia si potrebbe mescolare un po’ tutto, realizzato e sognato, trovato e immaginato, in un grande tempio del mondo architettonico dove ogni oggetto corrisponde a un valore che riesce a trascendere la sua reale appartenenza..

verso la post ideologia (oggi?)

verso la post ideologia (oggi?)

una lezione su alcune tendenze dell’architettura contemporanea tentando di capire dove siamo oggi, all’interno del corso “osservazione dell’architettura” tenuto dalla Prof. Milena Farina, 2015, Facoltà di Architettura, Università degli Studi Roma Tre

[la lezione nello slideshow]

Un punto di vista “tendenzioso” da architetto:

un tentativo di navigare tra le faticose interperie della cultura architettonica contemporanea, un racconto e uno sguardo su un passato recente, visti come le origini dei tempi odierni.

Martin Parr nella foto The learning tower of Pisa immortala dei turisti in serie che posano davanti alla Torre di Pisa in una posa “spiritosa” a giocare con la famosa pendenza dell’attrazione turistica.

ITALY. Pisa. The Leaning Tower of Pisa. 1990.
ITALY. Pisa. The Leaning Tower of Pisa. 1990. Martin Parr

Potremmo dire il grado zero dell’esperienza estetica (citando Mario Perniola, L’arte espansa, 2015), ovvero il superamento necessario (ironico, dissacratore) dei valori dell’arte a puro uso consumista e per intrattenere.

Ma come ci siamo arrivati?

C’erano una volta gli anni delle contestazioni, del “fate l’amore e non la guerra”, della giovinezza spensierata e libertaria, dell’esplosione della cultura di massa. In particolar modo gli anni del pop: della pop art o del pop musicale (Andy Warhol, i Beatles..).

Andy Warhol, a portrait in the '60s
Andy Warhol, a portrait in the ’60s

La cultura per tutti diventa facilmente anche la cultura di tutti, ovvero mercificazione degli alti valori al fine che appartengano a numeri sempre più alti di individui (in particolar modo gli utenti preferiti sono i giovani).

La vera rivoluzione che prende piede non è quella politica ma piuttosto quella culturale (cambiano i costumi della società, dalla emancipazione sessuale alla libertà di viaggiare, dalla rivendicazione di essere parte e partecipi della società al principio della libertà di espressione, con conseguente estrema venerazione per ogni media).

Il sistema economico e politico in realtà si plasma facilmente alle nuove esigenze e anzi ne comprende le grandi nuove potenzialità: tutto è cultura, tutto è prodotto. La mercificazione della cultura ha la strada spianata, spinta proprio dal desiderio pop di espandere il suo raggio di influenza.

Guy Debord scrive La società dello spettacolo prevedendo l’escalation dei media sulla nostra vita personale (dai reality show ai social network), avvisandoci, senza entusiasmo e con preoccupazione, che qualcosa sta radicalmente cambiando.

Guy Debord, portrait
Guy Debord, portrait

E l’architettura?

L’architettura è una disciplina pesante, che sì tiene conto dei fermenti della società come l’arte e la musica, ma da sempre è legata molto fortemente con le dinamiche del potere e dunque i suoi cambiamenti avvengono sempre in modo più faticoso e lento.

Ma guardiamo con attenzione: già Yona Friedman nel 1959 comincia a disegnare la sua Spatial City l’idea di una città che si sovrappone in alto sopra alla vecchia.

Yona Friedman, portrait
Yona Friedman, portrait

Una mega struttura con dei grandi piedi che poggiano al suolo dalla forte tensione ideale, una vera e propria formalizzazione architettonica di rifondazione totale del modo di concepire la città.

Yona Friedman più in là ci spiegherà che non è questione di sogni o visioni ma tutt’al più di utopie realizzabili, a rivendicare l’assoluta serietà della sua proposta malgrado l’aspetto di provocazione.

Nei primi anni ‘60 un altro architetto off, Cedric Price, presenta il progetto per un Fun Palace che è una sorta di grande impalcatura dove al suo interno sono appese scatole, scale mobili, piani sospesi etc etc. Nasce l’anti-architetto, l’architetto contestatore insito alla sua disciplina, che si inventa un’architettura dal tema poco serio e lo formalizza con materiali e tecnologie in contrasto con quelle usuali e tradizionali.

E ancora dal Regno Unito, sempre negli anni ‘60, un gruppo di giovani appena laureatisi presso l’Architectural Association producono una sorta di giornale Archigram con disegni e progetti che inneggiano a un futuro super tecnologico e automatizzato e a un’architettura che tende a forme effimere e temporanee o mobili più che ad essere perenni e immutabili.

Ma il vero fatto nuovo è l’esito del concorso del Centre Pompidou di Parigi, che darà a tali provocazioni e posizioni culturali una vero e proprio grande e unico riconoscimento.

Merito di un grande designer come Jean Prouvé, presidente di giuria, e dei giovanissimi vincitori del concorso Renzo Piano e Richard Rogers, il disegno di una sorta di astronave caduta dal cielo fatta di strutture assemblabili e impianti a vista diventa il più importante museo di arte contemporanea in Europa.

Renzo Piano and Richard Rogers on the Centre Pompidou escalators
Renzo Piano and Richard Rogers on the Centre Pompidou escalators

E mentre alcuni giovani architetti, tra cui un italiano, tentano di dare concretezza alle visioni di Friedman e Price, altri giovani scansonati fiorentini, continuano a provocare e a convogliare tensioni ideali della contestazione e della rivoluzione culturale in disegni/progetti di architettura. Tra questi il gruppo di Superstudio che inventa il monumento continuo: un grande reticolo con forme essenziali che diventa un collage da montare su qualsivoglia scenario. Il monumento continuo sta bene con tutto, un po’ come il nero, da Manhattan alle cascate o i canyon, ai centri storici italiani allo spazio, nuovo terreno di conquista.

Superstudio, portrait
Superstudio, portrait

 

Siamo alla fine degli anni ‘60 entrando nei ‘70, la contestazione è diventata un fermento culturale ormai ben saldo e mentre da una parte la protesta politica perde speranza e converge nel terrorismo, molto ben integrata nel sistema si afferma l’esigenza di una nuova cultura che rompa con tutto ciò che veniva prima (il comunismo di matrice politico/ideologica quindi sfoga nei movimenti hippie dello stare insieme per godere delle nuove conquiste giovanili come il tempo libero e tutto ciò che può rientrare all’interno di ciò, il progetto di Price per il Fun Palace non poteva essere più premonitore).

E così Londra, Firenze, Vienna, Parigi, New York sembrano tutte più vicine di quello che sono, l’utilizzo dei nuovi media (vedi le riviste patinate, che sono allo stesso tempo fonte delle immagini da utilizzare per i collage ma anche veicolo per diffondere i disegni di questi gruppi) diventa il veicolo di scambio per condividere simultaneamente valori e istanze pur stando in paesi diversi. Ma tutto ciò comincia a chiarire che stiamo assistendo alla definitiva dipartita dell’architettura verso il prodotto commerciale (di minore o maggiore qualità) e quindi alla conseguente abdicazione al suo essere rappresentazione di potere.

Il sistema occidentale ha trovato nuova linfa vitale per alimentarsi. Anche il Giappone ha una sua risposta peculiare. In particolar modo mantenendo quel suo grado di essere subito pronto a sperimentare davvero le nuove tecnologie con vere costruzioni diffuse. E così le megastrutture diventano edifici, piani per espansioni discusse dalla città, nuovi centri direzionali. Kenzo Tange, architetto serissimo e affermato, sposa queste nuove tensioni alimentando il gruppo dei Metabolisti (di utopisti concreti, come piacciono a Friedman), e l’Expo di Osaka del ‘70 è la celebrazione di questa tensione di strutture ardite (anche per tutti coloro che vi parteciperanno, vedi gli esiti del concorso per il padiglione italiano con i progetti poi non risultati vincitori di Costantino Dardi e Maurizio Sacripanti).

Kenzo Tange, portrait
Kenzo Tange, portrait

Ma nella sede dell’Impero che succede? Ovvero negli Stati Uniti?

E’ ovvio che il paese che più determina questi cambiamenti è quello statunitense. Paese leader sulle vicende del pianeta, esso è anche leader rispetto ai fenomeni giovanili delle contestazioni e della rivoluzione culturale, in particolar modo del fenomeno pop, di cui si faceva riferimento inizialmente. Andy Warhol è il cinico protagonista che porta l’avanguardia del dadaismo all’interno del sistema del capitalismo consumista per cui l’arte non è più eroica ma è cinicamente a servizio del nuovo mecenate diffuso, il capitalismo democratico (non più un singolo re ma tanti). Per questo motivo Woodstock e la chitarra di Jimi Hendrix è il vero punto di riferimento del grande cambiamento culturale in atto.

E l’architettura ha un grande personaggio che incarna questo cambiamento che è Louis Kahn. Egli è l’ultimo dei moderni e il primo dei post-moderni, terminologie così tipicamente architettoniche. Come Andy Warhol, Louis Kahn che è ancora figlio dei padri del moderno (Le Corbusier, Mies, Gropius) nel porsi come architetto, capisce però che l’architettura deve cinicamente emanciparsi dal suo essere emanazione del potere consacrato, e dunque adattarsi al nuovo potere diffuso.

louis kahn
Louis Kahn in his office working on a model of the National Assembly complex in Dhaka, Bangladesh

La poetica kahniana degli “spazi serviti e spazi serventi” in realtà denuncia la presa di posizione che il modello professionale del centro commerciale o degli uffici dove scale e ascensori sono ben definiti e il resto è un grande open space deve essere assunta dal nuovo architetto come elemento base per operare.

Le rigorose piante di Kahn diventano delle icone geometriche (come i disegni degli architetti illuministi) che allo stesso tempo superano ogni problema tecnico o funzionale con le esigenze dei committenti o dei burocrati.

Kahn, così come si saprà essere poligamo nella sua vita privata, porta avanti una grande ambiguità di fondo nella sua vita professionale: essere sì poeta, fedele alle sue origini estoni, ma anche re della concretezza, che proprio è il presupposto degli artisti pop, del concretismo americano, la patria che lo ha accolto.

Ed è proprio la posizione cinica di Kahn che porterà un po’ tutti i protagonisti dell’architettura che seguirà a divenire kahniani.

In particolar modo non si può non far riferimento a Robert Venturi (che lavorerà per alcuni anni presso lo studio di Kahn). Gli studi, i testi e le architetture/manifesto di Robert Venturi insieme alla moglie Denise Scott Brown saranno la chiara testimonianza del suddetto passaggio dal moderno al post-moderno. Venturi infatti rappresenta l’accademico dell’anti-accademia, il maestro dell’essere contro, ovvero colui che ci spiegherà cosa sta succedendo passando dalla provocazione alla sistematizzazione dei processi in atto (in particolar modo passeranno alla storia i suoi due testi: Complessità e Contraddizioni nell’Architettura e Learning from Las Vegas). L’architetto che per asserire le sue teorie progetterà per la casa della madre Vanna una facciata che denuncia il suo essere distaccata dalla casa in sé (come una scenografia) e che addirittura vincerà il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia del 1986, diretta da Aldo Rossi, per il progetto del Ponte dell’Accademia, apponendo un pannello con un pattern grafico al ponte già esistente, affermando la possibilità dell’architettura bidimensionale o dell’architettura icona, ovvero proprio ciò che si insegna a non fare nelle scuole di architettura.

Robert Venturi in Rome in 2008
Robert Venturi in Roma in 2008

Ma non possiamo non approfondire la figura di Aldo Rossi. Personaggio inquieto e ambiguo, grande protagonista, forse suo malgrado, del momento di passaggio che stiamo raccontando. Italiano e comunista, anche egli è tragicamente kahniano. Basti confrontare le sue opere con i suoi testi, lì dove Rossi riesce ad imporsi con la sua poetica della “casetta”, la banalità come quella del suo nome che diviene la sua cifra stilistica, e il tentativo astruso e complicato di ribadire, attraverso la sua teoria, la sua appartenenza alle ideologie. Rossi diviene così famoso suo malgrado, ovvero da una parte capta e sente le nuove esigenze del mercato, di vendere prodotti semplificati e iconicamente potenti, dall’altra pensava di voler affermare una poetica e non dei prodotti.

Arduino Cantafora, suo socio iniziale e grande pittore della poetica rossiana, dice in una recente intervista che nella loro idea c’era il piccolo studio, l’idea di andare a pagare le bollette in prima persona, non riusciva a capacitarsi dell’idea di appartenere a uno star system. Carlo Aymonino, anche lui intervistato, racconta un episodio di un incontro in aeroporto in cui Aldo Rossi, all’apice del successo, rivela al suo mentore iniziale (colui che gli fece costruire il Gallaratese) “Carlo io così non ce la faccio più”.

Aldo Rossi voleva essere l’architetto del popolo e però si impone sul mercato con la sua caffettiera “La conica” di Alessi.

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Aldo Rossi and “la cupola” packaging

La scia di Rossi avrà un importante seguito in Italia che, a prescindere dagli stilemi del tetto a falda o della finestra quadrata a croce, porterà Giorgio Grassi, collega iniziale del movimento della tendenza (che già nel nome cerca inutilmente di distinguersi dalla parola moda) a radicalizzare la purezza in un rigore dal sapore deutsch all’accademia dell’architettura disegnata, ovvero di disegni poetici, tra l’utopia e il volontario naiveté, volti a legittimare l’integerrimità dell’autore ma anche pronti ad immettersi nel mercato delle gallerie o delle aste d’arte.

E in questi scenari che prefigurano una sorta di morte dell’architettura, ormai delegittimata come disciplina, muovevano i loro passi due “mostri sacri” della nostra contemporaneità: Manfredo Tafuri, il romantico suicida e Rem Koolhaas, il cinico appassionato.

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Manfredo Tafuri, portrait
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Rem Koolhaas, portrait

Entrambi completamente immersi nelle dinamiche e vicende raccontate fin’ora e folgorati dall’architettura il duo estremizza fino in fondo le possibilità che la disciplina offre.

Manfredo Tafuri, romano, allievo del fondatore della scuola romana Ludovico Quaroni, si suicida perché rinuncia alla professione per esercitare l’attività dello storico, del critico ma allo stesso tempo coinvoglia la sua passione in architettura narrativa (così come i disegni di Aldo Rossi), in invettive contro tutti gli architetti cosìddetti post-moderni o contemporanei (Kahn e Venturi in primis), colpevoli di aver accettato la trappola del sistema, e rielaborate in invenzioni letterarie magistrali sempre e comunque parlando dell’’architettura, mettendo insieme passato, presente e futuro (da Piranesi passando per i costruttivisti russi a Rossi).

Rem Koolhaas arriva alle stesse conclusioni, esaspera il cinismo kahniano, e capisce che l’unico modo per proseguire è quello di sposare questa morte dell’architettura priva ormai di alcun senso e valore per esercitare una mera attività imprenditoriale del bello fine a se stesso, così come avviene ormai da tempo per l’arte. L’architettura non deve più giustificarsi tanto è già morta da tempo, Koolhaas conia “Fuck the context” e crea OMA, una fabbrica del progetto dove foto, collage, schemi e plastici servono a vendere le loro competenze più del progetto stesso, che comunque c’è sempre.

Altro confronto davvero peculiare del passaggio, è quello tra i due Ungers, padre e figlio.

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Oswald Mathias Ungers, portrait
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Simon Ungers, portatrait

Se il padre Oswald Mathias, altro kahaniano di ferro, presso il quale si formerà anche Koolhaas, dallo spirito deciso e autoritario, sarà il severo teorico dell’architettura come disciplina autonoma e chiusa in se stessa, producendo una serie di progetti che guardano dentro loro stessi parlando il linguaggio dell’architettura, sempre però rivolto alla costruzione come obiettivo, Simon, il figlio, radicalizzerà questa posizione addirittura trascurando completamente il problema della costruzione ma legittimando il valore dell’architetto/artista, che solo nella sua solitudine e disperazione può recuperare la vera dimensione poetica (molto tafuriano) e che, ammalatosi gravemente, morirà suicida a soli 48 anni.

Cosa ci rimane?

Un’architettura che tende sempre più all’oggettualizzazione e quindi alla mercificazione, ambendo ad opera d’arte suprema ma allo stesso tempo ad essere vacuità legittimata di un oggetto fine a se stesso, ha bisogno di due cose:

  1. Essere capace di essere un’eccellente fabbrica di oggetti: assumere le fattezze di una holding di creazioni dell’architettura, come una casa di moda. Dunque legata al mercato, alle sue esigenze e richieste. Vedi la facilità del divenire grandi studi se si hanno le possibilità che il sistema richiede (BIG, MAD architects, OMA stessa che subappalta gli incarichi a giovani architetti all’interno del suo studio etc etc).
  2. Ambire ad un’esperienza narrativa pura per assurgere a supremo distacco dalla realtà, in nome della denuncia della necessità dell’architetto di rivendicare ancora una sua poetica intoccabile, anche se inadeguata al sistema in cui vive (gallerie d’arte, biennali culturali e gruppi dediti alla produzione di disegni, fotomontaggi e/o modelli senza barriere temporali che prescindono dal progetto – Filip Dujardin, Lokomotiv architects, DOGMA, le tesi di laurea dell’Architectural Association..)

Questo apparente conflitto non è altro che quello che potremmo chiamare un disturbo bipolare, l’inevitabile dazio dell’artista del vivere le contraddizioni e il caos della società contemporanea, ossessivi e maniacali quando devono operare, funerei e depressi quando devono riflettere su quello che fanno.

Tutto ciò ci porta però a un’unica conclusione: che, in realtà, le due strade si somigliano e non poco, che, citando Rem Koolhaas, che fonda AMO, ovvero il rovescio di OMA, settore dello studio che si occupa solo di ricerca, “non c’è differenza tra architettura costruita o disegnata”, entrambe partecipano al desiderio collettivo dell’oggetto fine a se stesso, dell’idea atipica ma facilmente consumabile (in un culto iconografico esasperato che sconfina in pornografia delle immagini, sempre più facilmente veicolate dai nuovi dispositivi tecnologici e/o dalle infrastrutture sociali del web) ed in questo senso post-ideologica, lì dove nessuno ha più una ragione da difendere, tutti in realtà siamo più tendenti allo sbagliare per un’idea di perfezione, falsa, consolatoria, consumabile e nessuno è più artefice del proprio destino così come l’architettura non plasma più il mondo ma usa questo come vetrina dove esporsi nella speranza di riprodursi subito nuova, spendibile e vendibile.

 

[Dicembre 2015]

 

#VIAAPPIASOLUTION

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Il racconto specifico sulla nascita di District Rome poi si interruppe.
A corollario però delle vicende note, in un lontano futuro, vennero rinvenuti una serie di disegni in cui si sovrapponevano diversi e tanti periodi storici rendendo molto complicata l’interpretazione..

Per gli altri episodi: district rome

#DOWNTHEREBELOW

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Il racconto specifico sulla nascita di District Rome poi si interruppe.
A corollario però delle vicende note, in un lontano futuro, vennero rinvenuti una serie di disegni in cui si sovrapponevano diversi e tanti periodi storici rendendo molto complicata l’interpretazione..

Per gli altri episodi: district rome

#OVERLOOKING

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Il racconto specifico sulla nascita di District Rome poi si interruppe.
A corollario però delle vicende note, in un lontano futuro, vennero rinvenuti una serie di disegni in cui si sovrapponevano diversi e tanti periodi storici rendendo molto complicata l’interpretazione..

Per gli altri episodi: district rome

#NEWPRISONS

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Il racconto specifico sulla nascita di District Rome poi si interruppe.
A corollario però delle vicende note, in un lontano futuro, vennero rinvenuti una serie di disegni in cui si sovrapponevano diversi e tanti periodi storici rendendo molto complicata l’interpretazione..

Per gli altri episodi: district rome

#SUPERMAUSOLEO

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Il racconto specifico sulla nascita di District Rome poi si interruppe.
A corollario però delle vicende note, in un lontano futuro, vennero rinvenuti una serie di disegni in cui si sovrapponevano diversi e tanti periodi storici rendendo molto complicata l’interpretazione..

Per gli altri episodi: district rome

Oss.08 Sfida al copyright: l’ossessione di essere artefice di se stessi o anche impossessarsi delle idee degli altri e farle proprie

Oss. 08 Sfida al copyright: l’ossessione di essere artefice di se stessi o anche impossessarsi delle idee degli altri e farle proprie

C’è la famosa frase di Picasso: “un bravo artista copia, un grande artista ruba”.
In realtà l’oppportunità di un mondo super artistico e super comunicativo come quello presente offre ancora più opportunità.
In un grande serbatoio di idee, così come si presenta il mondo contemporaneo, si pesca di qua e di là, anche senza pensarci, e anche senza capire i motivi del trarre uno spunto o un altro.
Solo dopo può avvenire un tentativo di ristabilire qualche motivo (a posteriori) del nostro operare in una maniera che si potrebbe definire auto terapia.
Essendo oggi negato ogni principio estetico assolutista a cospetto di una ricercata apertura a 360 gradi verso qualsiasi forma di estetizzazione possibile, i valori estetici alternano il loro diritto di esistere tra i titoli che gli danno dignità di esistere e il tentativo di imporsi all’attenzione dell’immaginario di chi fruisce, si crea così l’opportunità implicita del passare attraverso.
Che cosa si intende? La possibilità di surfare tra cose diverse, impossessandosi delle cose altrui per rivomitarle proprie, senza neanche tentare il furto di cui parla Picasso, ma legittimando questa modalità di operare come processo di attenzione verso le cose di altri che hanno destato la nostra attenzione. Sfidare il sistema dei copyright e dei diritti come artista off constatando quanto poi la questione dell’originalità sia uno stretto confine nel quale l’artista si sente protetto ma anche imprigionato (si veda il grande successo di un artista senza identità come Bansky le cui opere nascono come illegali e al di fuori del sistema, hanno un enorme successo e quindi inevitabilmente rientrano in un sistema di mercato, vengono plagiate o addirittura il nome di Bansky viene usato impropriamente per opere in realtà non sue ma che potrebbero benissimo esserlo) a conferma della profonda destabilizzazione del mondo dell’arte contemporanea.

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#CUBOBORGHESE

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Il racconto specifico sulla nascita di District Rome poi si interruppe.
A corollario però delle vicende note, in un lontano futuro, vennero rinvenuti una serie di disegni in cui si sovrapponevano diversi e tanti periodi storici rendendo molto complicata l’interpretazione..

Per gli altri episodi: district rome

Oss.07 La necessità dell’artista inutile

Oss. 07 La necessità dell’artista inutile

Ossessione stimolata dalla lettura del nuovo testo di Mario Perniola, L’arte espansa, ed. Einaudi Torino 2015.
Questo post è difficile. Personale e consolatorio. Spietato e paradossale.
Da una parte si potrebbe dire che nella società dello spettacolo finché non hai successo non hai alternative all’inutilità. E ciò legittima la necessità dell’inutilità.
Dall’altra mi piacerebbe immaginare, posizione molto personale, che la vera nuova forma di un artista sia proprio quella di tentare ossessivamente di sfuggire a questo suo oggi scontato destino, in un percorso che lo porta a scoprire la sua artisticità in un modo totalmente diverso da quello che pianifica e aveva immaginato.
Si apre dunque nella contemporaneità l’opportunità dell’artista che combatte contro se stesso e questo suo definirsi tale, che diviene solo una catena sotto la quale pesa una grande palla di ferro. L’artista è il primo nemico di se stesso, processo inteso come unico modo dato di ridefinire il concetto stesso di arte anziché come sua artisticità intrinseca.
Un po’ come lo scrivere questi testi sulle ossessioni, pratica terapeutica inutile e volta verso se stessi, meno verso gli altri, a constatare che in opposizione all’impossibilità di avere successo c’è solo lo sfuggire volontariamente al successo; un po’ come il profilo di un social network (la proiezione di se stessi), per fare un esempio a cui siamo oggi molto abituati.
Contro il successo? Potremmo dire? Tentativi multipli di sfidare il destino ingrato.
Ma c’è un’altra possibile lettura, ovvero lo sviluppo del fare teoria/critica dando esclusivamente a se stessi (la condizione espansa a cui fa riferimento Perniola) l’oggetto delle proprie attenzioni. Non sono l’artista ma il critico di me artista. L’arte che faccio dunque vale solo come oggetto delle critiche che gli devo fare (auto terapia), anche in questo caso serve solo a me e non al mondo esterno, alimentando così l’opportunità di dare vita a un’idea di artista, un artista inutile, che si chiama con il mio nome, che ha fatto sì gli studi formativi giusti, che esercita sì un’attività artistica nella realtà ma che in realtà è solo l’oggetto delle mie stesse attenzioni e il frutto dei miei desideri, quelle sì molto più importanti.
Non sono un artista ma solamente la proiezione dell’idea di esserlo, creazione e necessità delle mie riflessioni…

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