Denuncio il fatto che nella cultura produttiva contemporanea non esistono più le condizioni per legittimare produttivamente una poetica autoriale. Tutto si è fermato e anzi è stato boicottato nella critica feroce e sistematica (forse giusta?) agli anni 70, all’ultima occasione di delirio degli autori.

Cosa significa? Che le opere che oggi si producono non sono mai autoriali ma piuttosto frutto di un buon coordinamento imprenditoriale che dispone le professionalità giuste per la produzione delle cose specifiche in una sorta di industrializzazione del processo creativo.

Il prodotto è più importante del suo artefice che non è più univoco ma tende ad esser molteplice. Oggi si scambiano gli autori per venditori di brand, ovvero posizioni di privilegio capitalista di imprenditori che tutt’al più impongono un certo stile alle opere alla catena produttiva ma insomma ben altra cosa rispetto alla devozione ideologica e idolatrica che si coltivava negli anni 70 nei confronti di un autore che tendeva maggiormente all’autarchia, all’opera come frutto artigianale anche nei suoi difetti.

Fatta questa premessa, rifletto sul mio intricato coltivare passaggi interstiziali della mia professione creativa sospesa tra diversi settori con gradi di autonomia ma che mi permettono di avere un ambito di operatività piuttosto largo:

  1. l’attività di progettista, diciamo la figura classica dell’architetto, che progetta e segue la realizzazione di un’opera, che nel mio caso si distingue in due generi considerati “minori”, tra progetti d’interni e progetti d’allestimento, una dimensione di piccole opere in cui ancora riesco ad avere un “controllo” del lavoro personalizzato
  2. l’attività di coordinatore di concorsi di progettazione, intendendo la firgura dell’architetto visto come un coadiuvatore terzo, come un manager di procedure di trasformazioni urbane complesse e di grande scala o di significativa rilevanza dove prevale il suo ridimensionarsi come “creativo” per incrementare la capacità di costruzione di una tela produttiva in un contesto di molteplicità di attori
  3. l’attività di educatore, che sottende il momento di riflessione sull’operare nelle sue diverse forme a servizio di chi vuole intraprendere quest’attività

Se si volesse valutare il mio operare creativo non si potrebbe discernere da una valutazione di un’attività sola. Appunto per le condizioni contemporanee date, descritte all’inizio, non mi sento di dire che un’opera da sola sia capace di descrivere una qualche mia poetica in particolare. Tentare di intravederne una nell’abbraccio delle tre attività già mi risulta più facile.

Ovviamente le modalità di queste 3 attività hanno molti punti di intersezione e di sfumature l’una nell’altra ma, e questa è una nuova scoperta, sono tutte caratterizzate dal possedere un carattere “minore”.

Cosa si intende? La scoperta dell’importanza del carattere “minore” è avvenuta grazie al libro “Kafka. Per una lettura minore” di Deleuze e Guattari, 1975. Saggio illuminante che sulla base di un’analisi sullo scrittore ceco fa emergere l’importanza della costruzione di un apparato culturale minore che non ha potuto che confermarmi alcune mie inclinazioni culturali profonde che tendono verso il minore come salvaguardia della preziosità dell’autorialità creativa (ad esempio le riflessioni sul genere horror nel cinema LINK come attuale isola per un terreno di sperimentazione di giovani autori l’elevated horror sulla scia di maestri oggi indiscussi come Hitchcock, elevato a maestro dal suo essere un mestierante di genere, Kubrick, che fa il processo opposto, maestro che si cimenta col genere minore, a Lynch, coltivatore/difensore di un territorio minore dove operare, e si veda il collegamento con il libro, che cito spesso, di Mark Fisher ,The weird and the eerie, 2016).

“Di grande, di rivoluzionario non c’è che il minore. Odiate ogni letteratura di padroni. Attrazione di Kafka per i servi e gli impiegati – stessa cosa, in Proust, per i servi e il loro linguaggio. Ma, altrettanto interessante, la possibilità di fare della propria lingua – posto che sia l’unica, e che sia, o sia stata, una lingua maggiore – un uso minore. Essere nella propria lingua come uno straniero… Quanti stili, o generi, o movimenti letterari, anche minimi, sognano una cosa sola: assumere una funzione maggiore del linguaggio, offrire i propri servizi coome lingua di Stato, lingua ufficiale. Fare il sogno contrario: saper creare un divenir-minore – c’è una chance per quella filosofia che per secoli formò un genere ufficiale e referenziale? Oggi l’antifilosofia vuol essere un linguaggio del potere. Approfittiamone.” [Deleuze Guattari, Kafka. Per una letteratura minore, 1975]

Se la lettura di D&G esalta il carattere “rivoluzionario ” del minore in un senso scocio-politico, esiste a mio avviso anche un fattore pratico che gli ambiti minori permettono maggiori libertà creative rispetto agli ambiti più istituzionalizzati più oggetto di controllo della società. Come l’esempio dei corsi di scrittura creativa che sono visti come inferiori rispetto ai corsi di letteratura classica ma in fondo sono proprio quelli che permettono di sperimentare e inventare la qualità anziché ricercarla nei binari già consolidati (si vedano i casi di William Bourroughs e/o di David Foster Wallace).

Nella sfera minore si creano ancora alcuni spazi per costruire nuove ideologie, nuovi mondi utopici senza preclusioni di censure, nuove autarchie: si pensi alle distopie di Philip K. Dick ai mondi paralleli di Lovercraft alle filosofie alternative di William Gibson al mondo mentale di Lynch. Veri costruttori creativi di mondi a 360 gradi.

Ecco, da una parte quindi sento la mancanza di una sorta di “kunstwollen” sull’opera di cui mi sembra di riscontrare abbiano beneficiato maggiormente le generazioni prima della mia, provando una sorta di “gelosia artistica” per il passato, dall’altra sento un’appartenenza a dei nuovi valori che chiedono lo smantellamento del “potere autoriale” a fronte di una maggiore partecipazione e democratizzazione del processo da parte di una pluralità piuttosto che di un singolo, provando una sorta di “fiducia generosa” nel futuro. Il lavoro di un critico diventa e diventerà sempre più difficile nell’analizzare le qualità dei singoli: occorrerà entrare negli interstizi delle opere, cogliere aspetti minuziosi, appunto diventare esperti del minore se si vorrà ancora preservare la comprensione delle qualità uniche di un’artista senza arrendersi alla mera apparenza del giudizio solo sulle cose macroscopiche..