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Per proseguire il ragionamento sul “non progetto” non si può non tener conto della connessione di questo con il tema dell’opera aperto (si veda questo POST).

L’altro aspetto è fin dove deve arrivare l’opera aperta? L’aver preso atto che non esiste mai un rapporto passivo tra produttore, realizzatore, usufruitore nella realizzazione di un’opera, serve anche prendere atto che tale approccio debba ben distinguere gli attori che partecipano. Occorre superare un’attenziona generalista e assolutista, che indebolisce l’opera stessa, sfocandone i confini. Occorre invece che l’opera sia coincisa anche rispetto a chi ne usufruisce. Superare lo scoglio che ci porta a pensare ad un’opera per tutti ma piuttosto pensare ad un’opera per pochi. Questo cambiamento di sguardo è paradigmatico di un apporto di qualità diffusa straordinario. Non più la ricerca di eccezionalità assolute ma di eccezionalità relative. E le eccezionalità relative saranno molto più interessanti delle eccezionalità assolute. Solo perché avranno la possibilità di eludere l’uniformità, il “deve piacere a più persone possibile” etc.

Questa riflessione fa emergere un altro aspetto che riporta al tema della relatività, così presente nella riflessione del non progetto. Oggi viviamo nell’era del “siamo tutti architetti” o qualsiasi titolo ci interessi a seconda dell’hype del momento. Iniziata con la diffusione del sapere via web oggi si sta solo rafforzando grazie all’Intelligenza Artificiale (una sorta di gara collettiva tecnologicamente assistita a chi ne sa di più). Tutti dicono la loro, non esiste più nessuna competenza unica che non possa essere messa in discussione, anzi diciamo relativizzata. L’unica competenza è quella che l’altro non ha voglia di fare. Esemplifico: io architetto posso vendere la mia competenza nel fare progetti ma se l’interlocutore (fruitore del progetto) vuole dire la sua io cercherò di assecondare la sua idea progettuale (a prescindere se la condivido) e diventerò tecnico per portarla a realizzazione nel miglior modo possibile (e magari in quello lui apprezzerà che me ne occupi io); ma se invece il cliente/committente vuole da me un progetto da architetto (diciamo aggiornato con le ultime tendenze di quel mondo che lui conosce di meno) mi lascerà a me quell’ambito ma magari ci tiene molto a tenere il controllo dei costi e alla pianificazione dei lavori (e quindi su questo sarò io a sentire lui). Spesso però ci troviamo di fronte al ricatto dalla spersonalizzazione del lavoro: conta il costo, il risultato, la fama, fattori che ci sembra giusto subire. Perché? Mancanza di sicurezza, problemi di baricentro sociale? In realtà sarebbe più facile capire le situazioni in cui sentirsi bene, a proprio agio e invece ci ritroviamo in situazioni spinose, in “relazioni tossiche”, diremmo se fosse una storia sentimentale, e infatti ogni relazione umana è una storia sentimentale.

L’opera aperta inoltre crea subito empatia tra chi partecipa spostando i valori dal prodotto all’esperienza e dunque relativizzando il risultato. Ad esempio serve la fiducia e non serve la sfida. Nel tentativo di creare un’armonia. Serve affezionarsi al progetto e creare/trasmettere affetto a prescindere da cosa si otterrà. In questo senso il non progetto e l’opera aperta favoriscono l’umano, i suoi difetti, le sue imperfezioni, come barlume di eccezionalità (relativa), rimasuglio di un’espressione di qualità. Credere ancora alla qualità per quanto coincida con un difetto.

La qualità del resto assume un senso solo e solamente attraverso la relatività dei valori. Spostando i valori, acquisisci qualità. Conta sempre l’acquisizione di consapevolezza. La coscienza di quel che si fa sposta gli equilibri e permette di raccontare il proprio operare come unicum e non come mera conseguenza dei fatti.