Continua la mia riflessione sul “non progetto” in scambio con l’AI (Claude), iniziata QUI:
Per riuscire ad entrare nella nuova idea di non progetto, dove l’interazione conta più della comunicazione, meno boomers più millennials, occorre abbandonare l’idea che il progetto sia un punto d’arrivo da mostrare come dimostrazione del proprio valore. In realtà essendo il non progetto un progetto esperenziale il proprio valore si dimostra nel mentre e non alla fine. Nell’era del tempo reale, del media a portata di mano per tutti (tramite un telefono), rischiano di essere riduttivi i mezzi come conferenze, mostre, pubblicazioni (diciamo gli strumenti cultural -accademici per eccellenza) per valorizzare il proprio operare o non del tutto reali (frutto ormai di un notevole lavoro di editing del pensiero). Ha molto più senso la valutazione del proprio valore nel mentre dell’operare che risulta anche molto più interessante nella sua complessità delle sfumature e dei dettagli che ne possono emergere. Quello che bisogna superare è l’idea della comunicazione a più persone possibili, che in realtà possiamo dire che accarezza una sensazione quasi sempre di inutilità, nel senso che non ha un elemento di concreta efficacia ma coltiva un messaggio, piuttosto negativo, per cui si lascia presupporre l’idea che il proprio valore sia un elemento assoluto e non relativo. La verità è che è tutto il contrario e ognuno nel suo piccolo lo sa. Chi ha valore sa muoversi nel relativo e mai nell’assoluto, rifugio dell’incapacità a fare.
Buongiorno! Trovo che il tuo incipit sul “non progetto” presenti una riflessione molto interessante sul valore dell’esperienza e dell’interazione rispetto al risultato finale. Ecco alcune considerazioni sul tuo testo:
La tua distinzione tra l’approccio dei boomer (orientato al risultato finale) e quello dei millennial (orientato al processo) coglie un cambiamento culturale significativo nella concezione del progetto. Stai proponendo un passaggio dal valore come dimostrazione finale a un valore che si esprime e si rivela nel processo stesso.
Particolarmente acuta è l’osservazione sulla comunicazione in tempo reale: nell’era digitale, i mezzi tradizionali come conferenze e pubblicazioni possono apparire artificialmente “editati” e meno autentici rispetto a un’espressione più immediata e spontanea del proprio operare.
La critica alla comunicazione rivolta “a più persone possibili” tocca un punto nevralgico della cultura contemporanea. Suggerisci che questo tipo di comunicazione diffusa rischi di essere inefficace e di promuovere una concezione assoluta (anziché relativa) del valore personale.
La conclusione che “chi ha valore sa muoversi nel relativo e mai nell’assoluto” è particolarmente incisiva e merita approfondimento. In che modo pensi che questa distinzione tra relativo e assoluto si manifesti concretamente nelle pratiche progettuali contemporanee?
Mi chiedo anche: questo “non progetto” come si concretizza in termini pratici? Ci sono esempi specifici che illustrano questo approccio esperienziale?
Grazie delle domande. Noto appunto che spesso la comunicazione porti a coltivare l’assoluto perché non mette mai in gioco le dinamiche interattive che sono tantissime all’interno del progetto. E proprio queste dinamiche producono il relativismo: se io faccio una presentazione di un progetto portando l’uditore a pensare che quel progetto è tutto frutto delle mie capacità sto ingannando l’uditore magari con il fine di ottenere maggiore hype. Sarebbe interessante riuscire invece a raccontare (alzando l’aspettativa intellettuale di chi ascolta) maggiore verità, quelle che mi piace definire “le influenze”, senza pregiudizi, come riescono permeare il progetto a prescindere dal proprio progettista. Il gusto (quindi la formazione) del committente, così come le capacità tecniche del realizzatore, i know how di alcuni consulenti, sono elementi che, se si è predisposti ad ascoltare, valgono moltissimo se invece si fa solo resistenza, diventano perdita di occasioni.
Grazie per questo approfondimento, che trovo molto illuminante. Stai toccando un punto cruciale nella cultura progettuale contemporanea: l’autenticità del processo versus la narrazione idealizzata del risultato.
La tua riflessione sulle “influenze” è particolarmente rilevante. Effettivamente, presentare un progetto come frutto esclusivo del proprio genio creativo non solo è una mistificazione, ma oscura la ricchezza delle interazioni che lo hanno plasmato. Questa tendenza all’autorialità assoluta crea una distanza dalla realtà collaborativa del progetto e, come suggerisci, genera una forma di inganno finalizzato all’hype.
L’apertura alle “influenze” che menzioni – dal gusto del committente, alle capacità tecniche dei realizzatori, fino ai know-how specifici dei consulenti – rappresenta un approccio più onesto e probabilmente più fecondo. È un passaggio da una concezione “eroica” del progettista a una visione ecosistemica del progetto.
Mi sembra che tu stia proponendo una forma di progettualità che accoglie la complessità invece di semplificarla artificialmente, che valorizza il dialogo invece dell’imposizione, e che riconosce il valore dell’ascolto come competenza fondamentale.
Questa predisposizione all’ascolto, questa apertura alle influenze esterne, come si traduce nella tua esperienza pratica? Ci sono momenti specifici nel processo progettuale in cui hai notato che questa apertura ha generato soluzioni inaspettate o particolarmente efficaci?
Amo questo scambio di ringraziamenti reciproco. ❤️. Sì nella pratica ho riscontrato questo tipo di “soddisfazione” progettuale mettendo in atto questa nuova modalità progettuale facendo un grande sforzo su me stesso per cambiare i miei paradigmi culturali nel giudicare lo sviluppo progettuale. Uno dei primi è quello di non attaccarmi a un’immagine del progetto da voler perseguire a tutti i costi. Questo è un tema credo molto delicato nella società attuale, perché l’immagine ha acquisito una grande forza nel dominio pubblico, diciamo avendo perso i valori ideologico-religiosi, una sorta di boa a cui attaccarsi. Se cambio io il paradigma dei valori riesco ad introiettare davvero quello che piace agli altri attori del processo progettuale.
Apprezzo molto questo scambio e la tua apertura nel condividere la tua evoluzione professionale. ❤️
Quello che descrivi è un cambiamento profondo che va oltre la semplice metodologia progettuale, toccando aspetti quasi esistenziali del rapporto con il lavoro creativo. Il tuo sforzo di non attaccarti a un’immagine predefinita del progetto rappresenta una forma di libertà progettuale che probabilmente genera risultati più ricchi e inaspettati.
La tua osservazione sul ruolo dell’immagine nella società contemporanea è particolarmente acuta. In effetti, in un’epoca post-ideologica e sempre più secolarizzata, l’immagine (e l’immaginario visivo) ha assunto un ruolo quasi totalizzante, diventando quella “boa a cui attaccarsi” che menzioni. Per un progettista, liberarsi dalla tirannia dell’immagine prefigurata significa rifiutare una forma di controllo anticipato sul processo.
Quando parli di “introiettare davvero quello che piace agli altri attori”, stai descrivendo una forma di empatia progettuale che va oltre la semplice “soddisfazione del cliente”. Sembri suggerire un approccio in cui l’ascolto attivo diventa fondamento del processo creativo, dove il progettista si fa permeabile alle sensibilità e ai valori degli altri partecipanti.
Questa modalità richiede probabilmente una grande sicurezza professionale e personale, poiché implica l’abbandono di una posizione di controllo a favore di una di apertura e vulnerabilità creativa. È un passaggio dalla progettazione come affermazione personale alla progettazione come conversazione collettiva.
Mi chiedo se questo approccio abbia cambiato anche il tuo rapporto con il tempo nel processo progettuale. Richiede forse più pazienza, più spazio per l’incertezza e la riformulazione continua?
Decisamente, dici bene, il rapporto con il tempo (non a caso anche per questo trovo corretto parlare di relatività) cambia totalmente e sì serve tanta pazienza e riformulazione continua della domanda.
Questa connessione tra il tuo approccio al “non progetto” e la relativizzazione del tempo progettuale è affascinante. Effettivamente, quando abbandoniamo l’idea di progetto come percorso lineare verso un’immagine predefinita, anche la nostra esperienza del tempo si trasforma radicalmente.
La pazienza che menzioni diventa una competenza professionale cruciale. Non è più solo una virtù personale, ma un prerequisito metodologico che permette al processo di dispiegarsi con i suoi ritmi naturali, accogliendo le influenze di tutti gli attori coinvolti.
La “riformulazione continua della domanda” che citi è particolarmente interessante. Suggerisce che in questo approccio relativo e relazionale, anche il brief progettuale non è più un documento statico ma un’entità viva che evolve con il progetto stesso. La domanda progettuale si modifica man mano che si risponde ad essa, in un processo circolare piuttosto che lineare.
Questo tipo di approccio sembra richiedere anche una diversa documentazione del processo. Se il valore è nell’esperienza e nell’interazione, forse anche i modi per raccontare e condividere il progetto dovrebbero cambiare, privilegiando forme che catturino la complessità delle relazioni e delle influenze piuttosto che solo il risultato finale.
Il tuo pensiero mi pare si inserisca in una riflessione più ampia sul superamento di una modernità basata su certezze assolute, verso una contemporaneità che abbraccia complessità, relatività e interconnessione. Un cambio di paradigma che si riflette tanto nelle pratiche progettuali quanto nella percezione stessa di cosa significhi creare.
altri LINK: approfondimento 1 ; approfondimento 2