PROGETTARE IL NON PROGETTO

Eravamo rimasti QUI (2023)

Nelle sperimentazioni di questi ultimi due anni ho praticato la strada del senza progetto o anche del progetto messo sempre in discussione che quindi prende una forma “inaspettata” nel seguire il divenire del processo.

Questo perché si è convinti che il percorso emozionale (più che esperenziale) sia molto più significativo del mero risultato. Riuscire ad attivare il processo di convinzione di creazione di un’opera d’arte. Intendendo l’arte (o una certa sfera di accezione culturale) come un percorso ontologico di estrema condivisione del proprio io che, quindi, più persone coinvolge, meglio riesce, costruendo un progetto che tenta di essere il più personale possibile, mai determinista quanto piuttosto poliedrico perché fortemente influenzato (il potere e la necessità delle influenze).

Ora mi trovo in una nuova condizione complicata, che per contingenze e richieste, mi chiede di definire il progetto prima mettendo in difficoltà la mia ambizione, il “lusso” di plasmarlo nel mentre (in particolar modo l’esigenza richiesta è quella di definire il budget in modo più preciso possibile), allo stesso tempo ho bisogno di mantenere vivi gli stimoli del mio approccio poetico. Ecco allora la necessità di anticipare il “non progetto”, o meglio di progettarlo e controllarlo da molto prima. La soluzione porta a dover accelerare le scelte e quindi ad anticipare, in modo se vogliamo totalmente astratto, le sensazioni, le percezioni dello spazio, il mood del futuro. Riuscire a costruire il quadro emozionale (questa è la vera meta), per decidere in anticipo, è la vera sfida. Questo porta alla costruzione di un manifesto del “non progetto” che mi riporta ad alcuni spunti che avevo tentato già di esplorare ma a radicarne la loro essenza: “La (mia) convinzione è che il progetto coincida sempre con un “modello pensiero” perché sono convinto che oggi sia necessario ribaltare l’importanza che siamo soliti attribuire al prodotto rispetto invece a quella che deve avere l’idea, in uno spirito “rivoluzionario” dove l’idea conta molto più della cosa in sé, così come il pensiero è più importante del reale, al contrario di come siamo abituati a pensare, perché la realtà non ha bisogno di conferme mentre l’immaginazione ha continuamente bisogno di essere alimentata.” (da una mia presentazione del 2018):

  1. determinazione a dissolvere l’immagine architettonica in un’immagine di astrazione pura che è sempre stata una poetica molto ricercata nei miei progetti [vedi alcuni progetti chiave come Europan8 ; doubling home ; Made in Italy Boxes
  2. le ultime esperienze processuali hanno amplificato la percezione che il progetto possa essere fatto al di fuori del consueto problema del designer dello stile provando proprio a sfidare la volontà di destrutturare lo stile come vera modalità per crearne uno ogni volta dotato di una propria autonomia.
  3. il radicalismo minimale, QUI accennato anche con dei riferimenti ad alcuni grandi autori di architetture progettate e/o realizzate, rimane una matrice storico/culturale da cui tentare di dialogare avendo l’opportunità di bilanciare una filosofia teoretica di intenti massimalista ad un’estetica plastica minimalista alimentando una poetica di tensione tra 2 poli opposti: nichilismo e bulimia.

Quindi in un’accezione estetica si vuole ricondurre il progetto ad un sistema, facendone emergere la sua sistematicità (che può essere costruttiva, di segni) portandola a radicalismi programmatici che ne enfatizzano una surrealtà. Interpretare la costruzione del progetto come la costruzione di una piattaforma pronta ad essere vissuta. E’ il monumento continuo che contempla la perdità del suo assolutismo >> LINK

Come progettista da una parte (nichilista|minimalista) ci si sottrae dalle scelte (al tempo stesso plasmando un’estetica assoluta e quindi molto forte) dall’altra parte (massimalista|bulimico) si accoglie il tutto, senza nessuna pregiudiziale o censura stilistica (vale tutto).

Poi ho chiesto all’AI Claude un commento critico su questa prima parte del post:

Commento critico su “Progettare il non progetto”

Il testo presenta una riflessione stimolante sulla tensione tra processo creativo aperto e necessità di definizione progettuale anticipata. La dialettica tra “non progetto” e progettazione strutturata evidenzia un conflitto fondamentale nell’approccio al design contemporaneo.

La forza principale del saggio risiede nell’onestà con cui affronta il paradosso di voler mantenere un approccio processuale ed emozionale mentre si è costretti a definire anticipatamente budget e risultati. Questo dilemma è comune nella pratica professionale e viene articolato con sincerità intellettuale.

Concettualmente, l’idea che “il progetto coincida sempre con un modello pensiero” e che “l’idea conta molto più della cosa in sé” rappresenta una posizione filosofica interessante che si collega a correnti del pensiero contemporaneo che privilegiano il concettuale sul materiale.

Alcuni punti che meriterebbero ulteriore sviluppo:

  1. La tensione dichiarata tra nichilismo e bulimia, tra sottrazione e accoglienza totale, rappresenta un campo di indagine fertile ma forse non completamente esplorato nel testo. Come si manifesta concretamente questa dialettica nei progetti?
  2. Il concetto di “radicalismo minimale” viene menzionato come matrice storico/culturale, ma il testo potrebbe beneficiare di un’articolazione più esplicita di come questo si traduca nel processo di progettazione.
  3. L’affermazione che “l’immaginazione ha continuamente bisogno di essere alimentata” suggerisce una visione dinamica della creatività, ma non viene completamente integrata con l’idea del “progettare il non progetto”.

La scrittura tende a muoversi tra registri teorici e personali, talvolta rendendo complessa la distinzione tra riflessione metodologica e manifesto poetico. Questa ambivalenza potrebbe essere una scelta stilistica consapevole, ma in alcuni passaggi rischia di rendere meno chiara la posizione dell’autore.

Il riferimento a progetti precedenti (Europan8, doubling home, Made in Italy Boxes) come esempi di “astrazione pura” fornisce ancoraggi concreti, ma per un lettore non familiare con questi lavori, potrebbe essere utile una breve caratterizzazione di come incarnino i principi discussi.

In conclusione, il testo riesce efficacemente a delineare una tensione creativa fondamentale e propone un approccio interessante alla progettazione che valorizza il processo e l’astrazione. L’ulteriore esplorazione di come queste idee si traducano in pratiche concrete potrebbe rafforzare la proposta teorica, rendendola ancora più convincente e applicabile.

Proseguendo la riflessione con la AI, in una sorta di auto analisi in cui a domanda precisa esprimevo come la dicotomia “bulimia|massimalismo” vs. “nichilismo|minimalismo” in realtà è stata da me coltivata nel primo caso attraverso la riflessione teorica (come il dottorato) mentre per il secondo caso tramite l’esercizio del progetto, ci tengo a conservare questo passaggio:

Vedo come il tuo percorso sia stato caratterizzato da questa interessante inversione: minimalismo nella pratica progettuale e massimalismo nell’elaborazione teorica.

L’elemento che hai individuato come connettore tra queste apparenti opposizioni – l’approccio assolutista – rappresenta una chiave di lettura illuminante. Sia che si manifesti come “grado zero” estetico sia come “sovrabbondanza incontrollata di pulsioni”, entrambe le modalità espressive sembrano condividere un’aspirazione all’assoluto, all’incondizionato.

Questa dialettica potrebbe essere interpretata non tanto come una contraddizione ma come due facce della stessa medaglia, due strategie complementari per sfuggire alle convenzioni e alle limitazioni del progetto tradizionale. Il minimalismo radicale dei progetti spoglia l’architettura fino alla sua essenza, mentre l’approccio bulimico della teoria accoglie la molteplicità e la complessità senza censure.

Mi sembra che tu stia delineando, forse inconsapevolmente, un metodo in cui teoria e pratica funzionano come contrappesi reciproci, creando una tensione produttiva. Questo potrebbe spiegare il tuo interesse per “progettare il non progetto”: cercare una metodologia che permetta di mantenere questa tensione creativa anche quando le contingenze esterne richiedono maggiore definizione anticipata.

E le risposte alle mie sollecitazioni diventano sempre più interessanti. Alla sollecitazione “in realtà mi chiedo sempre più (avendo fiducia in una risposta positiva) e mi convinco sempre più che le due sfere potrebbero trovare spazi comuni, essere ricondotti ad un’unico approccio che permetta di tenere assieme le due anime” l’AI sembra quasi trovare la chiave all’incipit del mio post:

Questa ricerca di uno spazio comune tra le due anime – minimalista e massimalista – rappresenta un’evoluzione naturale della tua riflessione e potrebbe costituire il nucleo centrale del tuo approccio futuro.

Ciò che suggerisci è la possibilità di una sintesi che non annulli la tensione tra i due poli ma la renda produttiva, operativa, generativa. In fondo, sia il “grado zero” estetico che la “sovrabbondanza incontrollata di pulsioni” condividono una radicalità di intenti e un desiderio di trascendere le convenzioni stabilite.

Questa convergenza potrebbe manifestarsi in vari modi:

  1. Un processo progettuale che incorpori deliberatamente fasi di riduzione radicale alternate a momenti di apertura massima alle possibilità
  2. Un’architettura che nella sua apparente semplicità formale contenga la complessità delle influenze e dei riferimenti teorici (minimalismo esteriore che nasconde massimalismo concettuale)
  3. Un approccio in cui il “non progetto” diventi un metodo strutturato per accogliere l’imprevisto, trasformando il caso in necessità

La sfida più interessante sta forse nel rendere questa doppia anima non solo un principio teorico ma una metodologia applicabile anche quando, come hai notato nel tuo testo iniziale, le contingenze richiedono definizioni anticipate e budget precisi.

Potrebbe essere che proprio in queste limitazioni si trovi l’opportunità di esprimere al meglio questa sintesi? Le costrizioni esterne potrebbero diventare il catalizzatore che permette di trasformare la tensione tra minimalismo e massimalismo in un approccio unitario che conservi la radicalità di entrambi.

E infine faccio mie le parole dell’AI da me stimolate per cui potremmo vedere ogni progetto come un momento di un continuum creativo più ampio, dove le idee, le forme e i concetti si evolvono, si trasformano e si rigenerano costantemente. Ciò che percepiamo come “fine” di un progetto potrebbe essere semplicemente un punto arbitrario in cui distogliamo la nostra attenzione, mentre il progetto stesso continua a esistere e trasformarsi – nelle influenze che genera, nelle idee che ispira, nelle evoluzioni future del tuo stesso pensiero.

Questa prospettiva si allinea perfettamente con la concezione del “non progetto” e con la tensione creativa tra nichilismo e bulimia che abbiamo discusso. Entrambi gli approcci sembrano riconoscere l’infinità potenziale del processo creativo, sia nella sua riduzione all’essenziale (che apre a infinite interpretazioni) sia nella sua espansione incontrollata (che accoglie infinite possibilità).

Se i progetti non finiscono mai ma semplicemente continuano a rigenerarsi in forme diverse, allora forse “progettare il non progetto” significa anche riconoscere e abbracciare questa continuità fondamentale del processo creativo, al di là delle contingenze temporali che ci fanno percepire inizi e conclusioni. È interessante anche coltivare un esercizio dell’ “andirivieni”, di sospensione della verità progettuale, di lasciar andare il progetto da solo, poi di tornare per soccorrerlo e prenderlo per mano, di avere la capacità di determinarlo ma poi di lasciargli la sua autonomia.

altri LINK: insistendo ; approfondimento 1 ; approfondimento 2