Sei una persona così influenzabile
Devo ammettere che ho vissuto per tanti anni con questa accusa/paura di essere una persona profondamente influenzabile e che ciò fosse un male. Non so perché i miei genitori ci tenessero tanto ad una presunta verginità del proprio pensiero, forse in una sorta di paura dell’estraneo, forse perché avevano riconosciuto negli altri la capacità di essere più convinti di sé.
E io per tanti anni ho tentato di compiacere i miei genitori perché in fondo ero molto influenzabile da loro. Però ecco qualche richiamo dal mondo esterno di quello famigliare arrivava. E ogni volta vivevo con eroismo e sofferenza queste nuove relazioni, questi altri che entravano nella mia vita. Chissà se sono abbastanza forte da avere un rapporto equilibrato nello scambio tra il dare e ricevere. Oppure forse sono solo una pedina nelle loro mani, così facile da plasmare come sono..
Ecco a ripensarci credo che poche cose come questi passaggi (nelle relazioni umane) hanno segnato la mia crescita e il mio formarmi come uomo. Oggi, in una fase in cui mi sento più conciliante con la mia generazione (la X) e quindi anche con me, devo dire che consiglierei di non avere paura a farsi influenzare, ma anzi di buttarcisi con tutte le scarpe. Troppo poco siamo noi nella sola sfera personale o familiare per non accettare gli altri e arricchirci. La debolezza è proprio quella di difendersi da un qualcosa che in realtà ci attrae. Sentire una forma di attrazione è sempre una grande meraviglia della nostra esperienza esistenziale.
Sei un architetto ma parli molto poco di architettura
L’architettura non esiste più. Ma proprio le discipline non esistono più. Il modo migliore per fare il proprio mestiere è parlare d’altro. Non c’è chiave migliore per essere originali. L’originalità all’interno della disciplina è stata totalmente consumata, ancora assistiamo a tentativi di originalità estrema che è diventata di una normalità/banalità che neanche gli impiegati di banca.
E lo interpreto anche in un altro modo, diciamo che con l’età matura mi piace pensare che la sfida sia mettersi alla prova di quanto intrisi del proprio mestiere si stia tentando invece di praticare il tirarsene fuori. Penso sia una bella sfida. Però bisogna sempre vedere come ti vedono gli altri per capire se funziona.
Il bello della vita è che ti offre tanto e i recinti disciplinari dopo un po’ non sono paragonabili a nessun bagaglio esperenziale per nessuna persona sana e intelligente, però spesso in molti mentono. Chissà perché? Forse un problema di insicurezza..
Invece appari sempre più insofferente rispetto alla mondo dei media e della comunicazione
Sì è vero. E’ una delle cose che più mi infastidiscono al momento. Ma credo perché intravedo la possibilità di ridimensionarli. Premetto che io sono stato una persona ipercomunicativa, mi sono appassionato molto ai media, e ho sostenuto la mediatizzazione della società. Però ecco, se prima sembrava un mondo nuovo dove imparare qualcosa e dove mettersi in gioco, oggi tutto ciò si è inflazionato ed è diventato trivio, senza più nessuno sforzo per renderlo un mondo interessante. I media sono uno strumento che ognuno di noi ha in mano attraverso il suo smartphone e ognuno sa usare (non fa neanche più differenza se bene o male). La società da un lato ha introiettato l’uso della comunicazione in una dimensione assolutamente normale e dall’altro lato ha bisogno di generare altri stimoli e nuove tensioni socio-culturali.
E tu scorgi qualche novità interessante sul prossimo futuro?
Io ho una fissazione che stiamo entrando (anzi ti direi che siamo già entrati) in un’era della relatività. E questo è un grande progresso intellettuale del mondo. Se impariamo tutti a relativizzare, uscendo da quella stolta degenerazione che la globalizzazione ha creato inseguendo solo valori assoluti, sono convinto che ne trarremo tantissimi vantaggi su tanti fronti. Come ad esempio su uno che interessa in molti, ovvero la sostenibilità. Relativizzare significa riuscire a riportare dentro le sfere di interesse (delle bolle, in questo impariamo dagli schematismi social) delle piccole micro-comunità che riescano ad essere autonome. Per la soddisfazione personale non c’è bisogno di eccezionalità ma di intensità. Spesso in molti inseguono miraggi di meritocrazie, eccezionalità che per tutti (tranne uno potremmo dire) non portano a nulla. La meritocrazia o eccezionalità ha creato quindi un sistema di valori a cui credere ma non ha innescato nessun processo realmente migliorativo, possiamo dire che ha funzionato come religione di una società secolarizzata. Oggi siamo abbastanza maturi però per capire che quel sistema di valori non regge più e soprattutto siamo anche preoccupati che sia insostenibile (ambientalmente, come risorse, per la felicità delle persone etc etc). La relativizzazione porta ognuno ad occuparsi delle cose più importanti per lui e la sua comunità e di trovare abbastanza appagante questo, il che significa farlo al massimo delle sue possibilità. E’ un cambio di prospettive radicalmente nuovo.
Da queste riflessioni emerge una sorta di elogio alla normalità
Beh ritorna quanto dicevo prima, se oggi la normalità è tutta nel comunicare noi stessi e però ancora mi sembra diffusa una gestione della comunicazione volta sempre a dare un’idea di eccezionalità, il prossimo passaggio deve essere per forza smettere di agitarci e comunicare normalità riuscendo anche ad apprezzarla. Per stare bene, che è quel che conta.
È effettivamente una sfida importante quella di apprezzarsi nella normalità. Viviamo in una società che invece invoca continuamente unicità, eccezionalità. Ora non c’è niente di male a farlo ma quello che a mio avviso non funziona è l’idea che funzioni meglio un mondo di poche eccezionalità piuttosto che uno di tante normalità e per saper apprezzare questa condizione occorre stare bene con se stessi, questa è la vera sfida del relativismo.
Traspare continuamente dai tuoi discorsi un legame forte con le avanguardie (e non parlo solo di quelle inizio XX secolo), non rischia però di essere una posizione elitaria che perde di vista il contatto popolare
Qui ci spostiamo in una sfera prettamente politica. Mi pare che sia condivisa da molti la necessità di tirarsi fuori dal populismo, in particolar modo nel mondo progressista, un po’ meno tra i conservatori (dove ancora è invece strumento di acquisizione di consenso, vedi Trump|Musk). Occorre però allora farlo con decisione, che significa non temere la perdita di consenso. Portare il livello dello scontro politico tra chi fa le cose, senza troppo declamare, e chi declama per fare altro. Credo che potrebbe essere una sfida politica molto interessante per il prossimo futuro. Ma oggi come oggi quanti politici riescono a disinteressarsi dei social network e di come appaiono a fronte del comunicare il mero lavoro di amministratori? Anche qui siamo di fronte ad una sorta di faticosa rinuncia alla “droghetta”, la comunicazione come una specie di plusvalore del proprio io, sono meglio di quello che sono. E invece no, rivendichiamo una cura psicoanalitica del proprio ego all’interno della normalità della propria vita.
L’avanguardia quindi aiuta a riquadrare i nostri stati mentali perché nell’essere radicale mette a fuoco degli obiettivi, hanno quindi un grande senso quando occorre rilanciare i valori da qualche parte. Poi perdono senso nell’assestamento degli stessi valori.
Vedi, non parlando di architettura, in realtà ne abbiamo parlato tantissimo.
Ecco però allora voglio insistere e non farti svicolare: cosa intendi esattamente quando dici “l’architettura non esiste più” (in realtà esiste eccome)
Eheh, intendo che siamo abituati da sempre una contrapposizione molto forte tra ciò che è considerato sistema e ciò che viene considerato mondo culturale e questo vale ovviamente anche per l’architettura. In realtà credo che oggi stiamo assistendo al venir meno di queste due contrapposizioni. Il sistema ha fagocitato la cultura: oggi possiamo ben dire che un “approccio culturale” è diventato una sorta di genere di mercato ben preciso. Vale nel mondo dell’architettura come dell’arte, del cinema, dell’editoria etc. Per tornare all’architettura, in una sintesi efferata, oggi non c’è più eroismo negli architetti, anche i migliori si accomodano in quelle che appaiono come vere e proprie comfort zone, è stato abolita l’opportunità di osare perché abbiamo esaurito le possibili sperimentazioni, tutto rientra nel novero del già fatto, tutto è incanalato in uno scaffale del sistema. Del resto quando mi sono formato io si parlava di architettura riferendosi solamente ad altre architetture già pensate o realizzate, si praticava tanto il rifare nello stile di (e le contrapposizioni quindi erano tipicamente scolstiche, meglio lo stile di uno o meglio di un altro). Ecco tutto questo ha portato alla fine dell’architettura. Del resto se l’architettura per la società ha perso quel valore di rappresentazione io intravedo più possibilità per gli architetti di tirarsi fuori dalla loro veste per ritrovare percorsi di originalità, che poi si esprimeranno anche in architetture.
Facci capire meglio?
Sì. Credo che non si debba sottovalutare il tipico effetto social dell’uomo comune che diventa esperto di qualsiasi cosa il trend della settimana proponga, ognuno di noi può essere tante cose. Ricordiamo sicuramente l’esempio più noto degli esperti di virologia durante la pandemia, ma questo tipo di effetto comunicativo avviene ogni giorno in questo sproloquiare di commenti sui temi del giorno. Ecco l’architetto di oggi a mio avviso deve fare lo stesso. Deve progettare sentendosi un giorno un’economista, un altro giorno un medico, il giorno dopo ancora un campione di tennis. Sono convinto che in questo modo finalmente possiamo ritrovare originalità, soluzioni inaspettate, estetiche che magari in un primo momento ci sembrano orribili, ancor meglio se inquietanti, ma poi col passare del tempo ci piacciono, ci conquistano. Abbiamo tanto bisogno di ritrovare eroismo e sorpresa nel nostro operare.
Io negli ultimi tempi ho sperimentato molto la psicoprogettazione, ovvero il tentativo di praticare una progettazione maieutica accompagnando i committenti a realizzare le loro case ideali, loro fanno finalmente gli architetti io cerco di entrare nelle loro teste (sconfiggendo la paura verso i loro brutti desiderata). In realtà proprio queste esperienze sono riuscite a rimettere in gioco il mio essere architetto, acquisendo delle molteplici “personalità” che mi hanno consentito non tanto di trovare chissà quali soluzioni (quelle le hanno già tutte fatte) ma piuttosto di mettere in discussione il mio ormai noioso modo di vedere le cose.
E però ad esempio mi è successo in un caso che la signora, che tra l’altro aveva disponibilità, volesse proprio la casa da copertina, la classica casa da architetto, e quindi questo mettesse in crisi tutti i miei sforzi di rimanere sorpreso da scelte diciamo che non avrei mai fatto. Fa abbastanza ridere non trovi? Questi però sono i casi che ti danno meno soddisfazione. Paradossalmente, in questa versione del progettista pscioterapeuta, per ottenere esiti inaspettati, è meglio avere clienti che hanno pochi soldi o cattivo gusto, oggetti infestanti pronti ad invadere le case o poca cultura. Servono dei paletti con cui cimentarsi. La carta bianca porta sempre a cercare dei riferimenti prestabiliti che però poco ci possono sorprendere.
Ritorna la tua idiosincrasia verso i media. Anche in relazione allo strapotere delle immagini. Interpreti l’iconoclasta dei tempi contemporanei.
Mi piacerebbe. In primo luogo per sconfiggere tutte le iconografie che si sono impossessate di me. Ogni nuovo lavoro devo sconfiggerne almeno una. E ti accorgi che alcune continuano a ritornare. E allora dici ma come mai questa fissazione. Che paura nasconde. È vero che il lavoro da terapeuta alimenta una autoterapia anche su se stessi, potremmo dire che fa bene. [Mi sento spesso dentro un film di Hitchcock]. Addirittura l’architetto avrebbe bisogno di tentare a sua volta una psicoprogettazione, rinunciando alla sua capacità di saper fare ma avvalendosi di un collega. Io ho provato a farlo quando ho fatto i lavori a casa perché anche la mia compagna è architetto e quindi
Dall’altro lato torno al discorso politico: la vittoria di Elon Musk, via Trump, ci ha portato direttamente in un fascismo tecnocratico, ovvero il progetto di lasciare tutto in mano all’ormai straripante tecnologia e la tecnologia è in strettissimo contatto con il problema mediatico a cui mi riferivo. Questo è ovviamente preoccupante perché forse ci piacerebbe ancora poter dire la nostra come umani (anche se non perfetti come gli automi). L’unico aspetto positivo, a mio avviso, è che Musk nello “scendere in campo” (in un approccio chiamiamo più trasparente) ha finalmente politicizzato la tecnologia rivelando a tutti che l’idea della apoliticizzazione e neutralità della tecnologia fosse solo un grande imbroglio. Su questo penso si possa molto lavorare, si aprono scenari davvero nuovi e di praterie sterminate. Appunto facciamo cadere anche questo dio. Ed insisto il segreto non è fare resistenza ma relativizzare: la tecnologia è indiscutibilmente parte della nostro “nuova carne”, andiamo avanti (ho fiducia che le nuove generazioni native lo stiano già facendo), siamo già nel post umanesimo.
Colgo il riferimento a Cronenberg (Videodrome). E difatti sei un grande appassionato di cinema. Com’è nata?
In realtà è semplice. La mia formazione culturale è avvenuta con i film anziché con i libri. Durante i miei studi universitari andai a vivere da solo e così cominciai a lavorare in una videoteca d’autore (Rossellini, la nouvelle vague, Bergman etc) e qui avevo l’opportunità di fare incetta di film da vedermi la sera. Mi sarebbe piaciuto fare il regista ma poi capii che avrei rovinato una grande passione e quindi desistetti.
Sicuramente nella passione e grande cultura cinematografica che mi creai trovai sicurezza in me stesso, finalmente qualcosa in cui mi sentivo “autorevole”.
Riguardo a Cronenberg io penso che per la mia generazione CSP a fondamentale come influenza e punti di arrivo culturali il lavoro di due registi, due David: David Lynch e David Cronenberg.
Entrambi con i loro film hanno esplorato in profondità la psiche dell’uomo.
Lynch è un grandissimo artista e aver saputo portare il suo sforzo nell’aver portato il cinema ad assomigliare all’arte è sicuramente è un punto di arrivo unico, un fuoriclasse.
Cronenberg invece penso sia il regista che abbia maggiormente contribuito a costruire una poetica che permettesse di vedere il futuro che oggi è il presente (un po’ come il suo La zona morta): l’aver focalizzato la sua poetica nella ricerca di comprensione della trasformazione del nostro corpo in tecnologie è la rappresentazione più potente della nostra società.
Nel mio tentativo di operare come architetto/intellettuale senti fortissime le influenze dei due David.
E quali sono queste influenze?
In particolar modo per quello che Mark Fisher ha definito il weird. Perché lo strano, che poi è una rilettura del perturbante freudiano, mi interessa come manifestazione dell’inquietudine del vivere. L’accettazione della nostra natura umana in un senso secolare (laico e scientifico) convive con la spinta al superamento della nostra stessa natura tramite la nostra migliore arma donataci, la ragione. In questo conflitto interno si annidano le nostre stranezze. Che poi non è altro che l’eterno nostro conflitto interno tra bene e male.
Ora sembra impossibile trovare le analogie con il mondo del progetto. E invece ci sono eccome. La mia ambizione è che la costruzione dello spazio si plasmi sui nostri dissidi. L’immanenza e la trascendenza cercano uno spazio di impossibile convivenza. La costruzione dello spazio passa per le tensioni della nostra psiche, ha la capacità di contrarsi ed espandersi così come di idealizzare e circoscrivere. La costruzione delle estetiche è una costruzione della psiche in parte dettata dal nostro io (la nostra cultura, formazione etc) in parte dettata da quello che potremmo chiamare l’inconscio collettivo (citando Jung), ovvero una serie di appartenenze culturali di dominio comune.
Maestri boomers
E infatti da questi due maestri occorre anche sapersi distaccare. Una delle cose più assurde della società dei boomers è che appartengono ad un sistema economico che ancora tutelava fortemente dei grandi privilegi: come quello di tutelare anche economicamente l’artisticità intesa come momento di assoluta indipendenza dell’autore dal meccanismo produttivo, coltivando le nomee, l’unicità di alcuni eletti. Ad esempio Lynch nel momento di massimo successo ha avuto la fortuna di firmare un contratto con una casa di produzione francese che gli ha lasciato carta bianca finché l’ultimo film se l’è proprio fatto da solo in digitale. Oggi il mercato assieme a un processo di democratizzazione ha ucciso tutto questo (ad esempio nel cinema i film davvero liberi non esistono più, si pensi ai rigidissimi format produttivi di Netflix). La sopravvivenza di un settore oggi viene prima di qualsiasi bravo regista (autore), in fondo così si tutelano tante manovalanze pregiudicando invece la qualità dell’opera. La genialità rimane un discorso un po’ boomer appunto, tradotto un po’ infantile. Possiamo dire che oggi dal punto di vista critico andare ad analizzare e carpire la vera genialità di un autore è un processo molto più difficile che si annida in un prodotto più conforme. E questo vale ovviamente anche per l’architettura, torniamo a quanto detto prima rispetto alla “fine dell’architettura” e al moltiplicarsi di comfort zone: l’artista è oggi un addetto all’interno di comfort zone, inutile provare a sfuggirne. In questo vedo un importante innalzamento del valore della critica artistica: oggi è molto più interessante analizzare opere incomplete, difettose, non troppo riuscite che presentano elementi di maggiore complessità che analizzare opere che si presentano come finite, perfette, chiuse. Nella mia esperienza di studioso, oggi ha più valore una ricerca su un bravo direttore di fotografia piuttosto che l’ennesima ricerca su un bravo regista oppure tutta l’attenzione a capire l’influenza e l’importanza delle donne dei grandi artisti novecenteschi, per il solo fatto che è un punto di vista nuovo e più originale e maggiormente adatto ai nuovi valori della società attuale. Anche in questo c’è molto relativismo: l’importanza è una costruzione mentale non un valore assoluto, si è tutti importanti o insignificanti allo stesso modo.
Ecco, infine ci siamo arrivati a un tuo tema ricorrente: quello generazionale dei boommers in contrapposizione ai millennials
E quelli di mezzo, la mia generazione X.. Sì è un tema che ricorre molto nei miei pensieri. E ritorniamo alla prima riflessione sull’influenzabilità. La cosa curiosa è stata che in una estrema sintesi io ho passato tutta la mia formazione a cercare di assomigliare ad un boomer (pur sapendo che non lo ero) pensando che quella era la modalità di diventare grandi (nel riferirsi ai propri genitori). Poi improvvisamente, diventato grande anagraficamente, mi sono accorto che il mio “modo boomer” non funzionava proprio con le nuove generazioni (diciamo millennials) e quindi sono entrato in crisi, che del resto è la nostra specialità per noi genX. Questo mi ha generato una sofferenza intellettuale che tutto quello che mi sembrava di aver imparato potesse essere, proprio nel momento di averlo imparato, messo in crisi subito (come a dire quello che hai imparato non vale nulla), ovvero il modo di essere grande dei grandi era giovanilisticamente da vecchi mentre il modo vecchio di essere dei giovani era realmente giovane, e però è proprio lì che sono partite queste riflessioni che mi hanno aiutato molto a riconciliarmi con la mia generazione, accettando tutti i suoi limiti e i suoi errori, è un po’ lo stesso processo che tu fai per conoscere te stesso e lo ripresenti per conoscere tutto il bagaglio che c’è intorno a te e che è appunto quello generazionale.
Il populismo è l’ultima versione del boomerismo, diciamo la sua applicazione di maniera: tragicomico, molto poco sostanziale, appunto di maniera. Ripropone stancamente i mantra della generazione come la comunicazione, il sesso, l’ironia ma senza avere più un effetto di rottura di convenzioni morali per la società ma solo come stanco ripetersi di una dinamica di sistema che ha funzionato.
Ma sono così diametralmente conflittuali le posizioni dei boomers con quelle dei millennials (con voi genX in mezzo..)?
Come tutte le generalizzazioni è chiaro che si tende un po’ a dire le cose con l’accetta. Però amo questo tema perché riesce a far emergere tanti altri temi e poi per quell’aspetto sentimentale di riconciliazione con la mia generazione (indeterminata) rivalutatando il suo spaesamento come aspetto positivo di un passaggio storico cruciale (la caduta del muro per dirne una tanto simbolica).
La vera questione che, a mio avviso, crea una netta frattura tra le due generazioni boomers|millennials credo sia il sesso. Su questo credo proprio che ci sia una profonda inconciliabilità. Per i boomers sappiamo bene che la libertà sessuale rappresenti uno dei profondi valori|baluardi della loro identità culturale (dal 68, passando per gli anni 70, all’edonismo degli 80 alle trasgressioni dei 90) il sesso ha rappresentato fortemente un motivo di riflessione profonda e una modalità di essere rispetto alla società e alla cultura, se riguardiamo i film di Woody Allen (pieni di amori, adulteri, sesso e psicanalisi) non mi pare un caso che lui sia divenuto l’emblema della spaccatura tra il mondo boomers e il mondo millennials, quello che sembrava interpretare al meglio lo spirito dei tempi (tradire, sconfiggere le moralità del passato per alimentare la vitalità che il sesso stimola) di colpo diventa espressione di una moralità deviata e mostruosa. Le nuove generazioni, nel momento in cui si sono trovate di fronte ad una società che moralmente in fondo aveva già abbattutto tutti dogmi o recinti riguardo il sesso, hanno fatto loro invece un pensiero di nuova moralità che in fondo, anziché liberalizzare, tutelasse il valore del sesso nella società, contemplando l’astensione o la riduzione dell’attività sessuale come valori. Il sesso al centro di un posizionamento anche politico: c’è un passaggio molto noto e significativo del primo libro di Michel Houellebecq “Estensione del dominio della lotta” in cui lui assimila la liberazione sessuale al mercato capitalista dicendo che ci sono alcuni che da questa liberazione fanno sesso con diversi compagni e tutti i giorni mentre altri non lo fanno mai e con nessuno. Ecco questa dicotomia estrema mi sembra ben riflettere la dicotomia boomers|millennials che ha molti tratti politici tra chi ha avuto tanto e chi ha avuto poco o tra sesso forte e sesso debole. Il vero interrogativo è se scoprissimo che poi il racconto tipicamente boomers che le nuove generazioni non hanno futuro fosse falso allora cosa succederebbe? Come rilancerebbero le nuove generazioni in un mondo che ancora continua? Devo dire che mi piacerebbe molto che questo avvenisse, che ci fosse un rilancio chiamiamolo vitale verso il futuro delle nuove generazioni che invece per ora hanno costruito la loro identità molto sulla paura del futuro. Vedremo.
Ecco e venendo a te sicuramente è riesplosa con le nuove generazioni una nuova lotta femminista che sta sicuramente influenzando il mondo culturale?
Non c’è dubbio. Però l’emergere di questa rigenerata attenzione a quelle lotte non significa che la lotta femminista non sia sempre stata presente, sarebbe ingiusto nei confronti di donne che hanno sempre lottato. E’ sempre una questione di sguardi (nietzschianamente). Le epoche e le loro morali modificano gli sguardi. A mio avviso dopo gli anni 70 inevitabilmente anche la lotta femminista è confluita in un edonismo dove anziché rivendicare i principi si rivendicava la femminilità. In fondo la battaglia di una donna si può effettuare sia rivendicando il principio di essere uguale all’uomo sia essendo il più possibile donna. Bisogna saper distinguere tra fasi dove è più forte la riflessione e fasi in cui si prova a mettere in pratica le riflessioni. Tra i nuovi movimenti femministi emersi in questi ultimi anni quello che mi ha appassionato di più è il manifesto xenofemminista di Helen Hester, forse perché il più creativo di tutti, il più proiettato verso il futuro. Rivendica 3 principi fondativi: il tecnomaterialismo, l’antinaturalismo, l’abolizione del genere. Ovvero a favore di un’identità di genere che ognuno scopre e plasma a suo piacimento, anche attraverso una tecnologia invasiva e che incide nel reale, e che prescinda da qualsiasi sacralità naturalista. Davvero un manifesto politico progressista bellissimo. Qui ci vedo tanto Cronenberg.
Mi interessa questo discorso sugli sguardi, che in fondo mi sembra essere per te un’applicazione del discorso del relativismo della nostra società?
Noi umani forse purtroppo (perché rivela in fondo un campo molto circoscritto) siamo “imprigionati” in un duopolio che vede il continuo contrapporsi tra il bene e il male. In fondo se guardiamo alla nostra storia conosciuta possiamo riconoscere sempre questo duplice sguardo. Il vero tema interessante è che a seconda di come “gira il vento” l’applicazione del bene e il male ai nostri comportamenti mutua, fluttua, viaggia surfando, senza neanche troppa paura di dire il contrario di prima o di ripetere quanto già detto. E anzi ti dirò che è super interessante l’orchestrazione che avviene in mezzo a questo duopolio, davvero come una grande sinfonia (i passaggi che avvertiamo tra uno sguardo e un altro). Bene e male in fondo sono aggettivi che ci piace applicare alle questioni per trovare un baricentro, ovviamente dando un valore positivo a bene e negativo a male. Ma è sano dirsi che siamo sempre e solo noi a definirlo. Esemplifico alcuni stereotipi: nascita bene, morte male, regalo bene, furto male, amare bene, uccidere male etc. E però allo stesso tempo, pur potendo riconoscere degli elementi sempre fermi, nella storia assistiamo a dei collassi (che è la prova di quanto provo a dire) in cui questi punti fermi non tengono: ad esempio le guerre, o il prevalere di popoli su altri, o l’uccisione per difesa etc etc. una sorta di buchi neri dell’energia che dimostrano che ogni nostro tentativo di porre delle basi solide alla nostra esistenza non funziona, perché essa è sempre in moto (che poi rispecchia il nostro modo attuale di vedere l’universo). E su questo si riesce ad intravedere dei paradossi estremi per cui potremmo dire che il Big Bang e il misticismo è boomers mentre il buco nero e il secolarismo è millennials, per tornare ai miei amati schematismi. Aspetto quindi che relativizza anche il tempo, i giovani sembrano vecchi per i vecchi che fanno i giovani: le morali in realtà si ripresentano sempre, in vesti nuove ma l’impressione è quella di un loop continuo da cui è impossibile uscirne, il viaggio nel tempo in realtà esiste dentro di noi, tramite i nostri sguardi.
Quindi nulla più di un dualismo in tutte le vicende umane?
Già nulla più. Almeno per come funziona la nostra testa. Noi siamo costretti all’interno di un sistema binario (0 e 1), non è un caso che stiamo assistendo ad una facile nostra sostituzione con l’AI. In una macro scala possiamo identificarlo con un’eterna lotta tra il bene e il male. Ma tutto poi si ripercuote in tante famiglie binarie: religione|materialismo, capitalismo|comunismo, generosità|parsimonia, magia|realtà, guelfi|ghibellini, roma|lazio, uomo|donna etc etc. E’ più forte di noi. Anche quando vogliamo attribuirci dei gradienti, ovvero scegliendo con delle percentuali (facciamo un esempio 60% vs 40%) in realtà scegliamo sempre (è il pareggio 50% vs 50% che non esiste, la nostra testa propone de sempre per una scelta, al più cambia idea). E’ come la gravità, la terra attrae le cose, poi possono esistere gli ostacoli, delle resistenze ma al principio della gravità non si sfugge. Altro esempio, ora siamo a Natale: il mondo si divide in chi celebra con trasporto, abbandonandosi ad un istinto partecipativo, e chi fa resistenza, aderendo ad un istinto oppositivo, (Santa Claus vs Grinch), la ricchezza è proprio nel dualismo.
Visto che professi la trasversalità mi dici tre cose che ti sembra di non aver mai tradito nel corso del tempo e che dunque ti danno molta identità?
Ecco mi serviva questa domanda: i mezzi pubblici, la libera professione, l’amicizia.
Serve che dettagli?
Ti prego.
Amo usare i mezzi pubblici pur vivendo in una città dove i mezzi pubblici non sono impeccabili. Li amo perché in qualche modo mi sembrano rappresentare un modo profondamente libero di interagire con la città. E’ l’estenzione del flaneurismo Benjaminiano: con le grandi espansioni delle città ovviamente non si può più fare affidamento solo sulle proprie gambe e il mezzo pubblico (in tutte le sue forme: dal bus al tram, la metro e i mezzi sharing) rappresenta il perfetto aiuto. Ho sempre perseguito e coltivato la libera professione a fronte della sicurezza sul lavoro. E’ forse l’unica avventura esistenziale che mi concedo. Tra precarietà e spirito imprenditoriale la libera professione forse mantiene quello spirito da uomo cacciatore che ancora produce un po’ di adrenalina in questo mondo così strutturato sulle sicurezze. Il sentimento più interessante tra gli esseri umani a mio avviso è l’amicizia, sono convinto che questo sia il vero rapporto che tiene assieme le persone, nell’amore e nel lavoro. Se i rapporti continuano è grazie all’amicizia. Se invece non c’è l’amicizia i rapporti non proseguono. Questo mi porta a una sorta di continua riconoscenza verso quei rapporti che riconosco come di vera amicizia. Ci si può allontanare ma poi è sempre così facile ed emozionante ritrovarsi.
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