L’importanza di un’opera aperta risiede nella sua capacità di interagire con chi ne fruisce. Per me è un fattore irrinunciabile.

Questo significa però avere un approccio che sia allo stesso tempo aperto e quindi non assolutista. Serve una grande capacità di accettazione di cose che non ci piacciono, di sbagli, di decisioni non scelte etc etc.

Un lavoro mantrico che comincia con se stessi: siamo capaci di accogliere tutto quanto possa plasmare l’opera che stiamo realizzando sconfiggendo ogni volta quella pulsione ad irrigidirsi verso un fattore estraneo non immaginato che ci crea disagio?

E inoltre l’opera può facilmente assumere pluripaternità. Essere dunque un prodotto multi-autoriale, sinergia di più identità dialoganti o meno. Opponendosi alla dittatura del solo ed unico modo di fare le cose.

L’altro aspetto è fin dove deve arrivare l’opera aperta? L’aver preso atto che non esiste mai un rapporto passivo tra produttore, realizzatore, usufruitore nella realizzazione di un’opera, serve anche prendere atto che tale approccio debba ben distinguere gli attori che partecipano. Occorre superare un’attenziona generalista e assolutista, che indebolisce l’opera stessa, sfocandone i confini. Occorre invece che l’opera sia coincisa anche rispetto a chi ne usufruisce. Superare lo scoglio che ci porta a pensare ad un’opera per tutti ma piuttosto pensare ad un’opera per pochi. Questo cambiamento di sguardo è paradigmatico di un apporto di qualità diffusa straordinario. Non più la ricerca di eccezionalità assolute ma di eccezionalità relative. E le eccezionalità relative saranno molto più interessanti delle eccezionalità assolute. Solo perché avranno la possibilità di eludere l’uniformità, il “deve piacere a più persone possibile” etc.

Nel dissidio della società mediatica (a cui spesso mi riferisco distinguendo fase boomers e fase millennials) passando da una fase eroica pionieristica a una di assuefazione e consuetudine, occorre prendere atto che la qualità non sta più nella massa (questa è stata la sconfitta acclarata dimostrata dal fallimento della stagione populista). La necessità di esserlo stati, che corrisponde un pochino alla stagione boomers, era legata alla necessità dell’affermazione dei media nella società. Superata questa risulta essere solo un di più inutile e fuori luogo. Occorre tornare a riconoscere la qualità a prescindere dai media. Occorre smetterla di pensare che il messaggio sia l’obiettivo, oggi è talmente scontato che ci sia anche un messaggio, per cui l’obiettivo deve essere: trovare maggiore sostanzialità senza essere condizionata e dipendente dal suo messaggio.

L’opera aperta e relativa ha la possibilità di porsi in modo autonomo dal messaggio e così capace di ritrovare un baricentro sostanziale. Senza preoccupazione di come apparire si aprono una moltitudine di temi centrati che permettono all’opera di eccellere davvero. Relativizzare l’opera porta in profondità le riflessioni che la generano. Relativizzare spesso viene inteso come una sorta di svalorizzazione mentre è esattamente il contrario, il fatto di non dover appartenere a un pubblico indefinito ma ad un pubblico definito ne aumenta il suo valore. Immaginate di fare un’opera che calzi a pennello per chi la recepisce, che sia un individuo solo o una bolla di individui con interessi comuni. Possiamo fare a meno di un consenso generalista, anzi dobbiamo farne a meno, è questa la sfida.