Shining, Lynch, Cronenberg, Raimi, Carrie di De Palma, Society di Yuzna, ma chissà quante altre di citazioni/omaggi. Ovviamente sopra a tutti c’è Hitchcock, che ormai possiamo definire il padre del cinema d’autore americano. Tanta roba in the Substance, il film di Coralie Fargeat, premiato a Cannes, con Demi Moore e Margaret Qualley, che sono la stessa persona dilaniata nello sdoppiamento cellulare che la porta ad essere una settimana vecchia e una settimana giovane. Siamo in una grande e prepotente tensione ultra post moderna, capace di dare voce all’inumano. Regista francese per un film che anche se prodotto dagli inglesi si propone come fosse un prodotto americano “d’autore” (a partire dal cast e dai suoi riferimenti culturali)1. Ripartendo da questo precedente testo (LINK) sulla fortuna del genere horror in questo particolare momento del cinema d’autore con particolare riferimento a una new wave di giovani registi statunitensi, la regista francese si inserisce fortemente in quella dialettica, in qualche modo confrontandosi con l’altra osannata regista donna francese Julia Ducournau (già palma d’oro 2021 per Titane) (meno splatter ma tanto Cronenberg anche lei) (chissà se esiste una rivalità virtuosa? ma non si dimentichino anche le altre registe francesi come Justine Triet di Anatomia di una caduta).

Insistendo sul dispositivo del film horror per continuare ad essere postmoderni, o meglio metanarrativi, o se preferite “cazzari”, i nuovi Stati Uniti, a loro volta “abbattuti” anche loro dalla realizzazione della globalizzazione del nuovo millennio, si riscoprono più intellettuali, ovvero, per dirla in parole semplici, più riflessivi di quello che erano mai stati. La rivalutazione dei mestieranti grazie alla Francia (la nouvelle vague) ha ridefinito la modalità di intendere un autore e poi con la rivalutazione di Hitchcock si è aperto al genere di serie B e alla psicologia, anche spicciola (tutto ha un momento chiave in La donna che visse due volte2, a sconfessare la seriosità di Freud). A questo punto il cinema, da prodotto di mero intrattenimento, è diventato un prodotto di alta cultura a prescindere dalla sola rappresentazione dove era incasellato, ma oggetto di studi filosofici. Il genere come metafora della vita. Il cinema come mezzo espressivo. Come l’arte ha avuto le sue avanguardie anche il cinema diventa avanguardia3, è solo uno strumento per parlare di qualsiasi cosa.

E The Substance ci porta, da una parte, nel tema del confronto generazionale tra il vigore giovanile e il declino della vecchiaia, dall’altra nella dissociazione dell’io tra positività e negatività. L’equilibrio che la “pozione magica” richiede non dura e la radicalità delle due posizioni si radicalizzano. E’ come se fossero due persone diverse, in realtà sono la stessa. In realtà è sempre Elisabeth che però sogna la sua giovinezza e la fa rivivere nel suo alter ego Sue. Ma il film non entra mai in profondità, lancia degli spunti che poi lascia aperti, a disposizione dello spettatore che ne fa ognuno una propria speculazione intellettuale (in piena tecnica postmoderna, forse fin troppo cerebrale e freddo, mai verosimile). Nei diversi piani di lettura del film uno è quello di genere, la storia fanta-horror che arriva anche a toccare punte splatter, lineare, rispettosa e colta nei suoi riferimenti cinematografici, fumettistica e fiabesca, l’altra è quella che scorre dietro, che manda numerosi input che accendono riflessioni esterne al film: la mercificazione/sessualizzazione del corpo femminile (nell’intervista di MUBI già citata, la Fargeat definisce quel sentimento “you pass the fuckaibility”), l’ossessione della società per la giovinezza (l’ossessione dorian gray del patto col diavolo), e la spietatezza dello showbiz che però è solo la rappresentazione del mondo contemporaneo, il mondo mediatizzato. Noi ci opponiamo al sistema che è malato ma allo stesso tempo lo desideriamo e coltiviamo perché ne siamo dipendenti. L’inizio e la fine si aprono e chiudono sulla stella della walk of fame della protagonista (lì dove ci ha lasciato Lynch con Mullholland Drive e Inland Empire) come una chiara delimitazione della parentesi in cui si iscrive il film: fama e decadenza, sogno e tragedia.

  1. Nell’intervista rilasciata da Coralie Fargeat per MUBI, piattaforma streaming del cinema d’autore che ha acquisito i diritti di distribuzione del film, la regista francese racconta dei suoi primi innamoramenti cinematografici da spettatrice che ci dice molto della sua sensibilità e cultura cinematografica: “Il primo fu senz’ombra di dubbio Star Wars, la storia di una principessa che fa tutto quello che non ti aspetteresti da una normale principessa. Da Star Wars poi verso i 13 anni ho scoperto dei generi più dark come Robocop, Rambo, La mosca, tutti quei film che non mi era permesso di vedere a casa perché mia madre pensava fossero troppo violenti e avrebbero avuto una cattiva influenza su di me e io li guardavo a casa di mio nonno che me li faceva vedere grazie alla sua collezione di VHS e così pensavo di essere entrata in una società segreta..” ↩︎
  2. perché la donna che visse due volte (vertigo) possiamo considerarlo il film chiave e più importante della “nuova storia del cinema”, o diciamo della storia postmoderna del cinema. Il film è una summa delle capacità del suo regista, britannico naturalizzato statunitense, che da buon mestierante pensa “solo” a catturare il pubblico. Intanto il genere, non c’è genere migliore che il thriller per tenere attaccati alle poltrone il pubblico. Ma poi tutti i trucchi (e la mitica intervista rilasciata a François Truffaut è un disvelamento entusiasmante di tutte le tecniche operate dal maestro: come gli effetti di luce o musicali nelle scene chiave). Hitchcock flirta in continuazione con il suo pubblico, in una forma sì tanto commercialmente valida quanto incredibilmente artistica, appunto il metodo postmoderno di fare gli autori: complici con lo spettatore. E qual’è quindi l’intuizione della nouvelle vague, il fatto che se l’autore è colui che non chiude la sua opera per far interagire il più possibile lo spettatore con le sue autonome riflessioni beh allora Hitchcock è un grande maestro. E il tema del doppio, così ben sviscerato in Vertigo diviene l’elemento centrale del film postmoderno, che oltre a voler interagire col pubblico suggerendogli sempre e comunque, al di fuori della verosimiglianza, che siamo in una finzione (lo sguardo in macchina ad esempio separa il regista moderno, rispettoso delle regole, da quello post moderno, anarchico). All’interno dello stesso film ci sono due film, uno è quello in cui il protagonista Scottie segue pedissequamente la messinscena (perché il caso che accetta da ex detective dall’amico si rivelerà appunto una messinscena) il secondo film è proprio quello del disvelamento della messinscena. (Si pensi a quanto Lynch abbia voluto in tutti i modi rifare questo film in Strade perdute o ancor di più in Mullholland Drive fino alla molteplicità delle identità di Inland Empire). Da qui tutto l’interesse psicologico del “nuovo cinema”, il doppio è l’unica vera verità che il cinema può dare: andare al cinema è una vera e propria esperienza di seduta terapeutica grazie al transfer dell’identificazione, la storia non è che un pretesto. E perché il ciclo sia completo fino alla fine occorre anche lo scardinamento di tale transfer psichico che ti porti alla rivelazione dell’unica verità possibile “la realtà sei tu nella tua poltrona, è inutile che la cerchi in questa rappresentazione”; “no hay banda…. it is an illusion” dice il prestigiatore nel teatro di Mullholland Drive, è il Doppio sogno di Schnitzler/Kubrick. ↩︎
  3. avanguardista nel senso che si contesta la storicizzazione del cinema un po’ scolastica che vorrebbe che il cinema avesse delle scuole nazionali, con dei momenti di picchi nei singoli paesi (come il neorealismo italiano, la nouvelle vague francese, il free cinema inglese) che hanno caratterizzato il bagaglio della cultura cinematografica di ogni paese. Ma questo ha valore solo in quel preciso momento, i picchi sono sì accaduti ma hanno solo trovato una convergenza nel ritagliarsi dei meriti che avessero un grande valore in un determinato momento, ad esempio per vedere in casa nostra, lo stile neorealista ha “sfruttato” la devastazione della guerra e della conseguente povertà trovando una chiave decisamente potente nel cinema alimentando un’importante movimento culturale nel mondo ma non esiste nessuna scuola come non esiste una cultura cinematografica che non sia del tempo che si vive, chi pensa di continuare a rifare film neorealisti non vede che il momento che narra non gli si addice. ↩︎