Il titolo di questo articolo l’ho visto mentre scrivevo l’articolo come link che mi proponeva l’assistente IA di WordPress nel momento che non avevo ancora inserito nessun titolo (perché altrimenti ti crea un link che si riferisce sempre al titolo).

Non c’è dubbio che l’ingresso in una società mediatica per i boomers è stato un vero obiettivo identitario per quella generazione. Presi dall’entusiasmo dell’apparire, la società contemporanea ha sconfitto le remore per farlo, riabilitando il parlare di sé in prima persona, una vera e propria tecnica promozionale mass mediatica. Per questo alla luce degli sviluppi fatti in questa fase, oggi appaiono dei naif della comunicazione, spesso totalmente in balia di essa (con addirittura picchi per cui prima viene la comunicazione e poi la sostanza, atteggiamento infatti che è stato spesso inglobato nella cultura postmoderna, che è sicuramente la cultura boomer per eccellenza).

Arrivati i nativi digitali (millennials) assieme all’esplosione dei social network le cose sono state rimesse un po’ a posto, uscendo da quella sorta di gestione dei media come una cavalcata nel west tipicamente boomer, e la comunicazione è diventata sì sempre un campo in grande espansione e caratterizzante la società complessivamente ma anche un lavoro come un altro. Tecniche e regole hanno strutturato il campo. L’apparire, in tante sue forme, è diventato un campo di battaglia di tutti, addirittura dando vita a strane forme di sfruttamento, ad esempio in ambito lavorativo, a fronte non più di soldi ma di visibilità, ma soprattutto si potrebbe aprire una riflessione importante su come i più grandi risultati della generazione boomer sono stati effettivamente legati all’eco mediatico che gli stessi riuscivano ad ottenere. Si sono capovolte le esigenze di una società che, così facendo, ha confermato di essere privilegiata e ricca e che però ha privilegiato chi i soldi li ha rispetto a chi non li ha (come il potersi permettere l’investimento di lavorare gratis a fronte della costruzione di un personaggio pubblico). Ma ha anche, a sua volta, creato dei mostri di visibilità che hanno costruito dei regni, sulla base di una società falsata o ancor meglio dopata. Il famoso “effetto brand” ha creato delle nuove rendite di posizione che non corrispondevano a null’altro che alla grande visibilità di una persona. Prima la visibilità poi il servizio. Le regole del lavoro stravolte. Ed in tanti hanno inseguito questo modello senza che però per tutti si avverassero le stesse possibilità di un successo che avrebbe permesso poi di dare un lavoro. Incredibilmente anche i millennials sono stati inghiottiti in questo meccanismo perverso della nuova società mediatica, si pensi ai noti influencer. Il lavoro vero è la quantificazione di un seguito (follower) in seconda istanza c’è l’offerta di un servizio. Ma questa pratica ha contribuito a trasformare grosse fette di società in star, che, antecorrendo l’affermazione a una carriera effettiva, oggi, sembra che stiano diventando come i calciatori che poi a 35/40 anni smettono di giocare e si devono reinventare la vita o le rockstar che poi fanno fatica ad indossare gli stessi panni per tutta la vita (bisogna studiare i Rolling Stones). E sicuramente qualcuno aveva in modo molto lucido previsto tutto questo in quella che lui aveva denominato “la società dello spettacolo“, Guy Debord. Ma il mio vero punto di domanda è dove sono annidate le istanze rigenerative della società per il prossimo futuro? Perché se tutto quanto detto prima si annidava in un movimentismo giovanile ante tempi (dal 68 ai movimenti degli anni 70 allo stesso edonismo anni 80 e alla decostruzione dei 90 fino al grado zero del nuovo millennio) le istanze bollivano in pentola e oggi, da lontano, possiamo dire che sono esplose alla grande. Ma oggi, a fronte di quello che scriviamo, il giovane che ha seguito le tracce in realtà è un “giovane-vecchio” che non ha istanze sue ma in modo più scaltro e cinico ha capito meglio dei meccanismi che sfuggivano ai suoi predecessori (gli influencer sono tutti vecchi nella ricerca di questo apparire, così come poteva apparire per i boomer ad esempio chi cercava il matrimonio per tutta la vita e il posto fisso). Dove sono nascoste le nuove istanze delle nuove generazioni? Ad esempio che siano davvero nascoste, senza nessun desiderio di apparire, sarebbe un vero schiaffo alla precedente generazione, ancor più importante del giovane che le sa mettere a frutto. Lavorare alla costruzione di una società non più schiava dell’apparire (appunto sulla scia del warning che Guy Debord lanciava agli albori dell’esplosione della società spettacolo) sarebbe un progetto davvero nuovo e volto al bene della nostra società ormai invece drogata di apparenza. Sganciare le catene che ci rendono schiavi da meccanismi innati del successo a tutti i costi rappresenterebbe un bilanciamento sociale non indifferente, dove questa preoccupazione ansiogena smettesse di esistere a cospetto di un saper integrarsi invece in un sistema migliore.

Questo non significa opporsi alla comunicazione in forma ideologica, ma significa rompere con la narrazione univoca e prediligere le narrazioni plurime. Complessificare la narrazione così che ognuno ne abbia una propria diversa, anziché una sola sempre uguale, sempre la stessa. In questa straordinaria offerta di mediatizzazione esiste una strada molto semplice da poter percorrere, ovvero avere uno spazio per raccontarla questa propria narrazione, a disposizione degli altri, quando serve ma mai prevaricatrice degli altri. Le bolle, come i localismi, sono una nuova ricchezza se realizzate egregiamente ed evidenziano come un tessuto di una piccola rete ha valore di per sé che è molto più importante del valore in assoluto. Forse dall’era dei media stiamo passando all’era delle relatività.