Questo testo è stato influenzato dal testo “Pochi poveri” di Marco Tiberi, pubblicato per la prima volta sulla rivista Ossigeno n.3, People edizioni , 2021 e successivamente nella raccolta di scritti di Marco Tiberi, “Cíavetefattocaso, scritti politici” People edizioni, 2024.
Ognuno nella sua bolla o sfera sociale può sentirsi sia ricco che povero, fortunato o sfortunato, a prescindere da un’obiettiva lettura del proprio caso.
Viviamo in una società dove però sembra assodato che ricco è meglio che povero, tutti convinti che abbiamo rotto degli steccati etico/ideologici per cui un giorno è diventato scontato dirsi meglio avere tanti soldi che pochi e stupidi quelli che non lo dicevano.
Ecco, con questa premessa come ritrovare slancio nella difesa della povertà?
Massimo Troisi in un suo sketch nel ricevere un premio a Taormina diceva “Molto carina Taormina, peccato che ci sono pochi poveri” (cit. Tiberi).
Oggi appunto abbiamo una società tutta volta al benessere, che per carità non ci sarebbe nulla di male, se non che crea un effetto di banalizzazione e scontatezza della ricchezza addirittura evidenziando quegli strani fenomeni di persone non ricche che però si atteggiano a tali, perché in fondo lo desiderano tanto. Sta sparendo l’orgoglio sociale. Si cercano escamotage nelle parole e nei costumi per essere ricchi a tempo (nelle occasioni sociali, nel confronto con gli altri, nelle immagini di noi che veicoliamo).
Cosa ci insegna invece l’essere povero? A saper apprezzare. Nella sostituzione, che è avvenuta nella società contemporanea, dei valori trascendentali, mistico, etico-religiosi con valori più secolari che portassero a coltivare sogni di ricchezza, di elitarismo, di eccellenza, di essere meglio degli altri, occorre ritrovare valori davvero terreni per un puro piacere e spiantati da una questione solamente etica, che non appartiene più a questi tempi. Esemplificazione: il lampadario di Murano in casa non mi piace, mi mette a disagio perché poi non riesco ad essere alla sua altezza, meglio un cavo con appesa una lampadina. Rappresenta meglio il mio stato d’animo inquieto. Ecco la rappresentazione di uno stato d’animo che non può essere messa in discussione dal valore di una cosa.
Nella progettazione delle case questa cosa è spesso molto evidente: le case sono degli straordinari raccoglitori di oggetti. La casa nuova spesso alimenta sogni sul “nuovismo”, che portano a pensare che tutto debba essere nuovo. Anche gli architetti tendono ad imporre questo tipo di ragionamento non tanto per una fede sul nuovo ma perché tutto deve rispondere/integrarsi con il proprio progetto. In entrambi i casi considero sbagliato quest’approccio. Serve fin da subito, in un progetto di casa, confrontarsi con il personale, l’incoerenza, il “non c’azzecca nulla”, l’intimità, il ricordo, il desiderio, il sentimento.. E tutto questo non può e non deve tradursi in immagini belle ma fredde. La povertà aiuta, anche senza consapevolezza di quanto detto prima, perché, ad esempio, non potendosi permettere di comprare tutto nuovo si comincia a dire vediamo quali mobili abbiamo, quali cose possiamo trovare a buon mercato eccetera eccetera, tutte strategie che spesso non vengono contemplate, vittime del ricatto che i sogni sono solo cose alte, ricche..
Il caldo è il più delle volte povero, si annida nel vecchio tavolo tarlato di nonna, nel mercatino di modernariato sulla tangenziale, in una qualche promozione online con sconti accattivanti. Disturbiamo l’immagine coordinata, che è solo un bug nella nostra testa.
Liberiamoci della ricchezza, ossessione mentale, lo “spettro del poverismo” invada i nostri sogni (scardiniamo alcuni sciocchi punti fermi dello jungiano inconscio collettivo dell’età contemporanea).