In una memorabile lezione di Sergio Leone al Centro Sperimentale di Cinematografia in cui il regista commenta il suo ultimo film “C’era una volta in America” lui stesso dice che il film si sarebbe potuto chiamare “C’era una volta il cinema”. Riguardando e riammirando il film si capisce che il ‘c’era una volta’, l’incipit delle fiabe, (perché Leone ci tiene a dire che i suoi film sono come delle favole) vale un po’ per tutto: la società, la cultura, la narrazione.

Brutali percosse, uccisioni a sangue freddo, stupri, tradimenti, soldi, potere: tutto viene raccontato sempre con grande schiettezza, oggi troppi filtri (ironia, distopia, surrealtà, apocalittismo, fantahorror etc etc) dovrebbe usare un bravo regista per fare lo stesso film. Così come allora la giustificazione fosse che era un film di gangster, ma no, il film parla dell’umanità in senso stretto, con i mezzi allora dati, così come faceva Stanley Kubrick. Sono convinto che ci fosse un’ammmirazione reciproca tra i due, soprattutto constatando le analogie che i due hanno nel narrare la profondità dell’uomo. “Senza Sergio Leone non avrei mai potuto fare Arancia meccanica” Leone raconta di questa affermazione di Kubrick, riferendosi chiaramente alla messa in scena coraggiosa e brutale della violenza nei film del regista italiano. Del resto se Leone la tira fuori grazie ad un genere cinematografico, Kubrick si diverte a farli tutti i generi, il vero dato è che la violenza serve meglio a raccontare l’umanità, spogliandola dai suoi fronzoli e per questo diverrà un ricorso sempre più diffuso nel linguaggio cinematografico, in particolare statunitense (Peckinpah, Kubrick, Scorsese, Coppola fino ad arrivare a Lynch, Tarantino, Coen, Stone etc).

Ma la verità è che Leone era un patito di cinema americano (si capisce bene anche durante l’intervista citata, per lui non esiste altro cinema1) e come dice il suo amico e storico collaboratore, direttore della fotografia anche di C’era una volta in America, Tonino Delli Colli in un’intervista “Leone aveva un grande fiuto per gli affari, era più interessato a quello che a fare il regista” e la sua grandezza e unicità è stata quella di “voler fà l’americano a roma”, o meglio di rifare il cinema americano di genere all’italiana, forse proprio carpendone il potenziale commerciale, avendo però il coraggio e l’intelligenza di aggiungere del suo (in particolar modo un senso di epicità molto suo condito da tempi lunghi, lunghissimi e le invenzioni in tutta la sonorità dei suoi film, dai rumori alla musica grazie al suo connubio con Ennio Morricone).

Ma il dato davvero unico che emerge da questo film è la riflessione sulla memoria, attraverso una libera capacità digressiva tra tempi storici diversi, con una bella riflessione sui passaggi della vita: la giovinezza, la maturità, la saggezza. Ne emerge una sorta di trittico filosofico: la giovinezza come momento dell’avventura dove costruire la propria persona, la maturità come momento di messa in crisi della giovinezza perché non più sopportabile, la saggezza come ritorno indietro nel tempo spietato (dove non costruire più nulla). Sfida davvero difficile ma in molti tratti riuscita quella di far vedere la stanchezza dei personaggi, più che per gli altri, verso se stessi e quello che rappresentano in momenti della vita diversi. L’entusiasmo dei giovani gangsters che realizzano i loro primi colpi viene messo in crisi dalla stanchezza e la incapacità di ripetersi sempre uguali nel tempo finché la solitudine di ognuno porta realizzare impellenze personali nella saggezza (sparire per Noodles, ottenere un riconoscimento pubblico per Max).

Tutto questo con in sottofondo quello che appare come un’elogio del fallimento. Gli anni chiave sono proprio quelli della maturità. Perché se nella giovinezza si impara a vincere è nella maturità che si impara a perdere e si prendono le misure con il fallimento. Il fallimento è di tutti. E in questo Leone è molto europeo. Chi ha problemi con il fallimento è l’America perché conta solo il successo (tutta la vita). L’unica visione di accettazione del fallimento è che si può risorgere dopo ma non si contempla mai il fallimento come un valore. E invece la “vittoria” di Noodles, al contrario dalla prima lettura della storia, perché in fondo nel finale, Leone sentimentalmente lo fa vincere nel rapportarsi da uomo a uomo con Max, sta proprio nell’aver avuto maggiore capacità dell’altro di accettare le sconfitte dimostrando appunto maggiore tenuta mentale.

  1. E qui si apre una parentesi che a dir la verità non sarebbe neanche troppo breve e forse ancor più importante del sopratesto: C’era una volta in America rappresenta la vera sintesi del lascito culturale di Sergio Leone al cinema italiano. Totalmente al di fuori della “scuola italiana” ma decisamente italiano, Leone sembra voler rivendicare una certa subalternità all’impero (inteso come Stati Uniti) “ecco perché un regista si sente appagato quando va in America, perché in America c’è il mondo, purtroppo in Italia c’è la sola Italia” dice (sempre nell’intervento al Centro Sperimentale) chiarificando il messaggio profondissimo che Leone lancia al nostro cinema: è inutile che vi affannate a reclamare una sorta di tradizione culturale cinematografica, noi siamo robetta di fronte al portato (potere) del cinema statunitense. C’è una sorta di richiamo alla pruderia per cui parlare dei massimi sistemi sia inopportuno (che per carità può essere una scelta, un gusto) ma insomma le grandi opere hanno sempre parlato di filosofia della vita in termini ampi e non di strettoie minicentriche in cui incunearsi ma soprattutto è utile, anche se si pratica altro, riconoscerlo. Tema che sconfina nella dibattuta dialettica tra locale e globale evidenziando che mentre il globale contempla il locale, glocalismo (vale per Sergio Leone e i suoi spaghetti western), il locale tende a fare una maggiore resistenza pregiudiziale, nel tentativo di affermare una sorta di autonomia indissolubile in realtà dovuta solamente ad un potere tollerante o anch’esso illuso di godere di autonomia. Ma la peculiarità italiana è che, essendo presente nel nostro paese un’eredità culturale così forte, foriera di un’identità nel mondo, l’illusione, che una parte della cultura nostrana coltiva, è quella che ci sia una sorta di prosecuzione identitaria con i fasti del barocco, del rinascimento, dell’impero romano evitando di mettere a fuoco che la cultura si fa attraverso i regni o gli imperi, anche se contro e il regno conteporaneo non può essere relegato al nostro piccolo paese ma con più facilità alla nostra appartenenza al sistema occidentale. Questa premessa fa sì che chi invece si accorge di questo ma in ogni caso ambisce a voler lasciare un contributo culturale in un contesto più ampio deve per forza di cose trovare una strada al di fuori di percorsi già tracciati, in forma alternativa e creativa e sicuramente la storia di Sergio Leone ha ricalcato questa linea, paradossalmente raccogliendo l’eredità del Nando Mericoni di Alberto Sordi e riuscendo anche a dare un alto e credibile valore artistico ad un’istanza che poteva apparire come macchiettistica del voler essere americani a tutti i costi; questo è il vero aspetto abbastanza sorprendente di C’era una volta in America o anche di un C’era una volta il West, la capacità di un romano di fare il genere statunitense per antonomasia, il western e poi anche il gangster movie. Difficile trovare dei casi analoghi. La cosa buffa è che Leone risulta non da meno di un Coppola o Scorsese, questo il suo successo, ma vista dall’Italia la cosa risulta ancor più soprendente e di maggiore significato perché appunto scardina dei meccanismi per cui il cinema in Italia doveva essere solo l’eredità neorealista. Neanche Fellini aveva scardinato così tanto questo aspetto culturale. Ecco forse se dobbiamo trovare un limite è che Leone scalfisce l’Italia (acquisendo un importante significato culturale) ma certo non si può dire che scalfisca l’America come Kubrick ad esempio. ↩︎