E’ possibile che le nuove generazioni (millennials) siano più di sinistra mentre le anziane (boomers) siano più di destra..
Forse, banalmente, è solo vero che per tutti vale che in giovinezza si tende ad essere più comunitari mentre quando si cresce si tende ad essere più attenti alla propria individualità.
Di certo l’idea del competere, del merito, dell’eccellere (che sembra essere un approccio molto boomer ) è più incline ad istanze di destra. Che in un tentativo di semplificare la ricerca degli stimoli tende a cercarli coattivamente. La verità è che gli stimoli arrivano se esistono nel profondo di noi. E questa è tutt’altra storia.
Spesso anche le scuole, che per forza di cose devono trattare il tema meritocratico, cadono nello stesso errore: giudicano più che insegnare, amano le eccellenze così come le bocciature, poco la classe media. Tutto questo perché personalizzare l’insegnamento, quello che si dovrebbe (ovvero relativizzarlo davanti a chi si ha di fronte) è troppo oneroso, richiederebbe mezzi e risorse che non si hanno. E difatti per questo si delega soprattutto alle famiglie o alle ricchezze, fortuna chi le ha.
Paradossalmente è più “comunista” l’educazione nel modello degli Stati Uniti che quello in molti paesi europei: lì l’importante è pagare, se paghi sei integrato nel sistema educativo, a seconda di quanto paghi entri nel tuo microsistema o “bolla”, la scuola serve a posizionarti nella società. In Europa invece, forse a causa di un problema nei confronti del vil denaro, ancora si coltiva una sorta di “drammaticità mistica” di chi non ce la farà, un compiacimento nel definire i destini preventivamente, la costruzione, con chiare implicazioni religiose, di sensi di colpa atavici. In fondo si è da sempre fuggiti negli States per toglierci di dosso questi sensi di colpa atavici..
Emerge dunque che la scuola è la finzione della educazione della vita che tenta, con un po’ di fatica, di narrare la propria capacità determinativa nelle vite delle persone (tentai di praticare l’insegnamento della diseducazione >> LINK1 LINK2 fortunatamente fallendo, essendo progetti, che in quanto diseducativi, non potevano che essere votati al fallimento, lì ho capito che il passaggio a diseducatore mi portava a perdere le motivazioni per il mestiere dell’educatore e perseguire il fallimento metofico è diabolico). Di sicuro il percorso educativo ha il pregio di lasciare passare il tempo, di tergiversare il duro confronto con le priorità dell’esistenza. Chi non studia si ritrova a vivere prima degli altri, questo è il suo vero grande problema. Il problema è fino a quando, fino a che età si riesce a restare nel purgatorio del’educando (educatore o educato che sia) e fino a quando si può circoscrivere l’inevitabile scontro con il mondo. In realtà la verità è che la vita si impara anche nella o con la scuola, che è molto utile per preservare la costruzione di nostre convinzioni, che poi però, in qualche modo, necessitano di essere contraddette. Vedo due strade: o si trova un modo per uscirne o si entra in una spirale di glorificazione di se stessi (rimando a quella condanna di coltivare l’eccellenza) che ci annebbia e distoglie (come una fumeria d’oppio o un social network).