L’opera è di altri, soprattutto per gli altri, non è mai propria: prima ragione dell’importanza del disconoscimento dell’opera.

Questa è una rivoluzione, occorre smetterla con l’artista accentratore che cerca una continua paternità in forma patriarcale. La nuova paternità è la cessione del proprio io. E quindi l’opera (intesa in forma d’amore filiale) non va confusa con il possesso, anche nella forma di possesso intellettuale-artistico. L’idea dell’artista come demiurgo di un segno è abbrutente. Testimonia forse più i limiti dell’artista stesso in una forma di riconoscibilità piuttosto che una sua capacità di rapportarsi in forma artistica con gli altri.

A maggior ragione in un’ottica di psicoprogetto, posizione che forse riesce a tenere assieme la dicotomia di una progettazione maieutica e una progettazione autistica1, (si veda problemi e considerazioni sull’abitare o oltrefrontiere del progetto di case (senza progetto) ) in un’ottica di progetto=processo le soluzioni di un progetto appartengono più ad altri che a se stessi (inteso come progettista), il nuovo progettista è un coordinatore delle capacità di altri (non solo ad esempio di chi realizza ma anche di chi decide, come un committente o un ente chiamato ad esprimersi sul progetto).

Per carità questo non significa che le scelte degli altri siano sempre giuste, acriticamente. Anzi. E’ assolutamente normale che l’esecutore faccia scelte a seconda della propria convenienza così come il cliente faccia scelte deboli di poco coraggio, dunque scelte per un progettista non troppo condivisibili. Ma sono materiale di lavoro, la sfida per il progettista è proprio muoversi all’interno di quelle strettoie, che diventano esse stesse stimoli inaspettati e capaci di generare delle crisi creative. Più crisi creative avvengono più il progetto ha chance di risultare interessante.

Quindi se volessimo sintetizzare le 3 fasi di un processo|progetto per il progettista avremmo:

1) la fase preliminare di conoscenza in cui il progettista si adatta e cerca di capire dove può incastrarsi per trovare fluidità e organicità nel percorso progettuale

2) fase di passione in cui gli incastri funzionano e quindi si procede con più facilità nelle scelte e il progettista si sente appagato nel proprio lavoro processuale

3) fase di distacco in cui il progettista deve tornare da dove era arrivato tramite l’operazione di disconoscimento dell’opera così da lasciare la stessa a chi ne vuole usufruire

  1. **progettazione maieutica vs. progettazione autistica nel rapporto tra progettista e committente**
    A mio avviso esistono due modi di intendere il progetto in senso alto (il senso basso è quello del mero tecnico), o meglio nella mia esperienza entrambi i modi sono percorribili a seconda delle contingenze, banalmente potremmo dire uno più teorico e uno più pratico mentre, personalizzando il discorso, io amo definirli:
    -una progettazione maiuetuca, ascolto ed aiuto a realizzare il progetto di chi te lo chiede (svolgendo la funzione di sollecitatore della verità del progetto che si vuole, appunto la funzione maieutica), che significa mettere da parte le proprie convinzioni di progettista demiurgo e utilizzare la propria competenza per gli altri
    -fare il proprio progetto, in modalità autistica (io chiedo e faccio il mio progetto)
    Spesso le due modalità avvengono e si mischiano nello stesso progetto, esempi tipici: la stanchezza di chi decide (sia che sia il progettista o il committente) quindi lasciar decidere qualcun altro, io penso di ricordare bene ogni singola decisione chi l’ha presa o meno nei progetti a cui ho lavorato, oppure una particolare fissazione/imposizione di uno dei due per una qualcosa che va fatta assolutamente così oppure i tempi, i dannati tempi, che sono la vera forma di dittatura democratica “tocca decidere se no non finiamo in tempo”. ↩︎