L’ossessione “tutta sbagliata” della perfezione a fine lavori.. E’ molto difficile convincere chi sta spendendo diciamo un centinaio di mila euro per la sua casa che alla fine non dovresti coltivare un’immagine di perfezione. Tutti, anche gli architetti, tendono invece a coltivare quel tipo di immagine, figurarsi nell’era dei social..1
Invece ribadiamo che il progetto di una casa è la nascita di un processo (dopo diremo organismo vivente). Di un’esperienza esistenziale ricca e densissima di cui dobbiamo trarre il massimo del piacere, perché è il nostro rifugio, la nostra alcova.. Senza metterci il dato dell’esperienziale non potremmo avere il riscontro (il vero collaudo) della riuscita di una casa.
Un esercizio può risultare molto utile, un esercizio fotografico: bisogna sempre superare, nella propria soddisfazione, la foto precedente perché la foto precedente non aveva il bagaglio esperienziale del momento successivo. Spesso si è discusso del valore estetico delle “foto da architetto” a fine lavori, prima che gli abitanti entrino in casa. L’architetto, tendenzialmente postmoderno, che le vuole per dimostrare la bellezza delle sue invenzioni formali, dall’altra la critica che l’architettura senza la vita (rivalutazione di un certo funzionalismo modernista) non ha poi così tanto valore.
Nel mio posizionamento da architetto (si possono vedere Oltrefrontiere del progetto di case (senza progetto) o il manifesto creativo di psicoprogetto oppure il paragrafo della presentazione della mia attività Info (1)), insisto sul valore (aggiungo a maggior ragione nella società contemporanea) del modello come obiettivo per operare. Posso qui ben dire che anche io sono passato, nel mio approccio da progettista, dal concepimento di un modello personale (di autocostruzione di sogno) ad un modello che si plasmava sui miei interlocutori (di coadiutore di sogno). Ma in entrambi i casi ho constatato il fallimento di quest’approccio se visto in un’ottica di oggetto finito da mostrare, l’inefficacia di mettere davanti il non umano all’umano. Sono invece più interessato dell’efficacia dell’approccio del modello per la costruzione di un processo. Non più progetto ma processo potremmo dire o ancor meglio un’organismo. Qualcosa di vivente che si sottrae alla dittatura della forma finita senza retrocedere a sola sostanza ma riuscendo a proporre una infrastruttura abitativa capace di mettersi in gioco in forme nuove (si può parlare di iper neo funzionalismo?).
La progettazione di una casa (se vera, nel senso se pensata per chi la va ad abitare) ha una dimensione così intima che difficilmente può intervenire un metro di giudizio assolutista ma piuttosto relativista. Il gusto non è quello di tendenza ma piuttosto quello proprio. A meno di non avere un gusto assolutista, ovvero à la page. Ma l’obiettivo è proprio superare questo canto delle sirene che non è altro che una debolezza umana. Per questa ragione serve e occorre praticare una progettazione psicologica che ci aiuti a liberare il proprio gusto, magari a ricercarlo per bene, in profondità, a trovare le proprie perversioni e a legittimarle2. Anche l’architetto che vuole diventare l’architetto à la page ha bisogno di fare un suo percorso per liberarsi da questa schiavitù. Nessuno deve avere più bisogno di lui. Facciamo da soli. Al più l’architetto aiuti questo percorso che è un obiettivo di sostenibilità culturale nella società di cui ci sarebbe molto bisogno. Lo psicoarchitetto.
- Il grande problema dell’immagine coordinata.
Viviamo nel mondo dell’immagine coordinata!
Direi ancor meglio nell’ossessione dell’immagine coordinata.
La soluzione ai problemi artistici sembra sempre voler essere ricondotta ad un problema di coerenza estetica del prodotto.
Il fattore “immagine coordinata”, termine che in realtà nasce nell’ambito della comunicazione visiva, in realtà si è permeato nel mondo della cultura e dell’arte: chi cerca di costruirsi una sua autorialità spesso ricorre (potremmo dire che forse è la strada più facile) all’immagine coordinata come processo per cui si trasmette una forma di riconoscibilità dell’origine dell’opera.
Fatto che fa prevalere la riconoscibilità del suo autore rispetto alla bontà dell’opera stessa.
Ecco, penso invece che la qualità di un’opera sia proprio la sua capacità di sfuggire a questo coordinamento, al ricatto del coordinamento.
Non è facile.
Perché l’immagine coordinata sembra essere una sorta di riconoscimento naïf alla riconoscibilità del fattore artistico.
Il “controllo estetico” è diventato una sorta di anti-ragionamento, di facile gabbia dove ricondurre un qualsivoglia più complesso ragionamento.
All’immagine coordinata corrisponde la mania del controllo o meglio della società del controllo.
Scardinare queste dinamiche è un obiettivo artistico molto alto, molto difficile, necessario alla società contemporanea imprigionata.
Anziché avventurarsi, oggi si vuole sapere già dove si arriva, spegnendo da subito il senso di qualsivoglia progettualità.
Servirebbe un’immagine scoordinata. E progettisti scoordinati.
La comunicazione è fredda, bisogna inventare la comunicazione calda.
Ed è così anche per la narrazione: si pensa che la comunicazione oggettiva sia di per sé un valore, nel suo presentarsi come obiettiva, che sia inattaccabile. Inevitabile dunque è arrivata una contro narrazione che può sfociare in cospirazione, complotto: sporcare la realtà obiettiva con il presumere (che rivaluta la presunzione).
Nick Land la definisce iperstizione: una realtà potenziale, ipotesi di realtà possibili.
Del resto una narrazione senza il filtro del narratore perde qualsiasi potere magico di pervenire a chi ne usufruisce declinandosi però allo stesso tempo come unica verità e quindi in modo dannoso. Una “presunzione” non è una fake news ma è il tentativo di lanciare se stessi oltre l’oggettivo, il tentativo di scardinare le catene dello stato di fatto.
Le Corbusier c’ha messo una vita a mettere in discussione l’ambizione di essere un ingegnere/macchinista, Koolhaas ci ha messo una vita a rimanere fedele al suo manifesto ideologico del delirio, anch’io invecchio, faccio fatica ma resisto a prendermi troppo sul serio. ↩︎ - Infiltrazioni dell’agente Smith nel progetto, perché va salvaguardata l’estetica cheap.
Vi ricordate l’agente Smith? È il primo e più importante degli agenti che conosciamo all’interno della saga di Matrix. Vestito di nero, camicia bianca e cravatta nera, ma soprattutto il dettaglio degli occhiali da sole e dell’auricolare, Smith è l’antagonista replicabile del nostro eroe Neo, il soldato a difesa del sistema.
Un progetto è pur sempre un atto di fede, un atto politico.
L’idea che possa avere una sua autonomia è superficialmente un’illusione.
Confrontarsi seriamente con l’agente Smith (difensore del sistema) in un progetto è un’operazione continua e indefessa.
Perché un progetto comporta sempre una infinità di rischi, di sfide nel percorrere strade semplicistiche capaci di sottomettersi a richiami potenti che ne compromettano la sua originalità: ostentazione, sicurezza, elevazione.
Semplicisticamente siamo portati a scegliere il meglio mai il peggio, spesso senza neanche pensarci.
Chi sceglierebbe il peggio?
Eppure la schiavitù del meglio non è detto che ci aiuti davvero, anzi ci allontana da noi stessi, ci spersonalizza.
Per questa ragione nel progetto va coltivata la presenza del cheap. Terrore di tutti, rivelazione delle nostre miserie e frustrazioni, il cheap rappresenta la trascrizione estetica delle nostre debolezze, perversioni.
Scegliere un oggetto cheap è molto più coraggioso che scegliere il miglior oggetto.
Nei vostri progetti abbondate di cheap, mettetevi in gioco e non ambite a tenervene al riparo. ↩︎