A distanza di 16 anni tornare a NYC risveglia prepotentemente la mia percezione del suo fascino.
Con un filtro: la mia lettura appartiene a quella della mia generazione, la X, così inutile nel suo essere indeterminata, sballottata tra un pensiero e un altro ma per questa ragione così capace di porsi in maniera critica o diciamo meglio dubitativa a qualsiasi pensiero dogmatico/ideologico.
NYC è una città straordinaria non perché sia bella ma piuttosto perché se ne fotte (fucks) della bellezza. Architettonicamente le vertigini che essa propone riflettono non una ostentata coerenza stilistica dei suoi edifici che al contrario cozzano tra di loro e si confrontano ognuno col suo “porco individualismo” ma ti lasciano quella sensazione di adrenalinica potenza, di opportunità di fare qualsiasi cosa, compreso sbagliare, anzi sbagliare tanto: i pregi e i difetti di essere impero, tanta libertà di sbagliare. Un’accettazione di tutto a prescindere.
Ed anche per questo NYC non è mai provincia, almeno nel suo paesaggio urbano. Divora e vomita qualsiasi cosa, fagocita e tiene assieme Aldo Rossi come Tom Mayne (per citare architetti) o Woody Allen e Bruce Willis (per citare delle icone pop) perché ne è superiore. Così come grattacieli belli e brutti, deco e modernisti, tentano ad ogni cardo e decumano di mantenere almeno una loro visuale integra prima che ne realizzino uno nuovo.
E questa sensazione di potenza dietro l’angolo diventa subito impotenza. Quell’arrancare davanti alla tentazione che tutto è possibile. Mai dire no, esiste sempre una possibilità, guardare i propri limiti appare come una sconfitta. Una condizione che diventa difficile sostenere per un tempo lungo.
La sensazione di insormontabile eccitazione continua dei primi giorni di viaggio lascia il passo alla stanchezza di non poter serenamente non essere all’altezza.
Una città come una parabola esistenziale: il desiderio di mettercela tutta per poi trovarsi davanti ad un muro insormontabile. Questa l’impressione che si prova di fronte a questi edifici che ti rubano la vista, il sole, l’aria: Manhattan o la domini (come salire su uno dei grattacieli o godertela dal pratone sheep meadow di Central Park o dall’altra parte del fiume a Brooklyn Bridge Park) o è insostenibile da percorrere da sotto (nessuna foto riuscirà mai a farvi provare questa sensazione mentre è più facile per tutti fare una foto del controllo (lo skyline).
Lo struggimento del cosmopolitismo. La sovrapposizione di tante città, una sull’altra. Poetica della congestione. Nessun architetto può restare indifferente a NYC. Esempio di urbanesimo che prevale sull’architettura: la città viene prima del singolo manufatto. La città è l’architettura: la coesistenza degli episodi messi assieme fanno un’eccezionale architettura: la città per eccellenza che esalta se stessa a cospetto dei suoi singoli oggetti.
Lo studio OMA, trainato da pensiero di REM Koolhaas, ha fatto di questo una sua poetica applicando strategie (come la congestione, l’immagine metropolitana del nome stesso dello studio Office for metropolitan architecture etc.) all’estetica della produzione delle proprie architetture.
NYC tiene assieme più stili reinventandone uno nuovo: sicuramente tiene assieme deco, modernismo, postmodernismo, decostruttivismo, radicalismo. Manierismo, pop, potremmo dire newyorkesismo.
“Nessuno può permettersi di vivere a New York eppure siamo otto milioni” Fran Lebowitz
New York si sa permettere la ricchezza. E qui si apre un discorso molto delicato. Significa che la ricchezza che la città richiede per viversela sembra sempre ripagata. Perché non produce mai la spiacevole sensazione della ricchezza fine a se stessa. Tutto ciò che è fine a se stesso lascia sempre una spiacevole sensazione. Ma perché la ricchezza di NY è sempre ripagata in generosa follia urbana. La follia come giustificazione dell’eccesso e anche come acceleratore di ogni situazione.
Davanti alla follia di NYC è difficile resistere. Non c’è nessuna ragionevolezza nella costruzione di una foresta di grattacieli. Quell’incedere indefesso del XX secolo verso la realizzazione di qualcosa di straordinario, lasciando intendere sempre una sorta di insoddisfazione, di non essere riusciti nell’obiettivo. E una straordinaria capacità di persuaderti ad essere newyorkese anche tu.
Insomma davanti a tanti ripensamenti e cambiamenti socio-culturali alla ricerca di una migliore sostenibilità a 360 gradi (dall’ambiente all’equità, alla predisposizione agli altri alla relativizzazione dell’eccellenza per una maggiore coesione) la follia newyorkese sembra ancora resistere, forse perché avvolta da un nuovo strato di affetto, di città che un pezzetto di storia l’ha fatta e le abbiamo voluto bene anche nei suoi sbagli.
Ecco per tornare all’indeterminatezza gen X, New York ti mette ancora voglia di essere un po’ boomer..