Tornando sulla questione boomer/millenials, il tema della costruzione del successo come veicolo ulteriore alla realizzazione personale rappresenta senz’altro un tema caratterizzante la generazione boomer.
Partendo dai 15 minuti di Andy Warhol, la generazione boomer ha rappresentato la prima generazione mediatica, in relazione all’avvento dei sistemi di comunicazione di massa. Ma ecco, come prima, si è totalmente affidata agli strumenti di comunicazione, coltivandoli come un dio pagano ma sicuro, portatori dell’ unico verbo possibile cosìcché addirittura l’importanza della narrazione ha fatto sì che perdessero peso gli aspetti della concretezza a favore della costruzione di una comunicazione efficace.
Ma fintanto che la comunicazione ha investito le normali parti della vita sociale sembrava che la situazione potesse sostenersi. Ed invece si è pian piani arrivati, anche grazie all’esplosione dei media attraverso l’informatica, a definire prima il messaggio che ad avere un messaggio. Se una volta artisti, attori, scrittori, musicisti architetti erano portatori di messaggi innovativi e sorprendenti ora la sfida è solo essere portatori di messaggi, senza troppa importanza che il messaggio sia interessante o meno e quindi senza che l’identità di quello che chiamiamo oggi influenze sia spendibile in qualche campo disciplinare: la sua abilità è occupare un posto di influenza mediatica.
Il successo quindi non è più un raggiungimento di un momento di consacrazione professionale ad esempio ma il successo è un settore a se stante dove potersi cimentare a prescindere da quel che si sa fare.
Ecco questo rappresenta la decostruzione del successo: il successo non è più un valore positivo del proprio operare come pensavano i boomer, ma un qualcosa da inseguire a prescindere e che delimita un recinto autonomo.
Anche nelle diverse discipline si aprono dei nuovi ruoli di operatori comunicativi: artisti che fanno comunicazione artistica, come musicisti che fanno comunicazione, architetti che fanno comunicazione architettonica, raccontano la disciplina in forma aulica (gli apparenti) in contrapposizione a figure che invece si ritagliano un’approccio concreto, per cui la disciplina coincide con quello che si fa a prescindere dalla qualità (i sostanziali). Diventano due vere e proprie sfere di appartenenza separate. Si crea una confusione nel fruitore che non riesce a distinguere più qual’è la reale essenza del professionista. Chi è il vero artista? Addirittura il riflesso dell’artista arriva sullo stesso fruitore che diventa prosumer e quindi è lui stesso che assume un ruolo decisionale guidando i flussi e le energie.
La generazione post boomer, quella cosiddetta generazione X, ha cominciato a incrinare questo rapporto con il successo. Avendo più consapevolezza del suo carattere effimero, il successo non è un percorso lineare ma un percorso critico, addirittura con storie di conquiste del successo di cui poi ci si è voluti sbarazzare perché insopportabile o anche solo perché usato per fini specifici e non più come un culto. Hanno contribuito a relativizzare il successo dopo l’enfasi boomer dandone uno sguardo di franca disillusione che infatti ha portato l’invasione del successo di per se stesso a mutarsi, come si diceva, da riscontro delle qualità del proprio operare a una scatola vuota da occupare.
L’invasione dei social nelle nostre vite ha prodotto uno strumento alla portata di tutti per la costruzione del successo. Oggi tutti gli utilizzatori di un social sanno ormai quali post possono raccogliere tanto consenso (argomenti personali, commoventi, di buoni sentimenti, obiettivi da mostrare etc.) e quindi generare successo. A tal punto che in molti hanno anche sperimentato la mutazione da quel sentimento di soddisfazione del riscontro ottenuto a una sorta di sensazione di fastidiosa dipendenza dal richiamo di un successo così alle portata.
Prendersi il successo e poi sfilarselo di torno è dunque una normale attività della nostra vita contemporanea, che tutti noi gestiamo in qualche modo a seconda delle nostre necessità.
Questo significa che se un giorno abbiamo bisogno di esternare le nostre capacità, di farci dire “bravo” contemplando però solo una nostra forza che in realtà non ha nessuno interesse per gli altri, il giorno dopo contempliamo il nostro fallimento chiudendoci in noi stessi senza avere nulla da dire a questo pubblico fittizio e finalmente forse necessitiamo di relazioni vere confidando le nostre difficoltà quotidiane. La costruzione della società bipolare. E’ evidente che lo stato d’animo della costruzione del successo, una fredda comunicazione, serve ad alimentare il proprio ego alimentando una finta relazione con gli altri mentre quella del disvelamento del fallimento, una calda comunicazione, ricostruisce un vero rapporto interpersonale con gli altri.