LETTERA AI MILLENIALS: l’esperienziale come obiettivo progettuale
Tutti sanno che l’esperienza dell’abitare appaga se risulta intensa, tanto quanto quella del vivere, eppure durante un progetto per una casa sbagliamo sempre, chiediamo uno spazio che sia determinato più che indeterminato.
La qualità dell’indeterminatezza non è per tutti.
La trappola del progetto porta ad immaginare un dispositivo da abitare fermo, immutabile piuttosto che uno pronto a modificarsi spesso a seconda delle sorprese della vita.
Ci si accontenta di posti fissi, case sicure, rubinetti stilosi anziché di emozioni esistenziali vere, dilaniate da insidie, dubbi, emozioni.
Se il progetto architettonico ha anche un valore nell’assumere una valenza culturale, come sempre è stato – un manifesto – oggi dobbiamo occuparci delle esperienze che un progetto rende possibili che è qualcosa in più della questione della sua valenza iconico-formale.
La nuova generazione di architetti è un po’ meglio di quella precedente, come spesso accade, può ambire a spostare i valori critici di un progetto.
Non adattarsi a quanto fino ad oggi si è fatto ma spostare un pochino in avanti la disciplina.
Un architetto di oggi lo vedo simile al mago, non tenderà mai ad accontentarsi di risolvere le questioni tecniche ma tenterà sempre di risolverle mettendole allo stesso tempo in crisi con un incantesimo. L’incantesimo magico vuole vincere il concretismo realista.
In realtà non esiste contrapposizione tra sogno e realtà, entrambi contano fino ad un certo punto; sono entrambe delle letture possibili della nostra testa e sono terribilmente concatenate tra loro (non potrebbe esistere incubo peggiore se non si avesse avuto prima un sogno estatico), il problema è il peso che gli si dà e le conseguenza a cui queste possono portare (questo è per me l’insegnamento di Lynch, sto scrivendo subito a seguire l’ennesima catartica visione di Mullholland Drive). Quindi il sogno, o l’incantesimo magico, è reale quanto un approccio concreto nella lettura della realtà. O per essere ancor più incisivi, potremmo dire che l’approccio reale è in verità un modo di vedere le cose tanto quanto quello magico od onirico (“i fatti non esistono, esistono solo interpretazioni”, Nietzsche). Se si mette a fuoco questo punto, entrando davvero in un relativismo radicale, ci rendiamo conto di come la rincorsa della verità nel reale sia una chimera tranquillizzante, un appiglio a tutte le nostre inquietudini, il desiderio che ci sia una verità unica che non ci dia più modo di essere sballottati nei nostri dubbi. L’unico stato possibile in realtà è proprio quello dubitativo.
Paradossalmente il sogno, o meglio il rito magico, risulta più sincero nel suo essere già tacciato preventivamente di relativismo e aleatorietà.
Ritornando a Lynch, ad esempio, la sua capacità di alternare realismo disperato e sogno afrodisiaco riesce a far coesistere le due cose in maniera indissolubile, non potremmo avere una cosa senza l’altra (il serpente dell’eterno ritorno). Potremmo dire che il sogno sia una bandiera dei “boomer” arrivata dagli States come nuova forma di credo un po’ consumista in una società sempre più agnostica. Succubi delle scoperte del pensiero scientifico, minati nel supporto dato dalla religione, l’uomo moderno si è quasi suicidato nei conflitti delle due guerre riprendendosi poi in una convulsione “boomer” di consumismo sfrenato.
Oggi si sta tentando in tutti i modi di uscire fuori da quella stanca cultura positivista del consumare contemplando modelli sociali alternativi anche per la preoccupazione del futuro del nostro habitat, sempre più presente nelle nostre vite.
Si intravedono però già le prime pesanti ombre di una società che ha tanta paura e coltiva le ragioni della morte (una ripresa dei conflitti nel mondo sempre più importante e l’ascesa di forze politiche oltranziste).
Le ragioni dei sogni sembrano cadute in disgrazia.
Siamo dentro una società che non sogna più ma manifesta solo un grande malessere, non vuole essere più illusa (malgrado l’illusione sia una pratica che esista da sempre), ragioni che possono essere anche fortemente fondate ma che stanno inaridendo quella facoltà umana di pianificare, progettare con maggiore fede e contemplazione degli sbagli.
Le nuove generazioni, infervorate di concretismo perché non più sognatrici, preferiscono lo stipendio alla vocazione artistica “ci avete rubato i sogni”.
Io ancora penso che, a prescindere dal problema delle condizioni di partenza (e del conseguente conflitto sociale), occorre riflettere seriamente sull’importanza della generosità nelle dinamiche del mondo (l’arte è prima di tutto generosità): chi getta il cuore oltre l’ostacolo significa che ha qualcosa da dare, chi non lo fa riflette una certa aridità.
Occorre aiutarci, aiutarci tutti. Ricominciare a pensare e guardare più in là di oggi.
Arginare le nostre visioni di cataclismi, conflitti, disgrazie. Sognare di più (come forma di credo), anche se, anzi soprattutto se fortemente agnostici.
Ri-espandere l’immaginazione e percorrere i diversi mondi possibili che l’immaginazione sa aprire, perché la realtà non è una sola.